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 2003  febbraio 13 Giovedì calendario

I primi (e nebulosi) trent’anni del dio Stalin, Sette, 13/02/2003 Nel 1953, quando la cultura occidentale si disperava per la morte di Stalin, «piccolo padre dei popoli», e «stalinista» era, come scriveva ”l’Unità” in lutto, «un titolo di onore e di gloria che noi ci sforziamo di meritare», Louis Aragon, poeta dell’amore e della Resistenza, commissionò a Picasso un ritratto di Stalin giovane, ispirandosi a una foto del 1908, quando il giovanotto georgiano, uscito dal seminario dove si faceva chiamare Koba, era stato arrestato per rapina

I primi (e nebulosi) trent’anni del dio Stalin, Sette, 13/02/2003 Nel 1953, quando la cultura occidentale si disperava per la morte di Stalin, «piccolo padre dei popoli», e «stalinista» era, come scriveva ”l’Unità” in lutto, «un titolo di onore e di gloria che noi ci sforziamo di meritare», Louis Aragon, poeta dell’amore e della Resistenza, commissionò a Picasso un ritratto di Stalin giovane, ispirandosi a una foto del 1908, quando il giovanotto georgiano, uscito dal seminario dove si faceva chiamare Koba, era stato arrestato per rapina. In realtà, di quel giovane, che era nato il 21 dicembre del 1879 e che aveva usato mille pseudonimi, allora non si sapeva e ancora oggi non si sa nulla di sicuramente vero. Per incarico dello stesso dittatore, infatti, gli stalinisti «fabbricarono» la leggenda dei suoi primi trenta anni di vita. Fu un’impresa colossale durata tre decenni, con enormi studi storici in forma di panegirico, e la creazione al Cremlino di un vero atelier di contraffazione diretto dal cognato di Stalin, Alexander Svanidzé, che inondò gli archivi di falsi rapporti. Parallelamente a questa opera di edificazione, Stalin faceva eliminare, uno a uno, tutti i testimoni della sua giovinezza. Ha scritto François Kersaudy, uno storico francese che sta smontando la leggenda e che sta per pubblicare una nuova biografia di Stalin: «Figlio di autentici proletari georgiani, egli studiò alla scuola religiosa di Gori, poi al seminario di Tiflis. Buon figlio, buon cantante, buon disegnatore, buon sportivo, grande lettore, grande poeta, grande organizzatore, pieno di modestia, dotato di una eccellente memoria, di una bella voce, di un carisma senza uguali e di una cultura enciclopedica, Joseph, detto Sosso, leggeva Karl Marx in originale a sedici anni, con un exploit incontestabile per un adolescente precoce che non conosceva una parola di tedesco». A 20 redigeva trattati, organizzava scioperi, dirigeva quindici giornali in lingue diverse, a Vienna scriveva un saggio sull’organizzazione dell’impero austro-ungarico, e intanto rapinava banche, smascherava i menscevichi, i nazionalisti armeni, i federalisti, gli economicisti, gli anarchici, i socialrivoluzionari, e tutto questo entrando e uscendo dal carcere, da dove riusciva subito a evadere. Giustamente dunque Picasso scelse una foto del 1908. E spiegò di aver voluto rendere omaggio alla straordinaria giovinezza del grande capo comunista. Ma il partito la prese molto male, perché giudicò quel ringiovanimento una irriverenza imperdonabile. Moltissimi compagni infatti protestarono con forza e con commozione sincera. Preferivano l’immagine tranquilla del vecchio settantenne che era stato interrato nel Mausoleo di Lenin e che era morto serenamente secondo il comunicato ufficiale del Cremlino scritto da Beria e trasmesso il venerdì 8 marzo alle 4 del mattino dalla radio sovietica, preceduto da un rullo di tamburo. Nessuno ancona sapeva che Stalin era morto ubriaco e che deliberatamente non era stato soccorso in tempo dai suoi fedeli compagni che si erano ubriacati con lui sino alle sei del mattino: Beria, Kruscev, Malenkov, Bulganin e Kaganovic. Sulle ultime ore di vita del dittatore ci sono tre versioni diverse, quella di Kruscev, quella recente della principale guardia del corpo di Stalin, Alexander Rybin, e quella di Svetlana, la figlia di Stalin. Le ultime due versioni, che pure divergono su diversi punti, concordano sul deliberato, lunghissimo ritardo, dell’aiuto medico. Svetlana e Kruscev concordano invece sul comportamento di Beria: «Ogni volta che sul viso di Stalin sembravano apparire vaghi segni di un ritorno di coscienza che potevano ancona far pensare a una guarigione, sia pure improbabile, Beria si gettava in ginocchio al suo capezzale, gli prendeva le mani e le copriva di baci. Poi, quando Stalin sembrava piombare di nuovo nella incoscienza completa, Beria gli chiudeva gli occhi, si alzava in piedi, sputava e lo insultava».  probabile che nessuno sia in grado di costruire una biografia di Stalin passabilmente veritiera, e sarà difficile giudicare l’opera di tardivo revisionismo che stanno facendo gli storici proprio in previsione del cinquantesimo anniversario della morte, il 3 marzo prossimo. Sicuramente, nel lontano 1953, l’uomo che è considerato, con Hitler, «il più grande criminale del secolo» era adorato come un Dio in terra. Ed è dunque ovvio che i comunisti francesi si indignassero contro Picasso. Sotto accusa finì soprattutto il settimanale ”Les lettres Françaises” che aveva stampato il suo disegno blasfemo. Al punto che alla fine il direttore Pierre Daix fu costretto a pubblicare un comunicato della direzione del Partito comunista che «condannava categoricamente» quel ritratto e lodava e ringraziava «i tanti compagni che hanno immediatamente fatto conoscere la loro disapprovazione al comitato centrale». L’autore di Guernica venne ruvidamente invitato a ispirarsi ai grandi artisti del realismo socialista. Anzi, Fougeron, che a quel tempo era il più autorevole pittore comunista francese, scrisse di Picasso: «Eppure gli sarebbe bastato semplicemente riprodurre una foto o, meglio ancora, l’opera proba di un artista sovietico». Il direttore delle ”Lettres Francaises” telefonò, stupefatto, a Elsa Triolet, la famosa moglie di Aragon, e le disse: «Insomma, Elsa, Stalin non è mica Dio il Padre!». Ma lei lo interruppe: «E invece è proprio così, caro Pierre». Francesco Merlo