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 2003  febbraio 27 Giovedì calendario

Agli alpini in Afghanistan è toccata la zona di Khost: un crocevia di terroristi in pieno Medioevo, L’espresso, 27/02/2003 Un letto di fiume asciutto, incassato fra le gole

Agli alpini in Afghanistan è toccata la zona di Khost: un crocevia di terroristi in pieno Medioevo, L’espresso, 27/02/2003 Un letto di fiume asciutto, incassato fra le gole. Percorribile quando il tempo è clemente solo in jeep o a piedi. Un budello pieno di buche e di sassi che rotolano dai picchi sovrastanti. Unica strada che unisce la cittadina afgana di Khost, dove da metà marzo il contingente italiano degli alpini darà la caccia ai talebani e ai terroristi di Al Qaida, alle zone tribali del Pakistan, dove l’inverno scorso si è eclissato Osama bin Laden attraverso il massiccio di Tora Bora. Una sbarra arrugginita segnala la frontiera distrattamente presidiata da soldati sdruciti e denutriti. Il confine, su queste montagne, è una gruviera: basta spostarsi di poche centinaia di metri per entrare in un dedalo di sentieri abbandonati. Buchi neri attraverso cui ogni giorno decine di fanatici indottrinati nelle madrasse fanno la spola fra i due paesi. Le zone tribali sono accessibili agli occidentali solo con un permesso di Islamabad. Sono territori autonomi in cui i capitribù hanno potere di vita e di morte. Devoti alla concezione più integralista dell’Islam coltivata nelle scuole coraniche; sensibili ai deliri di distruzione di Al Qaida; complici omertosi di Bin Laden che non hanno tradito neanche per la stratosferica taglia promessa dalla Casa Bianca. In queste terre economicamente sollevate dalla cospicue rimesse in valuta degli Emirati, l’esasperarazione della fede può più del danaro. Negli ultimi mesi l’incitamento martellante alla guerra santa è venuto da un misterioso mullah che si muove nel Nord Waziristan, fra il villaggio di Zhira Kel (il primo che si incontra da Khost dopo il confine) e Bardoni. Un innominato delle cui prediche incendiarie si rintraccia qualche eco sui fogli locali. E a cui, sul versante afgano nella regione di Pakhtia, si rifanno i minacciosi proclami di Sad-e-Moqawamat (Voce della resistenza), una radio clandestina che trasmette nella zona fra Khost e Gardez. Cambiando continuamente frequenze per sfuggire al monitoraggio dei satelliti. C’è un filo rosso che collega il popolo dei turbanti al di qua e al di là del confine. Una regia che regola il traffico umano dei terroristi, spesso mimetizzati nella marea dei profughi che fanno ritorno in Afghanistan, e mantiene altissima la tensione. Alimentando lo spirito di vendetta dei talebani. E risvegliando l’antiamericanismo dei membri di Al Qaida in sonno. La centrale del terrore farebbe capo a Islamabad, a un ramo deviato dell’Isi, il servizio segreto pakistano che negli anni Novanta aveva appoggiato l’ascesa dei talebani. Il grande vecchio sarebbe un maggiore chiamato Nissim. da lui che prenderebbe direttamente ordine il commando Al Fatah, un nucleo di combattenti che lanciano quasi ogni sera razzi alla periferia di Khost contro la base Salerno.  contro questo nemico sfuggente che dovrà misurarsi per sei mesi il nostro contingente, in una natura maestosa e ostile, difficile da addomesticare, piena di caverne, anfratti, cunicoli, dirupi. Scenari danteschi che consentono ai terroristi molteplici vie di fuga. Il compito principale degli alpini è quello di impedire ai talebani e agli uomini di Bin Laden di riconquistare l’area di Khost. qui che lo sceicco del terrore organizzò il primo campo di addestramento. qui che sarebbe stato visto a cavallo lo scorso marzo al comando di un drappello di 80 guerriglieri. qui che sorge il cimitero delle vittime di Al Qaida, meta di frequentissimi pellegrinaggi, con le tombe sempre ricoperte di fiori e con le bandiere degli adepti che garriscono al vento. Un