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 2003  febbraio 24 Lunedì calendario

Ma per bombardare Milosevic nessuno attese l’Onu, Corriere della Sera, 24/02/2003 Per il bombardamento «umanitario» del Kosovo bastò una risoluzione Nato

Ma per bombardare Milosevic nessuno attese l’Onu, Corriere della Sera, 24/02/2003 Per il bombardamento «umanitario» del Kosovo bastò una risoluzione Nato. Le Nazioni Unite entrarono in scena quando venne associata la Russia a gestire la pace. Il bombardamento dell’Iraq attende il semaforo verde del Consiglio di Sicurezza, ha diviso l’Europa, mobilitato folle enormi di pacifisti e incontra il no della sinistra europea e italiana che approvò l’attacco a Milosevic. Il «macellaio» di Belgrado meritò una soluzione più sbrigativa del satrapo di Bagdad? I crimini del regime serbo furono più gravi di quelli del regime iracheno? Il democratico Clinton fu più credibile del guerriero Bush nel convincere gli alleati a una guerra anche allora già preparata? Meglio non chiedersi se la disparità di trattamenti dipenda da una diversa valutazione morale del nemico, anche perché occorrerebbe rifare l’elenco dei crimini impuniti nel pianeta, dalla Cecenia al Ruanda, o chiedersi perché non si bombardi la Corea del Nord. Può sembrare un’insinuazione (la benedizione americana?) o una speculazione di parte il rievocare l’atteggiamento bellico della sinistra, al governo in Francia, Germania e Italia all’epoca del Kosovo. Il solo Blair, quando si tratta di marciare con gli Usa, è sempre coerente. A differenza di Chirac, d’accordo nel fare la guerra alla Serbia, il primo a scendere in campo in Afghanistan, oggi eroe mediatico del pacifismo e indiziato, in caso di veto, di sfasciare l’Onu dopo aver messo in crisi la coesione dell’Europa e della Nato. Evidentemente non c’è risposta morale, anche se si pretende che la guerra venga legittimata dall’etica. Necessaria e preventiva, umanitaria e liberatoria e, ultimamente, secondo Rumsfeld, anche «giovane». Esistono valutazioni di ordine strategico, essendo dimostrabile che il destino dei profughi kosovari, afghani e (nei prossimi giorni) curdi e iracheni, non rappresenti una vera priorità. La caduta di Milosevic significò la fine della tragedia balcanica, il via libera all’allargamento della Nato, il test di affidabilità occidentale della Russia. La caccia infinita a Bin Laden ha prodotto il crollo del regime dei talebani. L’attacco a Bagdad potrebbe innescare una spirale d’instabilità e terrorismo islamico; inoltre, se deciso in modo unilaterale dagli Usa, aprire crepe drammatiche nel sistema di relazioni internazionali. Anche se onestà intellettuale consiglierebbe di non escludere la necessità di estremi rimedi, non è necessario essere pacifisti (termine che in alcuni ambienti, dall’America all’Europa, suona come incompetente traditore dei valori occidentali) per constatare gli enormi rischi politici dell’intervento in Iraq e la realtà petrolifera della posta in gioco. Ma l’onestà intellettuale dovrebbe far riflettere anche sulla ripetitività ravvicinata di guerre che l’Occidente a guida americana ha deciso di combattere dopo la fine di una minaccia certamente più grave di Milosevic e Saddam: la guerra fredda. Kuwait, Kosovo, Afghanistan, presto Iraq, quattro guerre legittimate anche da interpretazioni contraddittorie del diritto internazionale, senza riuscire ad abbozzare una visione coerente ed equa degli organismi di giustizia universale e dell’etica dei rapporti fra popoli e Stati che furono alla base della Comunità delle Nazioni. Quattro guerre che, a ben vedere, nascondono anche quattro atteggiamenti contrastanti verso il mondo musulmano, con guerriglieri islamici che possono essere alleati in Bosnia e in Kosovo, amici e poi nemici in Afghanistan, complici presunti dell’ex alleato Saddam. Il disordine internazionale è tale che può essere ricomposto soltanto da mostri intercambiabili del villaggio globale, dai nuovi Hitler contrapposti al Grande Satana, dal «pacifismo idiota» contro la «guerra necessaria». Resta da spiegare, almeno ai bambini di Pristina e Belgrado, Kabul e Bagdad, Sarajevo e Nuova York, a tutte le vittime dei «danni collaterali», perché i nuovi Hitler, in tempi e circostanze diverse, continuino a riprodursi e, almeno all’inizio, stiano dalla parte dei buoni. Massimo Nava