Siegmund Ginzberg l’Unità, 20/02/2003, 20 febbraio 2003
Il raìs perdona i traditori, poi li fa a pezzi. L’ultimo che consigliò a Saddam di sparire tornò a casa in un sacco di tela, l’Unità, 20/02/2003 Baghdad ha smentito l’arresto di uno dei generali più vicini a Saddam Hussein, il suo ministro della Difesa Sultan Hashim Ahmed, che è anche suo consuocero (la figlia del generale è maritata al figlio minore di Saddam, il «moderato» Qusay, da tempo indicato come successore designato al posto del «pazzo» e sanguinario Uday)
Il raìs perdona i traditori, poi li fa a pezzi. L’ultimo che consigliò a Saddam di sparire tornò a casa in un sacco di tela, l’Unità, 20/02/2003 Baghdad ha smentito l’arresto di uno dei generali più vicini a Saddam Hussein, il suo ministro della Difesa Sultan Hashim Ahmed, che è anche suo consuocero (la figlia del generale è maritata al figlio minore di Saddam, il «moderato» Qusay, da tempo indicato come successore designato al posto del «pazzo» e sanguinario Uday). Hanno definito «non solo sciocchezze, ma sciocchezze ridicole» che, mentre continua ad apparire alle riunioni di gabinetto e in tv, in realtà sarebbe prigioniero, con la famiglia, nella casa Baghdad circondata dalle guardie personali del dittatore, come aveva riferito il britannico ”Guardian”. Ma che qualche problema e qualche sospetto nei confronti dei suoi fedelissimi il dittatore lo abbia è confermato dall’agghiacciante avvertimento che ha rivolto ai suoi generali perché vigilino sui potenziali traditori nei loro ranghi. «Il tradimento è un atto indegno di un uomo. Non ci fa paura. Tuttavia, se non si fa attenzione, un atto di tradimento si può sempre verificare. E questo fa sì, che dobbiamo essere vigilanti. Come potrebbe un traditore, un essere così spregevole ed effeminato, sostenere lo sguardo del popolo nel cui petto fervono onestà, fede e zelo?», avrebbe detto, stando a quel che riferisce la controllatissima stampa di regime, nel corso di un incontro lunedì scorso con gli ufficiali più alti in grado delle forze armate irachene. Rispondeva a qualcuno che gli aveva chiesto dell’eventualità che il nemico assoldasse traditori per scalzarne il potere dall’interno. Gli ha risposto dicendosi sicuro che i complotti e i traditori faranno la stessa fine che hanno fatto tutti i tentativi per metterlo da parte. «Simili stupidaggini le può fare solo chi non conosce il nostro popolo ed è influenzato da menti malate», gli ha detto. Tutti hanno inteso che sarà spietato, come lo è sempre stato, nei confronti di chiunque sia anche solo sospetto di poterlo tradire. E non è escluso che purghe feroci ai vertici stessi delle forze armate siano già in corso, tipo quelle che si sono periodicamente avvicendate negli anni. Certo non sarà la prospettiva di decapitare l’esercito alla vigilia della guerra a trattenerlo. Stalin non aveva esitato, per sospetti anche meno fondati, a decapitare l’intero Stato maggiore dell’Armata rossa giusto alla vigilia della Seconda guerra mondiale. I «traditori» che Saddam ha in mente rientrano probabilmente in tre categorie: i generali che potrebbero mirare a sostituirlo o allontanarlo dal potere per evitare la guerra e salvare il sistema di potere baathista; gli scienziati cui aveva affidato i suoi progetti di armi proibite e che Washington insiste perché vengano intervistati dagli ispettori dell’Onu all’estero, e che potrebbero rivelare qualcosa che fornirebbe il casus belli; quelli che potrebbero avere semplicemente la tentazione di consigliargli di andare in esilio o mettersi «temporaneamente» da parte o anche solo non più così esposto in primo piano. L’ultimo che aveva avuto l’imprudenza di farlo era stato negli anni Ottanta, al momento in cui la guerra con l’Iran volgeva al peggio, il suo ministro della Sanità Ryadh Ahmed. A tendergli la trappola era stato lo stesso Saddam, chiedendo ai fedelissimi, nel corso di una riunione di gabinetto, di consigliarlo sul da farsi in piena libertà. Ahmed, presolo ingenuamente