santuario che marca il territorio anche in una fase di ripiegamento in cui i seguaci di Osama si curano le cicatrici. Gli alpini dovranno bloccare le vie di accesso, anche le più impervie. Bonificare le caverne dove vengono depositate le armi. Stanare i terroristi nelle grotte. Mettere nel conto la possibilità di agguati e di conflitti a fuoco. Evitare i campi di mine (ce ne sono ancora 12 milioni in Afghanistan). Useranno blindati (Defender e VM 90), a gruppi di 15-20, sulle strade praticabili. E gli elicotteri americani d’assalto UH-60 Black Hawk per raggiungere gli altopiani più isolati. Avranno in dotazione strumentazioni modernissime distribuite nelle tute mimetiche: apparecchi satellitari Gps; visori con lenti speciali per il buio; fucili con mirini telescopici; puntatori a laser invisibili; gli ultimi modelli delle pistole Beretta calibro 9. Ma, soprattutto, dovranno imparare a conoscere a fondo le insidie del territorio. Fondamentale per il lavoro degli alpini sarà lo studio dei dossier riservati dei 25 agenti del Sismi infiltrati dallo scorso dicembre nella regione. Incursori appartenenti al reparto Humint (Human Intelligence). Sensori umani, come vengono definiti in gergo, scelti anche per i tratti somatici non inequivocabilmente dissimili da quelli dell’etnia pashtun. Affilati in volto, e un po’ scuri di pelle. Con qualche rudimento di parsi e dari, gli idiomi più diffusi. Pellegrini che girano da tre mesi per i villaggi, infagottati in pelli di montone o mimetizzati nelle tuniche afgane. Dormono nei sacchi a pelo in rifugi di fortuna, o in casupole affittate nelle zone rurali. Sincronizzano i movimenti con gli 007 statunitensi e britannici e con l’intelligence afgana. Sfruttano i contatti delle organizzazioni umanitarie presenti in zona. Ingaggiano a suon di dollari antenne locali sul posto. Mediano con i signorotti locali. Fotografano e mappano gli itinerari più pericolosi e i punti più strategici (incroci, ponti, gallerie). Registrano nei luoghi pubblici e nei bazar le conversazioni più minacciose. Scandagliano i flussi migratori da oltre confine. E inviano con i palmari rapporti criptati al quartier generale di Bagram, cambiando frequenza fino a cento volte al minuto per non essere intercettati. La loro è una missione top secret. Ufficialmente ignorata anche dalla nostra ambasciata e dai comandi operativi della Nibbio (è il nome della missione degli alpini). Se sono acciuffati, non vengono liberati per via diplomatica. Vengono scambiati con prigionieri talebani, tramite i buoni uffici dei governo di Kabul. Dal monitoraggio degli uomini dei Sismi è emerso che i possibili nemici non sono solo i talebani e gli uomini di Osama. Le insidie provengono anche dagli antichi rancori fra i signori locali della guerra. Che sfociano in scontri fra clan e in soffiate agli americani per indebolire i rivali. Regolamenti di conti fra saladini feroci come Gulbuddin Hekmatyar, filoiraniano e nemico giurato di Hamid Karzai, il premier insediato a Kabul dagli americani. Soprannominato il macellaio perché in uno degli innumerevoli capitoli del conflitto civile non esitò a prendere a cannonate la capitale. Da un covo di Islamabad, il comandante infiltra i suoi uomini lungo il confine poroso per taglieggiare e reclutare i contadini nelle valli dove è tornata al top la produzione dell’oppio. Obiettivo: creare a Khost e Gardez una testa di ponte capace di tenere in scacco il debole governo di Karzai. Il premier è nel mirino di un altro despota sanguinario. Il giovane Saifur Rahman, figlio di uno dei combattenti che negli anni Ottanta sgominò l’Armata Rossa, ras della regione al tempo dei talebani, e pervaso da un odio insanabile verso gli americani. Le tensioni nascono anche per banali questioni di gelosia. Padsha Khan Zadran, un capo pashtun dell’Alleanza dei Nord che ha liberato l’Afghanistan dall’incubo dei talebani, si aspettava