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 2003  febbraio 02 Domenica calendario

In Cina, chi naviga nel Web gioca a guardie e ladri con la polizia informatica, Il Sole - 24 Ore, 02/02/2003 Le vendite di personal computers in Cina continuano a crescere a un ritmo vertiginoso, e, stando alle ultime proiezioni di mercato, per la prima volta nel 2003 le unità vendute nel Paese dovrebbero superare quelle assorbite dal Giappone

In Cina, chi naviga nel Web gioca a guardie e ladri con la polizia informatica, Il Sole - 24 Ore, 02/02/2003 Le vendite di personal computers in Cina continuano a crescere a un ritmo vertiginoso, e, stando alle ultime proiezioni di mercato, per la prima volta nel 2003 le unità vendute nel Paese dovrebbero superare quelle assorbite dal Giappone. Tanto proliferare di pc è accolto in molti quartieri come la prova che la Cina si stia avvicinando sempre più a un momento cruciale del suo sviluppo, ovvero, quello in cui il controllo totalitario dell’informazione non sarà più possibile, grazie in primo luogo al diffondersi inarrestabile dell’uso di Internet. Ma per il momento almeno, il vasto apparato di controllo informatico messo in piedi dalla Cina si sta rivelando molto più efficace del previsto, e Internet appare, d’un tratto, oltre che il mezzo di diffusione delle idee più rapido e libero che sia mai esistito, anche un potente strumento per affinare i metodi di controllo e repressione. Lo scorso novembre l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha compilato una lista di 33 persone attualmente detenute in Cina per reati d’opinione avvenuti nello ciberspazio. La maggior parte di esse, stando al rapporto di Amnesty, «sono state condannate per aver condiviso, diffuso o scaricato delle informazioni considerate dannose o sovversive dalle autorità cinesi», crimini puniti con pene dai 2 ai dodici anni. Fra le sentenze più severe, quella contro Li Dawei, un ex-poliziotto, colpevole di aver scaricato articoli da siti basati all’estero sulla democrazia in Cina, un crimine che gli sta costando undici anni di prigione. Un rapido sguardo ai metodi di controllo e al tipo di siti che vengono bloccati dalla polizia cibernetica cinese mostra fino a che punto le autorità del Paese prendano sul serio la minaccia di Internet, e come la sfida fra censori e difensori della libertà in Rete stia diventando una vera e propria guerra. Pur promovendo l’utilizzo di Internet per l’apertura economica, e per alcuni temi educativi, il governo cinese sta riuscendo meglio di ogni altro a mantenere fuori dal suo territorio il contenuto web che reputa indesiderabile. Un recente studio dell’Università di Harvard (consultabile in rete all’indirizzo http://cyber.law.harvard.edu/filtering/china/), condotto da Benjamin Edelman e Jonathan Zittrain, ha stabilito infatti che la nuova Grande Muraglia cibernetica cinese è capace di bloccare, in modo permanente, quasi 20mila siti, e che la lista si aggiorna costantemente. In precedenza, Edelman e Zittrain avevano osservato il comportamento on line dell’Arabia Saudita, stabilendo che questa riesce a bloccare quasi il 90 per cento dei siti pornografici del web. Pechino, invece, sembra meno inquieta della moralità sessuale dei suoi cittadini (solo il 13,4 per cento della pornografia on line sarebbe inaccessibile in Cina) ma i siti irraggiungibili per gli internauti cinesi sono un mix curioso. Spiccano, come è prevedibile, i siti di natura politica, quelli fondati da dissidenti o in difesa dei diritti umani, o le varie pagine web della stampa taiwanese, e di molta stampa occidentale. A questi vanno aggiunti quelli dei gruppi religiosi, da Falun Gong alla Chiesa Battista Usa. Ma anche il gruppo Cancer Information Network è bloccato, e così pure l’American Cancer Society. Il filtro della censura (attivo sui