in parola, suggerì che, siccome a Teheran l’ayatollah Khomeini rifiutava ogni proposta di armistizio finché al governo a Baghdad fosse rimasto l’iniziatore della guerra, lui avrebbe potuto far finta di dimettersi, per poi riprendere le redini una volta conclusa la pace con l’Iran. Saddam lo ringraziò per la franchezza. Poi ordinò immediatamente che venisse arrestato. Qualche giorno dopo il cadavere venne restituito alla famiglia in un sacco di tela, a pezzi. Sembra che da allora a nessuno, tanto meno agli intimi, sia mai passato per l’anticamera del cervello di dargli consigli non graditi. Non è un mistero che molti, a cominciare dagli Stati Uniti, fino ai più stretti cugini arabi e confinanti, ex «amici» quanto ex «nemici», ritengono che l’unica possibilità realistica per evitare la guerra sia a questo punto che Saddam se ne vada in esilio o sia rovesciato da un golpe di palazzo. Qualcuno lo ha definito «la madre di tutti i golpe». Ci avrebbero provato anche i servizi russi, con Vladimir Putin, uomo del mestiere, che alla fine vi avrebbe rinunciato perché impraticabile o, secondo un’altra interpretazione, perché che la cosa fosse organizzata da Mosca non piaceva agli americani. Un colpo di Stato a Baghdad, o l’assassinio di Saddam Hussein è obiettivo dichiarato della Cia sin dalla fine della Prima guerra del Golfo, nel 1991. Gli addetti ai lavori sostengono che ci hanno provato diverse volte, e in tutte le maniere. Il più noto dei tentativi ci fu nel 1996. Fallì quando i servizi iracheni riuscirono a mettere le mani su un cellulare che era stato fornito ai cospiratori da un gruppo dell’opposizione in esilio basato in Giordania. Secondo la leggenda, usarono il cellulare per inviare un messaggio al mittente: tornatevene a Langley (il sobborgo di Washington che ospita il Quartier generale della Cia). Ci sono state defezioni clamorose, come quella dei due generali fratelli che avevano sposato le figlie di Saddam e fuggirono in Giordania. Non si è mai capito bene con quali argomenti riuscissero a farli tornare a Baghdad promettendo un perdono paterno: comunque furono ammazzati poche ore dopo il rientro. Saddam, che era arrivato al potere con un golpe, e conosce a perfezione trucchi e rischi del mestiere, si è sempre rivelato un bersaglio estremamente tosto per i migliori specialisti mondiali in materia. Tanto che il fallimento di ogni tentativo è stato spesso spiegato, nel mondo arabo che ha un penchant per le teorie del complotto e le dietrologie, con l’argomento che dovesse in qualche modo godere ancora di qualche forma di protezione da parte dei suoi ex amici e sostenitori a Washington. Una delle scommesse su cui sembrano appuntarsi ora le speranze a Washington è che le forze armate, su cui si fonda il suo potere, siano stanche e pronte ad abbandonarlo alla prima occasione. A segnali di insofferenza nella leadership ristretta a Baghdad ha fatto riferimento il capo di Stato maggiore delle forze armate Usa generale Richard Myers. Tony Blair ha detto che la sua presa sulla cerchia ristretta dei fedelissimi «si sta indebolendo». Non potrebbe più fidarsi pienamente nemmeno della sua Guardia repubblicana, sotto il diretto comando del figlio Qusay. Ma altri, tra gli addetti ai lavori occidentali, invitano a non farsi eccessive illusioni, o fanno notare che le basi del suo potere sono più complesse, si fondano su una sapiente costruzione di lealtà tribali. Il Pentagono e la Cia avrebbero trasmesso ai gruppi dissenzienti iracheni in esilio, una lista di 14 altissime personalità del regime su cui sarebbe possibile «lavorare». Circolano anche liste di alti ufficiali. C’è chi sostiene che su questi si appunterebbero le speranze di suscitare una ribellione, o almeno dividere i gerarchi civili da quelli militari. Includerebbero persino familiari del dittatore. Ma l’ipotesi più corrente è che si tratti soprattutto di un tentativo di fomentare i sospetti, spingere Saddam a nuove purghe che lo indeboliscano. Siegmund Ginzberg