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 2003  febbraio 22 Sabato calendario

Il signor B. a Corso Sempione, nella città morta della tv di Stato, il Giornale, 22/02/2003 Non è che poi fa la solita battuta sui corridoi vuoti che fanno tanto la notte dei morti viventi, i Nightmare e quelle balle lì?

Il signor B. a Corso Sempione, nella città morta della tv di Stato, il Giornale, 22/02/2003 Non è che poi fa la solita battuta sui corridoi vuoti che fanno tanto la notte dei morti viventi, i Nightmare e quelle balle lì?... ». Veramente... «Oppure mi va a scrivere, che non c’è un armadio eguale all’altro, perché poi per fare colore vi attaccate a tutto...». No, si figuri, io... «Lei adesso sta al ”Giornale”... Ci sono venuto qualche volta. L’avete ristrutturato che sembra una pizzeria e vuole prendere in giro chi come me lavora in un palazzo disegnato da Gio Ponti dico Gio Ponti, ha presente?». Ma guardi che con me sfonda una porta aperta, gli anni Trenta, il design razionalista... «Lo sa cosa mi fa più incazzare? Può scriverlo incazzare?». Ho paura di no. «Allora metta. Incacchiare, così nessuno, sì offende, perché poi ci si attacca alle parole e non alla sostanza. Ecco, io mi incacchio perché qui c’è un gioiello, estetico, funzionale, professionale, sottoutilizzato. E di, questo che bisognerebbe vergognarsi, non delle pseudoparolacce ... ». Capisco, ma... «No che non capisce. Ha letto cosa ha detto Veltroni oggi, quel giuda?» Certo: ”vogliono uccidere la Rai”. «E Storace? Quel refuso?». Come no: ”E una schifezza, se ne devono andare”. «Ecco, ora mi spieghi. Se lo venissi da lei e le dicessi che c’è una struttura aziendale impolverata ma assolutamente in grado di lavorare e, produrre al meglio, che sarebbe il caso di rimettere a regime e che questo, porterebbe linfa e prestigio a una città importante, lei mi darebbe dell’assassino o chiederebbe le mie dimissioni?». Be’, ci sono delle logiche politiche... «Appunto e questo spiega perché non verrà fuori niente e alla fine, Baldassarre e Albertoni, poveracci, verranno segati. Ciò non toglie che come hanno ridotto corso Sempione a Milano è una vergogna. E che, essendoci la possibilità di rimediarvi, non si faccia nulla è una vergogna al quadrato. Anzi, al cubo. Adesso si beva questo whisky alla faccia mia e poi, per quanto mi riguarda può anche andare a... Lo può scrivere?» No. «Be’, vale l’intenzione». Franco B. fa il regista, scrive fiction, ha fatto l’attore, il doppiatore. All’inizio degli, anni Ottanta, quando la Rai a Milano toccava le 1.300 unità ed era un potere politico, culturale, economico, ogni volta che arrivavo da Roma ci si vedeva sempre in un ristorante poco lontano, da ”Giulio”. Giulio ha venduto e poi, poveraccio, è morto, io mi sono stabilito a Milano e Franco si è ritrovato sempre più spostato su Roma, città che detesta, via via che fiction, produzioni, programmi trasmigravano verso la capitale. I cinque piani di Corso Sempione sono proustiani, raccontano il tempo passato come nessun altro luogo fisico potrebbe fare, un c’era una volta fatto di rigore e geometria, un corpus centrale, con gli studi televisivi e radiofonici intorno al quale, come una spirale, si avvolgono gli spazi di uffici, redazioni, centri di produzione. Le sigle sono inquietanti e danno un po’ l’idea di un mondo parallelo: DivProd/CpmI, DivRf, e rimandano a quel misto di burocrazia e funzionariato che da sempre ha caratterizzato la cosa pubblica. «Un ministero sovietico» è stata definita la sede Rai di Milano, a sottolinearne il grigiore, ovvero il senso di abbandono e di attesa. Ma non è esatto, non è proprio così. L’impressione è più quella di un modernariato bello e poetico, dove sarebbe piacevole lavorare. Se solo ti lasciassero lavorare. «No, guarda, qui noi ci facciamo un mazzo tanto», mi dice F. che fa il precariato da dieci anni perché comunque le assunzioni sono bloccate e tanto va bene così. «Come servizi giornalistici facciamo il 40 per cento della produzione nazionale. Il problema è un altro. una struttura di cui si è deciso lo strangolamento. Niente mezzi, niente personale, niente di niente». Lo scetticismo regna sovrano. Giri per corridoi dove il numero di porte chiuse è maggiore di quelle che trovi aperte, superi studi bui dove si capisce che nessuna luce verrà mai accesa, eppure tutto è curato, lucidato, in ordine, una specie di città morta che da un momento all’altro potrebbe risorgere come se niente fosse. Solo che nessuno ci crede e nessuno ha voglia di perderci il tempo e la faccia. «Vuole sapere come andrà a finire? Faranno fuori quei due disgraziati. E se questo non accade subito, si limiteranno a portare qui lo studio del direttore di rete. Se fossi a Roma direi che sono dei ”sola”, tutti. A cominciare da chi sostiene la centralità di Corso Sempione e poi dice che però bisogna spostare tutto alla Fiera... Ma come? Qui siamo in 700, in un palazzo che ne ospitava almeno il doppio e ora ci vengono a dire che sì, siamo strategici, ma ci dovremo trasferire? Come vuole che si creda a qualcuno, a qualcosa?». A ogni piano i mobili di ponti, sedie, poltrone, tavoli, disegnano il ricordo di un’altra Italia. Lineare, senza fronzoli, precisa, una sobrietà che in fondo era una linea editoriale e una cifra umana, contrapposta al barocco naturale della sfrontatezza romana. I mobili, appunto. Tutto il resto è noia, direbbe Califano. Stenio Solinas