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 2003  febbraio 04 Martedì calendario

Il Cav. e il coraggio di uscire dal copione, la Repubblica, 04/02/2003 Gentile presidente Berlusconi, le dirò che cosa ho immaginato che lei potesse fare l’altro giorno, dopo la Cassazione

Il Cav. e il coraggio di uscire dal copione, la Repubblica, 04/02/2003 Gentile presidente Berlusconi, le dirò che cosa ho immaginato che lei potesse fare l’altro giorno, dopo la Cassazione. Lei poi ha fatto altre cose, più immaginabili. Non che me la senta di consigliare nessuno, e tantomeno lei. Forte è l’asimmetria fra le nostre situazioni: e non mi auguro affatto che venga superata dalla parte di sotto. Dunque: la vita pubblica italiana (anche la socievolezza privata) è messa sotto sequestro da un cumulo di circostanze, al centro del quale sta la rincorsa fra lei e la magistratura. Già gravissima, questa situazione minaccia senz’altro di precipitare nella rovina istituzionale e nell’odio civile. Un passato ormai lungo e mal trattato - spazzato un po’ più in là, dagli uni o dagli altri - sgambetta il futuro. Così per la sua personale condizione. Al cui riguardo la legge detta Cirami era una gran sciocchezza, e ormai lo si è visto. Ora l’idea è di riprovarci con un qualche espediente d’immunità. Ma rischia d’esser una doppia sciocchezza. Intanto perché, ripescata a tempi scaduti, la misura evocherebbe ancora più l’interesse di parte e di persona, infiammerebbe opposizione politica e magistratura, avvilirebbe definitivamente l’aspirazione a una dialettica parlamentare. In secondo luogo, ma per lei non secondario, perché qualunque sospensione delle ostilità giudiziarie fino alla decadenza del suo governo la lascerebbe alle prese con i guai penali di qui a tre anni: salvo che lei pensi di farcela a tramutare la sua leadership elettiva in un vitalizio, sicurezza dalla quale la metterei in guardia. Al contrario, quando durante il suo governo i sondaggi cominciassero a risponderle male, come lo specchio alla matrigna di Biancaneve (prima o poi arriva uno più bello di noi), lei s’esporrebbe a una disfatta politica e giudiziaria spaventosa. Vincere tutto è la cosa più pericolosa, perché poi si perde tutto, a piazzale Loreto o in altri luoghi lividi. Ecco dunque che cosa lei avrebbe potuto fare l’altro giorno. Avrebbe potuto dire che accoglieva serenamente, benché trovandola ingiusta, la decisione della Cassazione. Avrebbe potuto spiegare che la ricaduta in una sfida oltranzista fra il suo ruolo e l’imminente sentenza milanese rendeva moralmente contrastata e praticamente inceppata la sua attività di capo del governo. E che dunque, per rivendicare la sua personale difesa e il superiore interesse del governo, lei si dimetteva irrevocabilmente dalla presidenza del Consiglio e dalla carica parlamentare, per presentarsi dall’indomani nell’aula del tribunale milanese in veste di privato cittadino. Che le dispiaceva molto, e che le sarebbe anzi stato molto a cuore di continuare - diciamo la verità: di cominciare - a fare in piena libertà e indipendenza il capo del governo. Che le dispiaceva molto di provocare un’inaudita difficoltà all’istituzione e qualche grattacapo non trascurabile ai suoi amici di partito e di coalizione, ma che difficoltà istituzionale e grattacapi politici non pesavano quanto la riconquista d’una piena dignità personale. (Del resto ogni destino personale è legato con un nodo leggero: possiamo ammalarci, morire, innamorarci, non poterne più). Che si riservava di scegliere, una volta pronunciata la sentenza del processo Sme, se tornare con la sua nuova libertà alla vita politica, o farsi l’altra vita di cui le fosse caso mai venuta voglia. In