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 2003  febbraio 26 Mercoledì calendario

Vita artistica di Alberto Sordi, aristocratico nell’approccio e popolare nell’effetto, l’Unità, 26/02/2003 A Piazza Vittorio c’è solo ggente onesta!»

Vita artistica di Alberto Sordi, aristocratico nell’approccio e popolare nell’effetto, l’Unità, 26/02/2003 A Piazza Vittorio c’è solo ggente onesta!». Siamo nel cuore della vecchia Roma, il mercatino dove l’operaio Antonio Ricci cerca la bici che gli è stata rubata. Ladri di biciclette, capolavoro/simbolo del neorealismo, a tutt’oggi il film italiano più conosciuto e amato nel mondo. Il furfantello che dipinge un telaio, e rifiuta di mostrarne a Ricci il numero. («E che ce fai co’ i numeri? Te ’i giochi ar lotto?») per poi ammorbidirsi all’arrivo di una guardia («Ma che è, robba rubbata?») non è Alberto Sordi ma è come se lo fosse. Ha la stessa improntitudine e la stessa vigliaccheria di tanti suoi ”eroi”, e la voce - se ascoltate bene - è proprio la sua. Nel ’48 il ventottenne Sordi usava il doppiaggio per far quadrare il bilancio: aveva già interpretato particine in una ventina di film (fra cui uno notevole, da recuperare: Sotto il sole di Roma di Castellani), ma al cinema non sfondava, solo il pubblico del varietà sembrava capirlo. E nonostante la sua faccia fosse già apparsa sugli schermi, ci piace sempre pensare che il suo ingresso vero nella storia del cinema sia il doppiaggio di quell’anonimo personaggio, già «sordiano», nel capolavoro assoluto di Vittorio De Sica. Non solo perché nelle poche battute che pronuncia c’è già in nuce tutta una carriera. Ma perché, dopo anni di reciproche incomprensioni, è forse arrivato il momento di dire che neorealismo e commedia all’italiana sono parenti stretti: la seconda è la figlia un po’ scostumata del primo, l’osservazione della realtà passa dall’uno all’altra, e chi più di Sordi è stato «neorealista» nel profondo? Certo, del neorealismo non condivideva l’ideologia: nel senso che Sordi veniva prima e dopo la politica, votava Dc forse per convinzione o forse per convenienza, chissà?, ma di fatto era aristocratico nell’approccio - della gente pizzicava i difetti più volentieri dei pregi - e popolare nel risultato, creando caratteri in cui chiunque poteva riconoscere se stesso o, meglio ancora, il proprio parente, il proprio principale, il proprio vicino di casa. Tutto questo nasceva dallo studio attento ed analitico di una singolare specie animale, l’homo italicus: l’italiano, bestia davvero strana. Che poi questo italiano fosse, quasi sempre, «romano de Roma» è un dato al tempo stesso fondamentale e secondario. Fondamentale perché di Roma Albertone è stato l’anima più vera, o forse «l’anima de li mortacci tua» come nella sconvolgente battuta della Grande guerra che, nell’anno 1959, diffuse in tutta Italia l’insulto romanesco universale. Secondario perché in quel romano ci si riconosceva tutti: chi scrive, milanese «de Milano», sarà eternamente grato a Sordi per la geniale storpiatura del dialetto meneghino operata nel Vedovo del milanese Dino Risi («Ingegner Lombardoni! Ma cosa fa qui a Milàn con ’sto caldo?»). E se oggi qualche demente padano tenterà di affermare il contrario, una risata lo seppellirà. Ma non tutto è sempre stato scontato. Oggi è facile dire che tutti l’abbiamo amato, che era tanto simpatico, che ci faceva tanto ridere. facile ricordare che, all’apice della fama, girò 9 film nel ’55, 8 nel ’57, e così via, prolifico come solo Totò a quei tempi. Ma consultando le filmografie, si nota che nella sua carriera, c’è un buco dal ’48 (Che tempi!, di Giorgio Bianchi) al ’51 (Totò e i re di Roma, di Steno e Monicelli). Sono gli anni in cui fa tanto teatro, tanta radio e tanto doppiaggio, perché al cinema non se lo fila nessuno. Per quanto concerne il doppiaggio, è noto che fu una delle voci italiane (non l’unica!) di Oliver Hardy, in coppia con Mauro Zambuto che era Stan Lau-rel: ma doppiò anche film non comici, e anni dopo era ed è terribile sentire il suo vocione far capolino in classici hollywoodiani come La scala a chiocciola, Winchester 73, Il massacro di Fort Apache o Notte senza fine (dove è Robert Mitchum!); ed è a dir poco surreale sentirlo doppiare Mastroianni in Domenica d’agosto di Emmer. Erano tempi duri. E nel ’51 Albertone commette un errore imperdonabile in cui, ancora una volta, c’è di mezzo De Sica. Riprendendo una fortunata macchietta radiofonica, il compagnuccio della parrocchietta di don Isidoro, Sordi si cuce addosso Mamma mia che impressione! dove interpreta un ragazzino da oratorio petulante e ossessivamente innamorato della sventurata signorina Margherita. Il produttore impone alla regia Roberto Savarese, suo parente, e chiede sotto banco a De Sica di dare una mano. Nei mesi che separano Miracolo a