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 2003  febbraio 01 Sabato calendario

Lo sfruttamento, a volte, è meglio di niente, Alias, 01/02/2003 Per il coltan, congolesi sono stati condannati a morte, dopo essere stati catturati dalle truppe rwandesi, perché tre di loro hanno rifiutato di vendere ai soldati i loro 25 sacchi di coltan, giudicando irrisorio il prezzo offerto

Lo sfruttamento, a volte, è meglio di niente, Alias, 01/02/2003 Per il coltan, congolesi sono stati condannati a morte, dopo essere stati catturati dalle truppe rwandesi, perché tre di loro hanno rifiutato di vendere ai soldati i loro 25 sacchi di coltan, giudicando irrisorio il prezzo offerto. Per estrarre il coltan, prigionieri hutu sono stati inviati nella regione del Kivu (nordest del Congo). Per recuperare un carico di «almeno 5 tonnellate di coltan», una spedizione congiunta di soldati ugandesi e congolesi inviata a Butembo ha perpetrato massacri e incendi. Di 1500 prigionieri rwandesi inviati in Kivu a scavare coltan ha parlato anche il sito ”congoonline.com”. Dal canto suo, il giornale ”New Vision” di Kampala ( Uganda ) ha lasciato intendere nel 2001 che la famiglia del presidente ugandese Youweri Musevani deterrebbe azioni nella compagnia congolese Dara Forest che commercia in coltan. Ma che diavolo è il coltan? con stupore che scopriamo che senza il coltan, il nostro mondo tecnologico si fermerebbe subito. dalla raffinazione del coltan che si estrae il tantalio, elemento indispensabile per fabbricare i condensatori che regolano il flusso di corrente nei circuiti integrati. Condensatori al tantalio si trovano praticamente in ogni computer, in ogni palmare, in ogni telefono cellulare, in ogni play-station. Ora, questo minerale si trova abbondanza nel terriccio della foresta pluviale nelle regioni interne del Congo, ed estrarlo è assai facile, basta disboscare un po’ di foresta, scavare e filtrare il fango con dell’acqua, finché il coltan si deposita sul fondo (grazie al suo peso). Da un certo punto di vista, l’estrazione del coltan è perciò egualitaria: bastano un’ascia, una pala, un setaccio in fondo alla giungla. In una giornata, un uomo forte riesce a setacciare circa un chilo di coltan. In questo paese distrutto da cento anni di colonialismo e da una recente guerra civile che – solo nel Congo orientale – ha fatto più di 2,5 milioni di morti, questo residuo scuro al fondo dei secchi rappresentava una manna dal cielo. E così, quando i prezzi del coltan hanno cominciato a salire sul mercato mondiale, ecco un’ondata di congolesi riversarsi nelle giungle orientali, garimpeiros dell’hi: al momento del suo massimo valore, sul mercato di Londra il coltan era scambiato a 400 dollari Usa al chilo, e ancora all’inizio del 2001 – quando la new economy stava entrando in crisi – il coltan valeva 80 dollari al chilo. Così tra il 1999 e il 2000, decine di migliaia di persone di sono precipitate nelle giungle della Okapi Found Reserve, fino ad allora regno delle giraffe okapi, di circa 10.000 elefanti e dei Mbute, cioè i pigmei che vivevano di caccia e raccolta. Solo in questa riserva si aprirono 20 miniere (illegali) a cielo aperto. Una giornalista americana ha visitato uno di questi campi che all’epoca del suo massimo splendore ospitava 300 minatori e 37 prostitute (ma nel più affollato campo della regione bivaccavano 3.000 minatori e centinaia di prostitute), con la ”madama” locale che affittava una capanna e una donna a un minatore per un chilo di coltan al mese (ma per una ragazza giovane ci voleva un chilo in più) e che poi vendeva pane e cibo a prezzi astronomici in coltan, come anche gli antibiotici contro la gonorrea (27 dollari per ogni cucchiaino di antibiotico in polvere), col risultato curioso – riferisce la giornalista – che in fondo alla giungla tropicale vedevi comparire all’improvviso ragazze pittatissime camminare a piedi nudi nella melma con in mano le scarpe con i tacchi alti, a cercare cibo in un villaggio vicino. Per un paio di mesi un minatore poté guadagnare circa 2.000 dollari al mese, in un paese in cui la maggior parte della gente tira avanti con un dollaro ogni cinque giorni. E questo nonostante i soldati ugandesi chiedessero ogni giorno la loro parte di coltan (due cucchiai da minestra) in cambio di sigarette e una bottiglia di birra, e poi le