Michele Anselmi il Giornale 26/02/2003, 26 febbraio 2003
Alberto Sordi abitudinario, misogino, gelosissimo della sua toilette, il Giornale 26/02/2003 D’accordo, fa testo la celebre battuta: «Io sposarmi? E che me metto n’estranea in casa?»
Alberto Sordi abitudinario, misogino, gelosissimo della sua toilette, il Giornale 26/02/2003 D’accordo, fa testo la celebre battuta: «Io sposarmi? E che me metto n’estranea in casa?». Ma fu un’acuta osservazione del regista Alberto Lattuada a fotografare ancora meglio l’indole proverbiale di Sordi: un attore «chiuso nella casamatta della sua villa, senza voci che possano interrompere il filo dei suoi monologhi o allentare la stretta dolorosa della solitudine, accettata ed esaltata come condizione aristocratica di un sublime egoismo pagato a qualunque prezzo». Geloso, metodico, abitudinario, sostanzialmente zitello (ma il suo amore verso Andreina Pagnani fu appassionato e gentile, al pari della tenera amicizia nei confronti di Silvana Mangano), impermeabile alle novità, guardingo, Albertone viveva murato in quel casale a un passo da Caracalla costruito dall’architetto Busiri Vici. Ne usciva di rado, lo stretto necessario, sostanzialmente per lavoro. Quei pochi che vi erano ammessi, mai di domenica, dovevano rigidamente attenersi alle regole della casa. Ne sa qualcosa Carlo Verdone, che ai tempi di In viaggio con papà, quando i due si riunivano di mattina alle 9 per mettere a punto la sceneggiatura, non potè neanche fare pipì nel bagno personale di Sordi (agli «estranei» era riservata la toilette situata all’altro capo della villa, vicino alla piscina). Per non dire dell’amatissimo ”Messaggero”, quotidiano romano sorbito alla mattina insieme ai tradizionali cornetto e cappuccino. La leggenda vuole che Sordi facesse acquistare ogni mattina due copie: l’una, la sua, personale e intoccabile, l’altra per rapida consultazione familiare. Dicevano che fosse avaro. Lui preferiva dire «parsimonioso» o «sobrio», ma in fondo, scherzandoci su, contribuiva ad alimentare la nomea. Mai scalfita, nemmeno quando un tecnico di missaggio ricevette a sorpresa una banconota da 50mila lire per l’eccellente lavoro compiuto su Fumo di Londra. Nell’elencare i risvolti del peccatuccio veniale, un’agenzia di stampa ha raccontato che Sordi era poco incline a far doni alle donne; in compenso riusciva, per contratto, a ottenere gli abiti indossati sul set (cappotti, giacche, pantaloni, camicie, cravatte, pullover, pure canottiere e slip). E inoltre: preferiva consumare i cestini sul set per non spendere la diaria (per questo l’avevano ribattezzato «La forza del cestino»), collezionava preziose bottiglie di vino mai consumate in compagnia, si asteneva volentieri dal dare feste e ricevimenti (salvo poi provare a scaricarli dalla dichiarazione dei redditti), viaggiava poco o niente, investiva in oggetti d’arte, rifuggiva dalla Borsa, giocava a scopa con la sorella Aurelia e andava pazzo per il piatto unico domenicale. Nel mio piccolo, posso testimoniare. Mentre preparava Tutti dentro, nel quale incarnava un magistrato d’assalto pre-Tangentopoli pettinato un po’ alla Gianni De Michelis dei tempi d’oro, decise di concedermi un’intervista per ”l’Unità”. «Dottor Anselmi – mi chiamava così – venga stasera al ristorante l’Apuleius. Alle 23 in punto. Mi raccomando: già mangiato». Così feci. Solo che nel frattempo la cena s’era allargata, pagava la Kodak, e così Albertone, vedendomi arrivare a quell’ora tarda, mi propose di mangiare insieme. Essendo venuto «già mangiato» mi sentivo sazio. Niente da fare. Fece aggiungere un coperto, ordinò al cameriere un antipasto di pesce e, neanche fosse in un film di Alberto Sordi, raccolse dal piatto una forchetta di seppioline per portarmela alla bocca: «Magna er polipetto, Ansè», ghignò alla sua maniera. E tutti risero. Compreso il sottoscritto. Un’altra volta, era il 1982, mi diede appuntamento alla FonoRoma, il mitico stabilimento di doppiaggio all’epoca dietro piazza del Popolo. Era quasi l’una. Tutti, a fine turno, si avviavano verso la mensa per il pranzo. Così facemmo noi. Ma, una volta seduti, Albertone se ne uscì così: «Cosa prende da bere?». Da bere? Di nuovo un’esperienza educativa. Rilanciato dal mediocre Io so che tu sai che io so girato insieme a Monica Vitti, Sordi stava doppiando In viaggio con papà, che lo vedeva in coppia con Carlo Verdone. Già oltre i 60, si propose per tutto il tempo come un attore impegnato a misurarsi con i vincoli connessi all’età matura. «Sa, non posso più permettermi di interpretare personaggi grotteschi o feroci. Quando ero giovane sullo schermo prendevo a martellate le vecchiette, facevo Nando l’americano, giravo a sedere nudo... Ora no. Al massimo posso interpretare un padre di famiglia, fors’anche un nonno». Lo sguardo era sincero, sembrava un attore pacificato con se stesso, pronto a reinventarsi sull’onda della maturità. Mica vero. Un’attrice caduta in disgrazia si avvicinò al tavolo per fargli i complimenti. Lui la squadrò, lei, in difficoltà, s’allontanò scusandosi: neanche un secondo dopo scattò un sonoro «Pussa via!», rubato a uno dei suoi innumerevoli sketch. Eppure era grande. Anche quando si celebrava in tv replicando stancamente i numeri d’avanspettacolo del bue, della gallina e dell’aeroplano, o quando intonava con quel vocione baritonale improbabili canzoncine («Vecchina»), o quando ironizzava sulla cittadinanza ad honorem conferitagli dal sindaco di Kansas City, o quando, citando Flaiano, scherzava sulla prevalenza dei gay nel mondo dello cinema («Scenografo solo da un mese, e già frocio»). A noi, giovani cronisti di cinema in fuga dai pregiudizi morettiani («Ve lo meritate, Sordi»), piaceva il suo cinismo di purissima marca democristiana, la sua inclinazione alla doppia morale, il suo perbenismo esibito: forse perché facevano tutt’uno con i personaggi che aveva interpretato al cinema negli anni migliori. Quando nessuno si domandava se Alberto Sordi fosse di destra o di sinistra. Michele Anselmi