Franco Cordelli Corriere della Sera, 11/02/2003, 11 febbraio 2003
A volte la vita si vendica teatralmente del teatro, Corriere della Sera, 11/02/2003 La scena è più movimentata, più elettrizzante di quella che all’Eliseo di Roma si recita in Metti una sera a cena di Peppino Patroni Griffi
A volte la vita si vendica teatralmente del teatro, Corriere della Sera, 11/02/2003 La scena è più movimentata, più elettrizzante di quella che all’Eliseo di Roma si recita in Metti una sera a cena di Peppino Patroni Griffi. In sala ci sono i carabinieri, vorrebbero irrompere, e chiudere la faccenda in fretta e furia. Per fortuna qualcuno li frena, ne arresta l’impeto prima che loro arrestino Kaspar Capparoni. Ma che è successo? successo che Capparoni, un attore lanciato da Patroni Griffi e che ha interpretato con grande successo Pirandello o Romeo Giulietta , un’interpretazione per la quale ha perfino vinto un bel premio, un attore che le grandi platee tv conoscono per la sua partecipazione a ”Incantesimo”, costui è tranquillamente uscito di casa dopo avervi rinchiuso la moglie e il figlio di un anno. Per la verità, la moglie non l’aveva soltanto rinchiusa: l’aveva anche rudemente picchiata, come in altre occasioni, in specie alla fine dello scorso anno, quando lei aveva sporto denuncia. Ma, come spesso succede, queste cose si ripetono, vi è nella gelosia e nella reazione alla gelosia una tendenza a non mollare la presa. Capparoni prima s’è esibito, in casa. Poi ha preso con sé l’altro figlio, una bambina di dieci anni, e - come se niente fosse - l’ha portata a teatro, perché assistesse all’altra sua esibizione, quella pubblica, quella cioè «non riservata». La questione, così frequente, così diffusa, in questo caso è speciale. Certo, Capparoni è un divo, è un bell’uomo, è un attore che si misura coi classici ma che non disdegna gli spettacoli popolari. Che egli susciti gelosia in chi l’ama, questo è comprensibile. Ed è anche all’ordine del giorno, ahimé, il fatto che questa gelosia a tanti sia fastidiosa e che se ne sbarazzino con una certa disinvoltura. Ciò che è più raro è che costoro interpretino due parti, o forse tre. La prima, che ci limitiamo a supporre, è quella del marito privo di colpe. La seconda è quella del marito colpevole e che, colpevole o innocente, per usare un eufemismo prende a ceffoni la moglie e, alla stregua di un’odalisca, la rinserra nell’harem. La terza è quella che recita tutta la sere e la domenica pomeriggio, quand’è stato tratto in questura, in una commedia che è l’antitesi esatta di quant’è successo tra le mura domestiche. Ecco, il punto cruciale è questo. In Metti una sera a cena si propone al pubblico un mondo libero da vincoli, da pregiudizi, da quelle antichità, la gelosia e la stramba idea che la famiglia è sacra ed inviolabile? Ebbene, la vita si vendica. Anch’essa, per invidia, in modo teatrale. La famiglia dell’uomo che tutte le sere si pavoneggia in dichiarazioni sperticate di libertà, di libertinaggio, di nonchalance nei rapporti sentimentali e sessuali, quella famiglia l’incalza, lo mette alle corde, in un certo senso lo costringe all’abiura. Lui, esasperato, o viziato da ciò che recita, reagisce. Ma come reagisce, come potrebbe reagire, se non in modo eccessivo, drammatico, e subito dopo, nel tragitto da casa verso l’Eliseo, in quella terra di nessuno, dove nessuno ti vede, in modo anti-drammatico, in modo comunque e sempre teatrale? Franco Cordelli