varie fazioni di guerriglia chiedessero il pizzo (in coltan) per assicurare la protezione. Proprio come i garimpeiros sudamericani, i minatori di coltan hanno sperperato i soldi guadagnati in birra, in poveri beni di consumo (una radio a pile), in cibo. E come i garimpeiros, dopo il loro passaggio hanno lasciato la desolazione. Perché i loro setacci hanno strappato la corteccia a migliaia di alberi di eko, indispensabili ai pigmei perché di essi si nutrono le api. In 10.000, tra minatori e commercianti, si sono precipitati nel Kahuzi-Biega National Park, dove, prima della guerra civile, vivevano 10.000 gorilla: ora sono meno di 1.000, uccisi dalle trappole o dalle mine. «Rischiano di essere la prima specie di grandi primati portata all’estinzione dalla tecnologia avanzata», ha scritto un rapporto dell’Iucn (World Conservation Union), che ogni anno riferisce all’Unesco e al suo World Heritage Bureau and Committee sullo stato di preservazione dei siti naturali considerati patrimonio dell’umanità. Le foto dei gorilla morti hanno fatto il giro del mondo. Come scriveva il ”New York Times Magazine”, «la storia del coltan sembrava chiara: la globalizzazione stava causando la rovina in un paese disperato. Per la nostra passione per i gingilli elettronici, guerriglie si arricchivano, gorilla venivano massacrati, e gli indigeni venivano pagati una miseria per devastare l’ecosistema locale». Perché davvero il coltan «è il rovescio melmoso della faccia ecologica dell’economia high tech». Conrad non avrebbe potuto immaginare che quest’impasto fangoso sarebbe stato il cuore di tenebra della civiltà informatica: il coltan della sua epoca era quel caucciù per cui Leopoldo del Belgio fece tagliare nasi e mani ai congolesi e per cui cinque milioni di loro morirono prima che l’augusto sovrano cedesse allo stato belga il proprio possedimento personale. Davvero bisognerebbe rileggere alla luce di oggi l’aureo libretto di Mark Twain. Così, di fronte allo scandalo crescente, nel marzo 2001 lo Iucn ha chiesto un embargo per il coltan proveniente dal Congo e dai paesi limitrofi. E poiché le multinazionali dell’alta tecnologia ci tengono molto alla propria immagine ecologica e ambientalistica, di industrie «rispettose dell’ambiente», molte di loro hanno accettato: così la Motorola e la Nokia hanno chiesto ai propri fornitori di non usare tantalio proveniente dal Congo. I maggiori produttori di condensatori al tantalio, come Kemat della South Carolina o Cabot Corporation (Boston) hanno chiesto ai propri fornitori di certificare che il tantalio non venga dall’Africa centrale. La realtà è molto meno chiara: intanto l’amore per i gorilla delle grandi imprese del settore si è espresso a costo zero quando hanno accettato di rispettare l’embargo, cioè senza intaccare minimamente i loro profitti, perché proprio in quel momento la recessione colpiva la new economy. La domanda di telefonini e computer crollava (come il corso delle azioni high tech) e perciò i loro magazzini erano stracolmi di tantalio e di condensatori, tanto è vero che il corso del chilo di coltan passò da ottanta a otto dollari. In secondo luogo, è aumentata moltissimo l’estrazione di coltan in Australia, dove ormai il gigante minerario Sons of Gwalia fornisce la metà del tantalio mondiale. Così oggi, i campi di minatori delle giungle orientali del Congo sono spopolati. Qualcuno continua a scavare, ma molto più a lungo e per molto meno soldi. Voci di protesta cominciano a levarsi contro l’embargo voluto dalle Nazioni Unite: anche gli ambientalisti locali sostengono che l’estrazione del coltan è comunque meno distruttiva del disboscamento, l’altra risorsa a portata di mano. E poi, bene o male, il coltan iniettava un po’ di denaro, qualche centinaio di milioni di dollari, in un’economia disperata. Anche se la fetta maggiore andava agli eserciti, alle bande, ai politici e ai profittatori, un qualche rivoletto di quella manna scura, umida e pesante finiva nelle tasche di qualche dannato della terra. Adesso, neanche più quello. «Vi importa più delle foto di gorilla morti che della vita degli uomini» dicono. Perché è sempre più vero il bruciante aforisma di quella grande dama keynesiana che fu l’economista Joan Robinson: «Essere sfruttati è terribile, ma il peggio è quando non c’è nessuno che ti sfrutti». Marco D’Eramo