circa dieci punti dai quali Internet penetra in Cina) riesce a vanificare uno dei principali vantaggi del Web: non si tratta infatti solo di cercare di accedere al ”New York Times on line”, e trovarlo bloccato, ma soprattutto del fatto che molti internauti cinesi ignorano l’esistenza stessa della maggior parte dei siti bloccati, e rimangono dunque inconsapevoli dei limiti che vengono loro imposti. Chi sa il fatto suo prima di andare on line ha maggiori possibilità di vedere e aggirare la censura, per quanto fra censori e surfer accorti sia in atto un gioco a guardie e ladri. Chi sa di volere, per esempio, accedere a una pagina proibita può cercare di farlo passando da un «proxy», uno dei tanti web server provvisori non registrati, che vengono poi individuati dalla polizia cibernetica (che conta più di 30mila effettivi) e bloccati. Fra gli internauti cinesi, la ricerca degli ultimi «proxies» disponibili è una caccia costante, soggetto di innumerevoli conversazioni. Poi, ci sono i motori di ricerca. Lo scorso anno Pechino ha cominciato a chiedere ai più grossi motori di ricerca nazionali e internazionali di sottomettersi a un codice volontario di autocensura. ”Yahoo!” è stato il primo ad accettare i termini del contratto, Google e altri hanno esitato, rimanendo bloccati fino a quando non hanno acconsentito ad avere versioni «cinesi» dei loro servizi. L’unico ad aver rifiutato di censurarsi per il mercato cinese è stato Alta Vista, oggi del tutto inaccessibile. Ma come ha denunciato Li Hai, il primo cinese a essere stato messo in prigione per reati on line (oggi residente negli Usa) «sono le stesse aziende internazionali a vendere alla Cina la tecnologia più sofisticata per censurare la Rete». E forse, senza il loro aiuto, la Cina non avrebbe raggiunto così in fretta gli attuali livelli di sorveglianza web. Alcuni gruppi cercano di mantenere un precario equilibrio fra audacia e autocensura. Per aggirare il blocco, è stato ad esempio messo a punto ”elgoog”: una versione ribaltata di ”Google” che si interroga inserendo le parole chiave alla rovescia (magari espressioni proibite quali «democrazia» o «Tibet indipendente») e che restituisce una lista «specchiata» dei siti che le contengono. Nel caso in cui i siti non siano ancora stati individuati e bloccati dalle autorità, si può quindi procedere alla navigazione. Ma da agosto dello scorso anno, le autorità cinesi hanno costretto tutte le compagnie Internet ad auto-sorvegliarsi. Ultime vittime della forbice dei censori sono stati i «blogs», i diari on line che forniscono informazioni rapide e del tutto libere. Ora la determinazione cinese a controllare l’incontrollabile ha allargato la sfida su scala mondiale: Hacktivismo, un gruppo di «guerriglia hacker per la difesa e la promozione del diritto di espressione» (www.thehacktivist.com/hacktivism.php), ha pubblicato un manifesto in cui dichiara guerra aperta alle autorità cinesi, nemico eccellente. Le armi sono impari: lo scorso anno, per ben due volte, le autorità hanno annunciato che in seguito a degli incendi, apparentemente dolosi, tutti gli Internet café del Paese dovevano chiudere, ed essere sottomessi a una nuova serie di controlli. Non è mai stato possibile verificare fino a che punto si sia trattato di necessarie misure di sicurezza, e fino a che punto invece fosse un nuovo giro di vite per riaffermare il controllo su piccoli Internet café senza licenza e sempre più anarchici: di sicuro le dichiarazioni ufficiali, che definivano Internet e le chat room «l’oppio dei giovani», non hanno costituito un segnale rassicurante. Oggi, gli internauti cinesi sono circa 50 milioni, una frazione appena della popolazione del Paese. E man mano che questa percentuale cresce, è facile prevedere che le tensioni fra censori e libertari aumenteranno. Ilaria Maria Sala