come ricompensa il governatorato di Pakhtia. Ma per i complicati equilibri di potere la carica è andata a Hakim Taniwal, un tagiko. E Padsha Khan, che è solito accogliere amabilmente i giornalisti perché tiene all’immagine, quando si innervosisce fa il Ghino di Tacco e organizza posti di blocco e razzie. «Siamo consapevoli che potrebbe trattarsi di una missione a rischio elevato e siamo preparati per ogni emergenza», assicura il generale Giorgio Battisti, comandante di tutte le forze armate italiane in Afghanistan: «I nostri soldati non sono stati neanche turbati dalle polemiche sulla natura effettiva del loro incarico. Sanno di poter contare su uno standard di professionalità assoluta. L’intesa con gli americani è ottima. E poi il nostro esercito ha già maturato un alto livello di esperienza nelle guerre dei Balcani». Nelle ultime settimane non si sono registrati assalti particolarmente significativi a Kabul, dove è di stanza l’Italfor, il nucleo italiano che partecipa all’Isaf, la missione di peacekeeping dell’Onu. Anche la situazione dell’ordine pubblico appare sotto controllo, grazie alla cresciuta efficienza della polizia afgana addestrata dai nostri soldati. Qualche razzo notturno lanciato da postazioni impossibili da individuare sibila su Bagram, il quartier generale di Enduring Freedom a un’ora di macchina dalla capitale, dove sono provvisoriamente alloggiati gli alpini. E nella stessa Khost, l’avamposto più sguarnito, il generale inverno ha mandato un po’ in letargo il revanscismo dei talebani. Ma con la primavera, e la viabilità meno impossibile, si dà per scontata una ripresa del terrorismo. Duecento giovinastri non identificati girerebbero senza barba (per camuffarsi meglio) nelle strade di Kabul. Pronti a seminare il panico. Senza contare che la possibile guerra in Iraq potrebbe accentuare l’aggressività della guerriglia antiamericana. «Ci muoveremo con la massima prudenza nei pattugliamenti», dice il colonnello Claudio Berto, comandante della missione Nibbio: «Ma cercheremo nello stesso tempo di farci benvolere dalle popolazioni locali. La nostra presenza a Khost ha anche uno scopo umanitario. Porteremo assistenza medica nei villaggi e veterinaria nelle campagne. Il nostro compito è quello di difendere la nuova democrazia afgana e di creare le condizioni sociali per lo sviluppo». Gli alpini vivono l’avventura afgana senza apparenti nervosismi. Stanno arrivando a Kabul a scaglioni, con aerei provenienti da Pratica di Mare. Solo agli inizi di marzo il contingente di mille uomini sarà al completo. In attesa di trasferirsi a Khost, dove alloggeranno in tende circondate da ulivi, si sono sistemati a Bagram in prefabbricati di legno. E continuano ad addestrarsi al poligono. Hanno inaugurato una mensa che attira i soldati Usa. Nel tempo libero si distraggono al bar della base con la musica tecno, fanno incetta allo spaccio di prodotti occidentali e chattano con le loro ragazze via Internet. A differenza degli americani che, pur essendo i liberatori sono percepiti come corpi estranei e a volte ostili (la Cia non va troppo per il sottile negli interrogatori degli elementi sospetti), gli italiani godono di simpatie. Legate all’ospitalità concessa al loro re in esilio a Roma come pure all’opera umanitaria svolta a Kabul da alcuni medici di frontiera come Gino Strada e Alberto Cairo. L’etichetta di «italiani brava gente» che ci accompagna anche in queste lande non è una garanzia di immunità, ma non provoca nemmeno accesi risentimenti . Un ruolo fondamentale sarà affidato alle quattro alpine e alla paracadutista che si insedieranno nei prossimi giorni a Khost. Dovranno occuparsi dei contatti con la popolazione femminile, imprigionata nella gabbia di costumi medievali. Ridurre un salto di secoli. Farsi accettare da una cultura in cui la donna continua a vantare diritti minimi. Con i talebani o senza. Gianni Perrelli