Milano da Umberio D. (!), il genio dirige Mamma mia che impressione! con la mano sinistra e si guarda bene dal rivendicarlo. Il film è spassoso ma inquietante (sui risvolti oscuri e patologici di alcuni personaggi sordiani tornererno fra poco). Al botteghino è un disastro. E i produttori italiani decidono all’unanimità che quel pupone romano fa scappare la gente dai cinema. L’esito commerciale dello Sceicco bianco di Fellini, nel ’52, non aiuta certo a far cambiare loro idea. Nel ’53, di nuovo con Fellini, gira I vitelloni ma il suo nome non compare sui manifesti; eppure è uno dei cinque protagonisti, forse il più prorompente, con la mitica pernacchia rivolta ai «lavoratori della strada» che delinea già il suo personaggio. Niente: temevano che leggendo il suo nome in pubblico fuggisse. La vendetta arriva nel ’54: in combutta con Lucio Fulci, Sordi ci riprova, scrivendosi addosso il personaggio di un ragazzone romano ossessionato dall’America. Uno sketch pensato per Un giorno in pretura, film corale di Steno. I produttori accettano l’idea ma vorrebbero ”passare” il ruolo a Walter Chiari. Steno, per fortuna, si impunta. Chiari viene dirottato sul personaggio del pretino Don Michele, Sordi crea l’«americano a Roma» e la storia - sua, del cinema, del Paese - cambia. Il film ha un successo incredibile, l’episodio oscura tutti gli altri. Fiutato l’affare, Steno realizza in tempi rapidissimi un seguito del quale Sordi è protagonista assoluto. Nello stesso ’54 esce Un americano a Roma. Il resto è storia. Render conto di tutti i personaggi che Sordi ci ha regalato sarebbe folle. Ha più senso tentare di individuare alcuni fili rossi della sua carriera. L’osservazione della realtà e i ritratti dell’italiano medio sono un primissimo, banale dato di fatto. Più interessante chiedersi: era un attore o una maschera? Apparentemente Sordi faceva sempre se stesso, come Totò o Benigni o Charlot o Stanlio & Ollio, a differenza di attori più multiformi come i colleghi della triade Manfredi/Gassman/Tognazzi. E se Manfredi poteva essere meravigliosamente «toscano» nel Pinocchio di Comencini, Sordi davvero non ce la faceva a trasformarsi nel Don Abbondio manzoniano nei Promessi sposi televisivi. Detto questo, era assai più di una maschera. Basterebbe pensare ai ruoli in cui la comicità si sposa con il dramma, dalla Grande guerra a Detenuto in attesa di giudizio, da Una vita difficile a Tutti a casa fino al Borghese piccolo piccolo. Ma è ancora più stimolante ricordare interpretazioni in cui la vis comica è talmente esasperata da divenire inquietante: l’imbroglione sedicente nobile in Piccola posta (forse la sua performance più delirante), l’orrido mercante di bambini nel Giudizio universale e il pavido venditore d’occhi nel Boom (due gioielli di De Sica), la violenza latente in Mafioso di Lattuada e nel Commissario di Comencini (entrambi del ’62), l’ossessione del gioco e della ricchezza nello Scopone scientifico (Comencini, ancora); per arrivare al ruolo forse più mostruoso, l’ineffabile ”Dentone” dei Complessi. Sono film in cui l’arte di Sordi si fa parossistica, malata, kafkiana: si ride, ma si resta impressionati (Mamma mia che impressione! è titolo profetico). E bene ha visto Ettore Scola, che ne ha fatto un vecchio sinistro nel Romanzo di un giovane povero, anni dopo avergli regalato un ruolo memorabile in Riusciranno i nostri eroi, uno dei più azzeccati ritratti di «italiano all’estero» (e Sordi ce ne ha dati tanti, da Fumo di Londra al Diavolo, da Bello onesto emigrato Australia fino alla trasferta newyorkese del suo amato Tassinaro). Un’altra cosa va detta, parlandone da vivo come lui vorrebbe: non è stato un grande regista, anche se ha diretto una ventina di film (i migliori: Polvere di stelle, Amore mio aiutami - due belle prove in coppia con Monica Vitti - e lo strepitoso episodio Le vacanze intelligenti). Era un infallibile direttore di se stesso, ma non aveva gusto per l’immagine, non c’è nelle sue regie una sola sequenza che resti in mente per meriti «cinematografici», visivi (mentre Tognazzi è stato un regista assai intrigante e Manfredi ha firmato una notevole opera prima, Per grazia ricevuta). stato, per noi italiani, uno specchio: a volte deformante, spesso sgradevole nel momento stesso in cui era divertente. Lo salutiamo ricordando un suo cammeo semplicemente geniale, il frate di Nell’anno del Signore, capolavoro di Luigi Magni. Nell’istigare al pentimento i due carbonari condannati alla ghigliottina, li ammonisce sulla vanità dei giudizi della Storia: «Che c’è rimasto degli Egizi? Du’ mummie rinsecchite! E gli Etruschi? Du’ cocci!». Di lui è rimasto molto di più: tanti film, tante risate, un immenso tesoro di intelligenza e di talento. La storia ti ha già giudicato, Albertone: e ha deciso che sei un grande. Alberto Crespi