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 2003  febbraio 28 Venerdì calendario

Il Kurdistan non è più un sogno (Turchia permettendo), la Repubblica, 28/02/2003 Salahuddin (Iraq del Nord) - «Kurdistan, o morte»

Il Kurdistan non è più un sogno (Turchia permettendo), la Repubblica, 28/02/2003 Salahuddin (Iraq del Nord) - «Kurdistan, o morte». A 2000 metri di quota, da 6 ore una bufera di neve spazza il confine fra Iran e Iraq. E il benvenuto dell’ufficiale che avanza uscendo da una garitta fatta di pietre, per stringer la mano a chi ha appena oltrepassato la cancellata rosso-verde-gialla – i colori nazionali curdi – vorrebbe essere più ospitale che militaresco, ma mette i brividi ugualmente. Che per il Kurdistan sia arrivata la sua opportunità storica lo capisci non appena ci metti piede. Qui la guerra dell’America a Saddam significa la rivincita dei curdi contro Bagdad e, subito dopo, sulla Turchia. Cinquanta chilometri più sotto, nel villaggio di Chomat, davanti a una zuppa calda il vecchio Aziz, profugo oltrefrontiera per 24 anni e da poco tornato in quella che con tenerezza chiama «la mia terra», si fa duro: «Saddam è un dittatore, e sarà sconfitto - sentenzia - ma dieci volte meglio lui dei turchi. Se davvero arriveranno fin qui per impedirci di fondare il nostro paese, combatteremo a mani nude per difenderci». A Erbil, «capitale» del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), una delle fazioni che governa il nord dell’Iraq sfuggito al controllo di Saddam, le cartine del «grande» Kurdistan sono appese ovunque. Il «paese che non esiste» s’accavalla sui confini di 7 paesi, estendendosi su quattro fasce orarie (più dell’Europa). Se davvero esistesse, sarebbe la nazione più popolosa del Medio Oriente. E sicuramente - per via del petrolio - tra le più ricche. Ma il bruciante desiderio di indipendenza, parola quasi proibita fra i curdi che sanno di scatenare le ire non solo dei turchi, ma di siriani, iracheni, iraniani e russi, si è materialmente manifestato ieri nelle parole di uno dei suoi leader, Jalal Talabani, capo dell’altra fazione curda, l’Unione patriottica del Kurdistan (Upk). Nella collina di Salahuddin, dove l’opposizione irachena in esilio ha tenuto il primo congresso ufficiale sul suo territorio, Talabani ha pronunciato quella parola: «Diamoci forza e mostriamo il nostro potere - ha detto nel palazzo piantato sulla salita di Kurdistan Street, zeppo di capi curdi giunti dall’Europa e dall’America - siamo gente che combatte per una causa: un Iraq indipendente». Poi, di fronte all’inviato americano Zalmay Khalilzad arrivato dalla Turchia con una scorta di 400 soldati, non s’è tirato indietro: «Ora abbiamo un governo di fatto. Ma se vogliamo annunciare la nostra indipendenza non dobbiamo vergognarci». Parole che nelle capitali dell’intera regione suonano come bestemmie. Non c’è ancora l’esplicito accenno a un Kurdistan «indipendente», né ora sarebbe tatticamente accorto trattarne. Ma è un primo segnale. La parola d’ordine per ora è «federalismo all’interno di un Iraq democratico». La prospettiva di una piena indipendenza terrorizza soprattutto la Turchia, pronta nei prossimi giorni a inviare decine di migliaia di truppe per pattugliare il «fronte settentrionale», prima dell’attacco americano su Bagdad. «Se i turchi occuperanno il nord dell’Iraq - minaccia Hoshyar Zebari, capo delle relazioni esterne del Pdk - le conseguenze saranno molto serie». Un botta e risposta aspro che rimbalza fra Ankara ed Erbil, alzando la tensione e complicando le cose nell’area dopo l’annunciata chiusura dell’ambasciata turca a Bagdad. Il sogno dei curdi di diventare un giorno almeno autonomi, a Erbil è diventato di fatto realtà. L’esperimento di un paese completamente ricostruito dopo i massacri di Saddam e la guerra del Golfo del ’91, posto sotto il controllo della no fly zone - la cosiddetta zona di non volo garantita dall’aviazione anglo-americana che parte ogni giorno dalla base turca di Incirlik - appare riuscito. La fascia di Iraq al nord del 36mo parallelo è oggi la più ricca del paese. Qui l’operazione Oil for food, petrolio in cambio di cibo, il programma Onu che assegna ai curdi il 13 per cento del greggio iracheno, ha dato stabilità e ha assicurato un buon livello di vita e di democrazia. Nelle città del Kurdistan i bazar rigurgitano di beni altrove irreperibili: televisori, antenne paraboliche, vino australiano, hi-fi, computer. E il fiorente contrabbando transfrontaliero garantisce negozi pieni di medicine e giocattoli, profumi e macchine fotografiche, mentre i dazi sui commerci contribuiscono a foraggiare le casse dello Stato. Più di cento pubblicazioni, nove le tv, decine le emittenti radio che non lesinano critiche agli uni e agli altri, visto che la sbandierata alleanza fra Jalal Talabani e il leader del Pdk, Massud Barzani, è solo storia recente e non certo roba di ieri, quando si combattevano non risparmiandosi colpi proibiti. Oggi in tutta l’area, grande come la Svizzera, sono più di quattromila i villaggi ricostruiti dopo essere stati rasi al suolo. Se altrove i curdi di Turchia non hanno concluso le battaglie legate al Pdk e ad Abdullah Ocalan, e se i curdi di Siria e Iran hanno una lunga storia di sofferenza alle spalle, i curdi del nord Iraq hanno trovato il modo di reagire e sembrano vent’anni avanti ai loro fratelli oltrefrontiera. Battono una loro moneta, il dinaro curdo, che, seppure non ufficiale, vale cento volte quello iracheno. Il loro reddito è di 50 euro al mese, contro i tre di chi vive a Bagdad. E nelle regioni della no fly zone la mortalità è scesa, mentre la scolarizzazione è in aumento e ovunque sorgono nuovi ospedali. C’è piena libertà di religione, e le minoranze, quelle arabe e cristiane (ci sono assiri e caldei) sono rispettate. Solo i turcomanni - l’etnia che per Ankara potrebbe costituire il motivo d’ingresso nel Kurdistan iracheno - vantano discriminazioni e lamentano di non essere rappresentati equamente. Nella propria rispettiva area, Upk e Pdk hanno inoltre istituito governo e Parlamento, forze di polizia e di sicurezza. A settembre Barzani e Talabani si sono accordati sulla bozza di una nuova Costituzione federale. Cinque i punti fondanti: esercito, bandiera, moneta, confini ed elezioni per la prima volta comuni. Per uno Stato che si chiamerà, esplicitamente, Kurdistan. I curdi vogliono infine un referendum, per stabilire quale tipo di Stato scegliere domani, dopo un cambio di regime a Bagdad. E premono perché nelle istituzioni siano presenti anche le donne. Gli stessi Barzani e Talabani godono adesso di grande riconoscimento a livello internazionale. Fino a qualche tempo fa i diplomatici americani li definivano Pepsi e Coca Cola, ammettendo di non riuscire a comprendere le loro differenze politiche. Oggi Newsweek li ha ribattezzati «uomini chiave dell’anno 2003», contando dunque - oltre che sull’appoggio turco - sul loro decisivo sostegno per estromettere dal potere il presidente iracheno. Marco Ansaldo