Barbara Spinelli La Stampa, 02/02/2003, 2 febbraio 2003
Francia e Germania criticano Blair in nome di un’unità che ancora non esiste, La Stampa, 02/02/2003 Si è parlato molto nei giorni scorsi di vecchia e nuova Europa, sulla scia della divisione del mondo fatta senza convenevoli, ma con notevole senso delle convenienze, dal segretario alla Difesa americano Rumsfeld
Francia e Germania criticano Blair in nome di un’unità che ancora non esiste, La Stampa, 02/02/2003 Si è parlato molto nei giorni scorsi di vecchia e nuova Europa, sulla scia della divisione del mondo fatta senza convenevoli, ma con notevole senso delle convenienze, dal segretario alla Difesa americano Rumsfeld. Si è parlato di un’Europa che avrebbe conservato e poi dato prova della propria dignità, contrapponendosi alla politica Usa, e di un’Europa che avrebbe invece perduto la dignità, facendosi vassalla della potenza egemone e della sua guerra: la prima Europa sarebbe impersonata dall’alleanza franco - tedesca, la seconda dalla lettera di solidarietà con Washington che sette capi di governo, unitamente al presidente ceco Havel, hanno firmato giovedì su ispirazione anglo -spagnola, oltre che americana. è in questo quadro che non pochi esponenti della classe politica, in Francia e Germania, hanno suonato le campane a morto per l’unità fra europei, per la possibilità di una politica estera comune, per il progetto di un’Unione dotata non solo di un’unica moneta, ma anche di un’unica spada. In realtà, essi hanno rimpianto quello che non c’è e, almeno per quanto riguarda la Francia, quello che non hanno mai voluto. Tutti costoro si lamentano molto, e ritengono che una grande occasione di unità sia andata perduta. Parlano di cavalli di Troia americani, insediati negli interstizi dell’Est europeo e perfino nel paese fondatore che è l’Italia. Si pentono, quasi, di aver aperto le porte della Comunità a paesi infidi come la Repubblica Ceca, l’Ungheria, e la Polonia che più d’ogni altro paese dell’Est coltiva rapporti d’amicizia profonda con l’America. Sono convinti che l’Europa sia in frantumi, e che la guida su di essa sia ormai nelle sicure mani della Gran Bretagna e di quello che è un suo antico sogno: dividere il continente, per non essere condizionata; impedire che in esso si formi una qualsiasi egemonia rivale con la potenza di Londra (oggi: con la potenza anglo - americana); operare perché nulla di sovranazionale nasca nelle terre d’oltre Manica. In tutte queste analisi c’è del vero, soprattutto per quel che riguarda l’ambizione britannica e l’abilità del suo primo ministro. In poco tempo, Blair è riuscito in effetti a trascinare con sé Spagna, Italia, Portogallo, Danimarca. E per la prima volta ha tolto ai tedeschi quello che costituiva un loro saldo monopolio geostrategico: l’economia politica, culturale, sulle nazioni d’Europa centro orientale che stanno per entrare nell’Unione. L’arte del leader laburista non ha nulla di arcano, di inspiegabile: il primo ministro ha fatto politica nel vecchio continente e si è interrogato politicamente, a differenza di altri dirigenti europei. Si è dato da fare per convincere gli incerti, ha intuito che c’erano confusione e straniamento nelle nazioni che costituiscono il limes orientale dell’Unione: e non solo a Varsavia, Budapest, Praga, ma anche in Romania, in Bulgaria. Non ha meditato e agito solo per custodire la propria posizione, ma ha meditato sull’insieme della nuova Europa allargata, sia pure dividendola e giocando politicamente gli uni contro gli altri. Anche questa è una mai sopita aspirazione britannica: parlare in Europa in nome degli Americani, e in America in nome degli Europei. Precisamente questo non hanno fatto invece gli europei che Rumsfeld definisce vecchi, irrilevanti: Chirac e Schröder hanno cercato di proteggere esclusivamente il proprio tornaconto nazionale, limitandosi a procurarsi una garanzia reciproca che diminuisse il loro isolamento. Hanno mancato non solo di consultare ma di persuadere, di trascinare con sé gli europei titubanti, e anche di comprenderli meglio, di meglio negoziare con essi. Sono stati assai più insulari della Gran Bretagna, con la loro dichiarazione contro la guerra in Iraq. In altre parole: non hanno fatto politica, e con non poca arroganza hanno dato il nome di Europa a quella che era non - politica e non - Europa. Era una non - politica basata su una dimenticanza grave, e su una non meno grave incoerenza. La dimenticanza riguardava l’intera Europa orientale, che ormai è parte dell’Unione grazie alla caduta del Muro avvenuta nell’89. è il significato dell’Ottantanove che Chirac e Schröder hanno mostrato di ignorare, addirittura di cancellare, e in questo l’Europa franco - tedesca è davvero vecchia: cosa stupefacente in particolare per la Germania, che sin qui era tra le più fini conoscitrici della psicologia dominante nell’Europa postcomunista. Per quest’ultima, l’America non potrà mai essere l’avversario principe, dopo quel che è stato patito sotto il totalitarismo comunista e sovietico. L’Europa è stata salvata due volte dai propri mostri totalitari, nel secolo scorso: una prima volta dopo l’ultima guerra nel ’45, una seconda volta dopo la guerra fredda nell’89, e sempre la liberazione è stata opera essenzialmente dagli americani. Questo è un fatto indimenticabile, a Varsavia come a Budapest, a Praga, a Bucarest e Sofia: lo era anche per gli europei occidentali, negli Anni 50. Questa sensazione di poter contare solo sull’America ha avuto il suo peso anche di recente: non è l’Europa ma l’America