Stefano Bartezzaghi la Repubblica, 26/02/2003, 26 febbraio 2003
A Milano serve una Rai2 ”Laiv”, la Repubblica, 26/02/2003 «Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito»
A Milano serve una Rai2 ”Laiv”, la Repubblica, 26/02/2003 «Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito». La frase è notevole per almeno tre motivi. Prima per quel che dice. Poi perché il suo autore è l’americano Noam Chomsky, che è un famoso linguista ma anche un filosofo della politica. In terzo luogo perché compare in esergo a un libro pubblicato da Feltrinelli proprio in questi giorni. un libro di Paolo Paci intitolato Alpi: il racconto di un percorso lungo tutta la catena alpina, dalla Venezia Giulia fino al Monte Bianco. In questi giorni in cui si parla di dialetti nordici e di mezzi di comunicazione di massa, questa frase, il suo autore e il contesto si trovano dunque a rappresentare assieme, in emblema, i rapporti di interdipendenza fra la parola, il luogo e l’identità. Nel dibattito sul decentramento della Rai e sulla riscoperta del dialetto lombardo gioverà tenere a mente una formulazione alternativa e rovesciata della definizione di Chomsky: un dialetto è una lingua senza passaporto e senza esercito. A meno che non si vogliano fornire - e in modo ampiamente postumo - carte in regola e truppe al dialetto dei bauscia, resta ferma questa distinzione fra lingua e dialetto, che non è né ambigua né sfumata, ma è netta, qualitativa, e conferma quanto argomentato da Umberto Galimberti: la lingua ha passaporto, è dunque rivolta verso l’esterno; il dialetto è, dove c’è, una conferma di identità. Paolo Paci ha girato le Alpi trovando in ogni luogo un microcosmo segnato anche da identità linguistiche minuscole e locali. Possiamo immaginare tante piccole antenne locali, ognuna delle quali rappresenta il dialetto di quel singolo posto? Oppure la Rai dovrebbe incaricarsi di una sorta di conservazione linguistica? Sarebbe un curioso compito, e tanto più curioso in quanto affidato proprio all’azienda che negli anni Cinquanta e Sessanta ha unificato linguisticamente la Nazione, sferrando il colpo decisivo contro i dialetti locali. Lo spostamento di una rete televisiva a Milano è un problema, il mandato culturale delle sedi regionali e decentrate della Rai è un problema molto diverso. Raidue a Milano di per sé andrebbe anche benissimo, e andrebbe benissimo che chi fa un lavoro attento e peculiare sul territorio, come Gilberto Squizzato, abbia interlocutori sensibili alle proprie istanze. Dal fortilizio della sede milanese di Corso Sempione, Viale Mazzini e Saxa Rubra sono divinità lontane e distratte, e questo non sempre e non necessariamente è una fortuna. Ma se il mandato culturale è quello di devolvere una rete per riscoprire dialetti e usanze lombardi e del Nord, allora è implicita una svalutazione dei compiti di una rete televisiva, e alla fine anche una svalutazione del territorio stesso, la cui identità non è più rappresentata in alcun modo da dialetti e usanze del passato, ma da stili di vita, paesaggi, forme di civiltà e di inciviltà che costituiscono il «dialetto» non linguistico ma semiologico e antropologico del Nord di oggi. Non è un caso che agli albori della Lega sia risultata strategicamente vincente la scelta di Umberto Bossi di lasciar cadere completamente la questione linguistica e la rivendicazione dialettale, che pure aveva avuto grande gioco nella fase nascente delle prime leghe locali. La regola di Chomsky è dunque presente addirittura nella storia e nello statuto dei movimenti localisti: il dialetto àncora, nel bene e nel male, in un territorio delimitato nella sua geografia e nella sua storia. La lingua fa uscire da quel territorio, e ne fa vincere altri. Non che i dialetti siano realmente condannati. Dal siciliano di Camilleri (raffinato, artificiale) al lombardo delle canzoni di Davide Van De Sfroos si è cioè aperta, e da tempo, una fase di recupero creativo del dialetto, che da linguaggio pressoché criptato e barriera linguistica diventa colore di tavolozza per i più divertenti esperimenti neo-espressionisti. I dialetti rivivono nei ragamuffin veneziani di sir Oliver Skardi e dei Pitura Freska, o nelle alchimie polilinguistiche dei Mau Mau. Il dialetto romagnolo nutre la ricerca poetica di Raffaello Baldini, di Mariangela Gualtieri, e di gruppi teatrali come il Teatro delle Albe e il Teatro Valdoca. Vi immaginate una Rai che produce e rimescola questo tipo di cultura e di lingua? Sarebbe il contrario di una Rai da sagra paesana. Una Rai «Laiv», piuttosto, come direbbe giustamente Van De Sfroos. Stefano Bartezzaghi