Gianni Riotta Corriere della Sera, 06/02/2003, 6 febbraio 2003
Le scarpe lucide del buon Colin, Corriere della Sera, 06/02/2003 «Trust me. Trust me», datemi fiducia, datemi fiducia
Le scarpe lucide del buon Colin, Corriere della Sera, 06/02/2003 «Trust me. Trust me», datemi fiducia, datemi fiducia. Il generale Colin Powell era stretto nella sua divisa grigioverde, sul petto le decorazioni, medaglia al valore in Vietnam, Purple Heart per le due ferite di guerra. Le scarpe lucidate a specchio, «la prima cosa che controllo in chi incontro è se ha le scarpe pulite», il capo di stato maggiore della difesa americana illustrava ai cronisti l’attacco per liberare il Kuwait, nella prima guerra del Golfo contro Saddam. «I dettagli non posso darveli, il blitz è ancora in corso, ma vi prego, credetemi». Era il gennaio del 1991 e fu un momento storico per gli Stati Uniti. Un generale, reduce dal Vietnam, chiedeva ai giornalisti, eredi dei colleghi che sbugiardarono i militari per la violenza inutile, di essere creduto sulla parola. «Trust me», fidatevi. I colleghi del Pentagono si guardarono increduli: possibile? Vuole fiducia? Loro malgrado gliela diedero. Se c’era un americano su 300 milioni cui il presidente George W. Bush poteva affidare la missione impossibile di convincere non un pugno di reporter rotti a tutto, ma gli scettici blu del Consiglio di sicurezza dell’Onu, i diplomatici scafati delle Nazioni Unite e milioni di uomini e donne nel mondo, ecco, il solo capace di tornare a casa con il risultato era il buon soldato Colin Powell. Il suo trucco, «credetemi», è stato giocato ieri all’Onu mostrando le foto dei Tir giganti che si fermano, una e una sola volta, davanti alle postazioni sospette dei siti militari proibiti. Ripetendo, con la voce da baritono nato nel ghetto pittoresco di Harlem e cresciuto nel Bronx dei duri, gli ordini degli ufficiali iracheni che impongono ai loro terrificati subalterni di distruggere le prove prima dell’arrivo degli ispettori. Perfino scusandosi se le foto che esibiva, con alle spalle il corrucciato capo della Cia George Tenet, i nastri che riproduceva, le prove che elencava non avevano la stessa massacrante evidenza delle rampe russe a Cuba, denunciate da Adlai Stevenson all’Onu, mezzo secolo fa. Powell aveva condotto a dicembre la maratona delle 150 telefonate ai leader del mondo, per ottenere che l’Onu si coordinasse nel rimandare gli ispettori a Bagdad. Con accanto il suo fido vice Richard Armitage aveva sopportato le angherie della destra repubblicana, il dispeptico ministro John Ashcroft, l’irruento segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, il duro vicepresidente Richard Cheney. La stampa, stavolta, aveva dato per morto e sepolto il segretario di Stato Colin Powell. Il presidente George W. Bush sceglie i falchi, s’era detto, è il tramonto per il guerriero riottoso. Ma, come capita spesso ai cronisti di parte, l’epitaffio del generale Powell, che deve ancora compire il prossimo aprile 66 anni, era stato redatto con troppa fretta. Non si sopravvive al ghetto, alla selezione brutale di un esercito ancora pregno di America razzista, alla guerra in Vietnam, condotta nel vivo della strage di civili a My Lai, alla corte di Washington, sotto quattro presidenti, Reagan, Bush padre, Clinton e Bush figlio, se non si ha un cuor di leone. E quando lo choc dell’11 settembre è stato assorbito, il guerriero riottoso Powell è tornato alla ribalta: «Credetemi». La performance di ieri è stata un capolavoro, in puro stile Powell. Senza mai un ghigno, senza esibire quella faccia da macho a tutti i costi che spesso rende i ministri di Washington insopportabili al mondo, Powell ha incarnato il potere soffice. Il suo diretto subalterno ai tempi del Kuwait, il generale Schwarzkopf, l’ha detto nitido: «Un guerriero deve sempre combattere senza felicità, quando è necessario». Sollevando la fiala che avrebbe potuto contenere germi letali, recitando il rosario delle violazioni al codice Onu di Saddam Hussein, Powell è apparso come il ragazzo tenente che era nel 1964, quando fu fermato nel Sud razzista da due centurioni della polizia. Aveva una vecchia Volkswagen e le decalcomanie che appoggiavano il candidato democratico progressista Johnson contro il candidato repubblicano di destra Goldwater. I due sbirri lo scrutano: «Vattene via ragazzo, sei troppo stupido per stare da questi parti». In ogni riunione Powell è sempre il ministro più preparato. La sua fama di secchione è leggendaria, appunti lucidi come scarpe. Quando il vicepresidente Cheney, ironicamente, gli chiese come mai tutto il mondo fosse d’accordo con lui, Powell lo impalò con un sorriso e una battuta: «Perché non tutti al mondo, signore, sono dei pazzi scriteriati di destra come lei e i suoi amici». Quando i falchi volano basso e usano i pettegolezzi a mezzo stampa per diffamarlo, Powell batte il cinque con Armitage: il duo del Dipartimento di Stato, che vede la guerra come ultima scelta, è il solo dell’Amministrazione che abbia combattuto in prima linea, nelle risaie del Vietnam. Powell ha scritto nelle sue memorie: «La mia generazione, capitani, maggiori e tenenti-colonnello maturati in Vietnam, ha fatto voto che, quando avrebbe assunto il comando, non sarebbe mai stata complice in guerre senza motivo né ragione, che il popolo americano non può né capire né difendere». Se guerra ci deve essere, dice Powell il guerriero riottoso, occorre che l’opinione pubblica americana e mondiale sia persuasa, fino all’ultimo, senza ipocrisie. «Non posso dirvi tutto quel che so, ma quel che sappiamo è molto preoccupante». «Abu Musab Zarkawi, collaboratore di Osama Bin Laden, opera libero in Iraq da oltre otto mesi». «Zarkawi è sospettato dell’omicidio del nostro caro amico Laurence Foley in Giordania». «Ecco le prove di una politica di bugie e truffe che l’Iraq conduce da dodici anni». «L’Iraq ha almeno sette laboratori di armi letali che può nascondere in 18 Tir». «Saddam Hussein e il suo regime stanno facendo di tutto per far sì che gli ispettori non trovino nulla». Se guerra deve essere, e Powell sta provando da mesi a scongiurarla, che abbia dietro la fiducia degli americani e del mondo. Ieri l’ex generale ha mostrato il suo volto al mondo intero: «Fidatevi» ha chiesto ancora una volta. I prossimi giorni diranno se anche, nella prova cruciale della sua vita, ha avuto successo e se il mondo gli ha dato fiducia. Gianni Riotta