ad aver messo fine allo sconquasso balcanico, nel ’99. Non è l’Europa ma l’America ad aver dato le prime garanzie di sicurezza agli europei liberati dall’Urss: le porte della Nato si sono aperte ben prima di quelle europee, e oggi l’Unione paga ambedue i ritardi. Questi argomenti hanno contato molto nei pensieri di Vaclav Havel, che pure sogna gli Stati Uniti d’Europa. Per lui come per i suoi colleghi dell’Est è importante evitare le guerre, naturalmente. Ma non meno importante è combattere le forze totalitarie che vivono delle militarizzazione della politica. Per questo, anche quando rifiutano la guerra, non esitano a far propria la constatazione di Aznar: «Tra il nemico Bush e il nemico Saddam, la mia scelta è fatta senza difficoltà». Un’altra debolezza della vecchia Europa è l’incoerenza, mentale oltre che politica. Non senza ragioni, l’Europa difende il primato della legge internazionale sulle ragioni della forza, la preminenza del diritto e del multilateralismo sul trionfo del più forte (uno slogan di Daniel Cohn – Bendit riassume quest’ambizione: make law, not war – facciamo la legge, non la guerra). Ma questa stessa Europa non esita poi a smentire le convinzioni che finge di professare, nella maniera più abietta. è accaduto il 20 gennaio, alle Nazioni Unite: contro l’obiezione di soli tre governi – America, Canada, Guatemala - gli europei hanno accettato che la Libia di Gheddafi occupasse il posto di presidente della Commissione Onu dei diritti dell’uomo. Non ha molto senso farsi strenui difensori del Tribunale penale internazionale e dell’Onu, quando dell’Onu si avallano i peggiori difetti. Anche in questo caso l’Europa ha mancato l’essenziale, e non solo l’asse franco-tedesco ma l’Europa intera: anche qui ha mancato di fare politica. Nonostante i buoni argomenti europei sulla guerra, Rumsfeld non ha tutti i torti. Non è l’America a dividerci, ma siamo noi a lacerarci senza individuare il limite oltre il quale la lacerazione diventa volontà di impotenza, non-decisione. è vero: c’è qualcosa di vecchio in un’avanguardia franco-tedesca che resiste all’America e non osa nominare il pericolo costituito da Saddam. Che insiste a pensare il continente come un’accozzaglia di paesi obbedienti a quel che si pensa a Parigi, a Berlino. C’è anche qualcosa di sterile, perché la Germania resterà probabilmente sola con il suo no, e Chirac non eserciterà il suo veto al Consiglio di sicurezza se non lo farà anche Mosca. Mentre c’è qualcosa da scoprire come nuovo nell’Europa di Havel che Blair ha saputo portare alla luce con la lettera degli Otto. Ma qui finiscono le novità della nuova Europa, così come è stata immaginata da Blair con l’aiuto di Rumsfeld, e da Rumsfeld con l’aiuto di Blair, Aznar e Berlusconi. è vecchio il metodo da essi escogitato, di contrapporre un gruppo di Stati-nazioni europei a un altro gruppo di Stati-nazione, senza mettere formalmente in forse le sovranità assolute di ciascuno. è il ricorso della vecchia pratica della balance of power nel vecchio continente, dell’equilibrio tra le potenze che facilita la nascita di potenze egemoni anziché di unità. Solo che la nazione egemone non ha sede in questo caso in Europa, ma in America. è l’America, ancora una volta, a essere il federatore del nostro continente. Da questo punto di vista la nuova Europa non potrebbe essere più vecchia: le due potenze che la guidano – Inghilterra e Spagna – sono avversarie strenue di ogni soprannazionalità politica europea. Tanto più gravi sono a questo punto le geremiadi europee sull’unità sfasciata, sull’Europa condannata ancora per vent’anni a non esistere come voce unica. Ma soprattutto sono geremiadi menzognere, perché l’unità di cui si celebra la triste sepoltura ancora non esiste. Perché la politica estera comune e la comune spada sono ancora tutte da costruire. Perché la Francia, prima ancora della Germania, continua a frenare quell’unità autentica che solo lei può suscitare. Possiamo provare a immaginare, un’Europa unita che davvero esistesse già. Le due posizioni emerse nei giorni scorsi si scontrerebbero al suo interno – quella francese e quella tedesca, quella capeggiata dall’Inghilterra – e alla fine si voterebbe a maggioranza (l’unanimità sarebbe abolita, in un’Europa unita) per vedere quale debba essere la linea vincente. La maggioranza oggi preferirebbe forse la linea degli Otto, ma per vincere questi dovrebbero tener conto sia del parere di altri paesi incerti. In un’Europa unita, gli Otto avrebbero parlato ad esempio della necessità di trovare un accordo sul Medio Oriente e dell’opportunità di finire la guerra caucasica della Russia in Cecenia: due malattie che debilitano la credibilità del fronte mondiale antiterrorista. Non sono i disaccordi dunque, non sono le polemiche interne a distruggere l’Europa. La democrazia vive di disaccordi, è ricca grazie a essi. Quel che distrugge è l’assenza di metodi per ricondurre a unità simili disaccordi: è l’assenza di una sovranità europea – di un governo europeo – rispetto alla quale le posizioni si elaborano, di formano, si affermano, lottano per la maggioranza senza infrangersi nel diritto di veto, che ancora impedisce l’Unione sulle questioni essenziali. Quel che distrugge è il no detto all’America, sul quale gli europei mai si accorderanno, perché è un no che non li convince. A cosa gli europei dicono sì? A cosa veramente dicono no? Quando avranno trovato una risposta non mendace a questi due interrogativi, vorrà dire che l’Europa avrà cominciato, finalmente, a fare politica. Barbara Spinelli