Vittorio Zucconi la Repubblica, 11/02/2003, 11 febbraio 2003
Gli statunitensi reagiscono alle resistenze francotedesche sull’Iraq a colpi di «perfidi» e «mangiaformaggio», la Repubblica, 11/02/2003 Opposto e perfettamente speculare all’antiamericanismo che divampa in Europa alla vigilia della guerra, scoppia e cresce in America l’antieuropeismo
Gli statunitensi reagiscono alle resistenze francotedesche sull’Iraq a colpi di «perfidi» e «mangiaformaggio», la Repubblica, 11/02/2003 Opposto e perfettamente speculare all’antiamericanismo che divampa in Europa alla vigilia della guerra, scoppia e cresce in America l’antieuropeismo. Tra amarezza, sbalordimento, incomprensione e rabbia, il pubblico americano e i suoi leader d’opinione vedono e denunciano il «tradimento», l’«ammutinamento», l’«ingratitudine», la «doppiezza» e la «perfidia» (e la lista degli insulti sarebbe interminabile) di tedeschi, russi, belgi, ma, soprattutto, delle odiate - cito una battuta sprezzante ripresa addirittura dal cartoon dei Simpsons da vari commentatori - «scimmie arrendiste e mangiaformaggio». Dai francesi. L’«antieuropeismo» non è certamente una novità partorita dalla rivolta franco-tedesca. latente nella eredità genetica di questa nazione che ha, se non odio aperto, certamente la più profonda diffidenza verso i regni, le chiese, i potentati, i baroni e i tiranni, dai quali tutta l’America bianca scappò. Le due guerre in un secolo, combattute a carissimo prezzo per salvare l’Europa da se stessa e indirettamente l’America, hanno rafforzato l’innata convinzione che dall’altra parte del mare non possano che venire, insieme con abiti chic e manicaretti squisiti, altro che guai. E che avessero ragione i padri fondatori, ammonendo la neonata repubblica a non lasciarsi mai invischiare in trattati e impegni internazionali. Nello squilibrato matrimonio euro-americano, l’antiamericanismo, come un tempo erano le infedeltà della moglie, è una colpa ideologica grave, mentre l’antieuropeismo è la comprensibile e giustificabile scappatella del marito. Per ragioni di evidente sudditanza politica e culturale, a noi, sul Vecchio continente, non è lecito dissentire dalle scelte di Washington, senza subire paternali sulla nostra ingratitudine, la nostra doppiezza o, fortunatamente sempre meno, del nostro inestirpabile ”sinistrismo”, forse perché dell’Europa, soprattutto della Francia, l’America non si è mai interamente fidata e l’11 settembre non ha affatto proiettato la psicologia americana verso un nuovo modo di vedere il mondo. L’ha, al contrario, risospinta all’indietro, alla sua condizione naturale e storica, quella di diffidare di tutti e contare soltanto su se stessa, sui cugini ”anglo” e sugli occasionali staterelli satelliti. Ed ecco riaffiorare l’antieuropismo. Leggere i giornali e ascoltare le tv in questi giorni, significa dunque fare una scorpacciata di improperi e di insulti che attraversano conservatori e progressisti, città cosmopolite e comunità rurali, dove molti finalmente possono vendicare il perenne inferiority complex americano verso il decadente snobismo trash dell’Europa e sfogare tutto il rancore per i frogs e i boches, le «ranocchie» e i «crucchi» dell’antica propaganda angloamericana contro i continentali. In quella che ormai è un’«anglosfera», come l’ha definita il brillante opinionista del ”Sunday Times”, Andrew Sullivan, torna a essere accettabile, anzi, addirittura politically correct, insolentire la «vecchia Europa», ora che anche il ministro della Difesa e falco in capo, Rumsfeld, l’ha insultata a più riprese. I vignettisti banchettano, con caricature del tedesco panciuto in lederhosen o del francese con baffetti sottili, esatto equivalente del solito americano con cappellone da cow boy e pistole nella fondina dei nostri santini da manifestazione pacifista. Columnist e autori seri e riflessivi, si sbizzarriscono, nel clima di «liberi tutti» creato dalla marcia in ordine sparso verso la guerra, per cercare gli epiteti più sanguinosi. Thomas Friedman, sul ”New York Times”, propone d’espellere tout court la Francia dal Consiglio di sicurezza sostituendola con l’India, che per 40 anni fu vista come un’utile compagna di strada dell’Urss alla testa dei «non allineati». Dalla rete di cable tv oggi più seguita, la Fox di Rupert Murdoch, il commentatore Morton Kondracke dà dei «perfidi» ai francesi, incoraggiato dall’anchorman Fred Barnes con pleonastico entusiasmo: «Non solo perfidi, ma pure malfidati». Ogni stereotipo («perfido» è un classico della propaganda) viene riesumato, nel gioco degli specchi rotti sulle due sponde dell’Oceano. Se molti anti-americani in Europa sono persuasi che Bush voglia annettersi il petrolio iracheno, così gli autori più aggressivi e disinvolti, come quel Cristopher Hitchens beniamino degli ultras della guerra, ci spiegano che Chirac è un «venduto» e fa il pacifista per salvare gli interessi francesi in Iraq mentre Schroeder punta soltanto a ingrossare le dimensioni della torta da spartire, facendo il difficile adesso. Meno divertente, Henry Kissinger avverte il rischio di questa specularità di odi, adoperando un’altra celebre crisi atlantica, quella scatenata dalla guerra francobritannica per Suez. Rammenta a Washington che gli obbiettivi strategici degli Usa «non si raggiungono attraverso l’umiliazione, la soggezione degli Alleati» e agli europei che un’alleanza «i cui membri pensano di poter guadagnare un utile a lungo termine dal fallimento di uno dei loro membri è una contraddizione». Ma proprio la contraddizione simmetrica è l’espressione più adatta, per descrivere il clima degli opposti rancori. Un’aria tossica, nella quale l’invettiva prende il posto del ragionamento, l’insulto sarcastico evita il fastidio di capire perchè, in un’Europa dove le sinistre e i loro media sono sempre più minoranza, la maggioranza dell’opinione pubblica dissenta così aspramente dall’America. Questa, dell’anti europeismo americano, può essere un’altra delle eredità inquinate che l’Iraq ci lascerà da bonificare, in un dopoguerra che si annuncia più difficile della guerra ai resti delle armate irachene. Vittorio Zucconi