Anna Guaita Il Messaggero, 12/02/2003, 12 febbraio 2003
La Vecchia Europa e il nuovo antibushismo, Il Messaggero, 12/02/2003 New York. Da intellettuale inglese trapiantato negli Usa, gli è toccato tante volte di dover difendere l’America contro i suoi più accesi detrattori europei
La Vecchia Europa e il nuovo antibushismo, Il Messaggero, 12/02/2003 New York. Da intellettuale inglese trapiantato negli Usa, gli è toccato tante volte di dover difendere l’America contro i suoi più accesi detrattori europei. Ora Tony Judt si trova nella «scomoda posizione» di dover fare il contrario: difendere l’Europa contro la montante ondata di antieuropeismo che sta contagiando l’America. Docente di Storia Europea alla New York University, opinionista ascoltato, autore di numerosi autorevoli volumi sulla storia culturale e politica dell’Europa moderna, Judt è stato fra i primi, la scorsa estate, ad accorgersi di questa frattura, e ora ci aiuta a capirne l’origine. Professore, c’è stato un momento, un fatto particolare che ha scatenato l’ondata anti-Europa? «Da un po’ di tempo a Washington ci si chiedeva se l’Europa fosse in grado di prendere serie decisioni militari tutta da sola. Ma su questo retroterra di scetticismo, si innesta la nuova generazione di politologi arrivati a Washington con la nuova Amministrazione. Autori di documenti, discorsi e proposte, non al livello di Rumsfeld o Cheney (segretario della Difesa e vicepresidente, ndr), ma teorici di secondo livello, che mettono in discussione i principi con cui la nostra generazione è cresciuta. Ideologi per cui non esiste necessariamente una comunità di interessi con l’Europa, per cui l’Europa è un’entità irrilevante, che deve dimostrare il proprio valore». Ma questi giovani ideologi non possono essere nati nel nulla. Cosa li motiva, nella ribellione antieuropea? «Beh, certo c’è una dialettica in corso. Ad esempio, io avverto in Europa un antiamericanismo che ha pochi precedenti, e che definirei più una forma di anti-bushismo. un sentimento anche più forte dell’antipatia che negli Anni Ottanta si provava contro Ronald Reagan. Per di più è un sentimento penetrato anche a livello popolare, mentre negli Anni Cinquanta e Sessanta l’antiamericanismo era appannaggio delle classi più colte. C’è disprezzo per le idee e lo stile di Bush e per i suoi ministri. C’è rabbia perché si avverte che è disinteressato all’opinione dei suoi vecchi Alleati. C’è anche rabbia per il modo con cui ha condotto la crisi israeliana: ha appoggiato Sharon ben oltre quanto gli sarebbe stato necessario per motivi interni». Dunque, antieuropeismo come reazione all’antiamericanismo? «Sì, ma va anche notato che l’antiamericanismo offre all’Amministrazione l’occasione di realizzare la sua strategia di dividere l’Europa. Questa storia della Vecchia e Nuova Europa, ad esempio, nasce dalla sciocca soddisfazione che alcuni nell’Amministrazione provano nel sottolineare le divisioni e le contraddizioni interne all’Europa. Divisioni che l’Amministrazione è solo felice di esasperare, come si vede dall’insistenza con cui ha fatto la corte a Berlusconi e ad Aznar. E perché? Perché una volta divisa l’Europa, poi diminuirà anche la resistenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite...». Professore, come l’antiamericanismo attecchisce fra le classi popolari in Europa, l’antieuropeismo attecchisce fra le classi popolari in America. Non è solo questione di politica dell’Amministrazione e dell’Ue. Non crede che ci sia un ruolo giocato anche da Hollywood? Pensi a Spielberg, a Salvate il soldato Ryan, in cui sembra che l’America abbia fatto la seconda guerra mondiale da sola... «Posso confermarle che mi capitano studenti che si sono nutriti di prodotti hollywoodiani, convinti proprio di quel che lei dice. Negli ultimi venti anni, la cultura popolare ha prodotto una grave distorsione della realtà. Pensi al film The Patriot (con Mel Gibson): ebbene, lì gli americani delle colonie erano la personificazione di tutte le virtù, e le giubbe rosse britanniche erano la personificazione del male. Nel comportamento della Gran Bretagna, in quel film, c’era addirittura una premonizione del fascismo delle dittature europee del Novecento. Mi capitano studenti che vedono l’Europa come un grande cimitero pieno di grande arte. O studenti che sanno solo che in Europa c’è stato Auschwitz, il collaborazionismo, l’appeasement, e infine la liberazione per mano americana. Nessuno gli ha raccontato della resistenza, dei morti, e soprattutto del fatto che l’America è entrata in guerra in ritardo, e solo dopo che era stata colpita. Così questi studenti pensano che l’Europa sia ingrata, perché non sanno null’altro che quello che passa Hollywood». E a questi studenti, lei cosa dice? «Che essere ”anti” è un’idiozia, anzi una forma di provincialismo. Ad esempio, essere ”antiamericani” a Parigi è un modo di essere francesi in modo provinciale. A questi studenti dico che essere antieuropei è fondamentalmente un sentimento antiamericano. Gli unici amici veri che l’America ha nel mondo sono gli europei. Solo con loro condividiamo idee, storia, sentimenti. Solo da loro ci viene una cooperazione genuina. Il resto, gli amici del momento, offrono un’amicizia dettata da interesse che potrebbe non durare». Anna Guaita