quest’immaginazione, lei avrebbe usato parole molto misurate, ma la cosa sarebbe stata grossa. Sono infatti almeno in questo d’accordo con lei, che è abbastanza insulso (o ipocrita) l’invito che le viene rivolto a tenere un tono moderato, di fronte alla specie di mosca cieca sull’orlo del burrone in cui ha finito per trovarsi. (Trovo ipocrita anche il rosario d’ammissioni sul suo diritto a non dimettersi dopo una condanna in primo grado: diritto è, ma lei andrebbe a fotografarsi con gli altri capi di governo con una gran palla al piede). Difficile pronunciare parole sobrie in mezzo a una rissa. Un po’ bisogna esagerare. Si tratta di scegliere: se esagerare con le parole - che scavano fossati sempre più profondi, e spalancano i conti, non li saldano - e attenersi a fatti piccoli, se non infimi: una rogatoria oggi, una Cirami domani... O misurare le parole, ed esagerare coi fatti. Esagerare davvero, però: non mettendo mano intempestivamente all’immunità governativa, o alle carriere separate. Esagerare davvero: facendo una cosa normale come presentarsi al banco degli imputati, con un quaderno e una matita. Una cosa così ovvia e semplice da uscire dal copione. Tutto il resto è copione. La sua cassetta sul popolo e i magistrati. La risposta dei magistrati. La leggina di qua. Il pentito di là. Il copione governa il nostro paese, e si fa chiamare bipolarismo; o con altri nomi anestetici - conflitto fra politica e magistratura eccetera. Dove il copione prende la mano agli attori si preparano tragedie - o si consumano, come nel ciclo di attentati e risposte militari in Israele e Palestina. Non si vince segnando il proprio punto, né tentando di far cappotto, nei voti o nelle piazze: e se si vince, è una vittoria agra e corta. Si vince davvero solo rompendo le righe, interrompendo la spirale, buttando via il copione e reinventando. Lei s’è comportato secondo il copione. E’ doloroso, vuole obiettare, tirarsi indietro mentre si decide della guerra e della pace del mondo? A chi lo dice. Immaginiamo che lei si presentasse al processo milanese, spogliato d’ogni carica pubblica. Sarebbe finita, pare, entro Pasqua. Che cosa succederebbe se la condannassero? Avrebbe un appello, qualcuno ne godrebbe, ma con qualche imbarazzo, qualcuno sarebbe ancora più convinto d’uno spirito persecutorio e vendicativo contro di lei. Chi ne avesse voglia potrebbe studiarsi il processo e farsene un’idea meno estrinseca. Che cosa succederebbe se l’assolvessero? Qui la risposta è facile: in più, il confronto fra politica e magistratura avrebbe la sua occasione. Lei s’accontenta del potere d’oggi e della Hammamet di domani? Sarebbe libero lei, e libera l’Italia: liberi d’occuparsi delle cose che aspettano. E anche se fosse condannato, e perfino poi ricondannato, potrebbe considerare, per usare le sue parole, «d’andare fino in fondo». Ci sono cose che sembrano impensabili e insopportabili: fino a quando non s’accetti di pensarle, e di sopportarle. Bisogna credere che ne valga la pena. Una quantità di padroncini ritiene oggi di tenerla in ostaggio. Se le fosse piaciuto fare così, avrebbe ottenuto qualcosa di più che l’uscita dall’angolo in cui, con tanto di maggioranza popolare, si trova. Avrebbe ottenuto di sparigliare il gioco. Cioè di contribuire a qualcosa di cui l’Italia ha un bisogno vitale, una specie d’amnistia unilaterale delle intelligenze e dei cuori. Non mi meraviglio che non l’abbia fatto lei: non ci hanno nemmeno provato anche gli altri, che di lei si pensano meno impettiti. Succederà, un giorno o l’altro. Chi lo sapesse fare, in Italia, si guadagnerebbe, perciò solo, un titolo di merito superiore a qualunque vittoria personale e di partito. Tanti saluti e auguri. Adriano Sofri