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 2003  febbraio 06 Giovedì calendario

A Shibuya (Tokyo) s’incontrano ribelli postmoderni che non contestano niente, L’espresso, 06/02/2003 A Tokyo, città che appare come una messinscena costruita per essere periodicamente rinnovata, c’è un quartiere che ha nome Shibuya dove la teatralità è del tutto esplicita, gli scenari vengono scambiati più spesso che altrove, tutto è in movimento, niente è durevole, tutti sono giovani (sopra i trent’anni non incontri quasi nessuno), tutti si aggirano fiutando l’aria elettrizzante di un ambiente in cui l’essenziale è creare, intrattenere, stabilire contatti, al punto che, se vai ai grandi magazzini come Seibu, Tokyu o Parco che sono dotati di ristoranti, cinema, sale da concerto, ti sembra che lo scopo non sia vendere e comprare ma, invece, immergersi nella rappresentazione, nel Kolossal che a Shibuya va in scena ogni giorno e dove tutti sono attori

A Shibuya (Tokyo) s’incontrano ribelli postmoderni che non contestano niente, L’espresso, 06/02/2003 A Tokyo, città che appare come una messinscena costruita per essere periodicamente rinnovata, c’è un quartiere che ha nome Shibuya dove la teatralità è del tutto esplicita, gli scenari vengono scambiati più spesso che altrove, tutto è in movimento, niente è durevole, tutti sono giovani (sopra i trent’anni non incontri quasi nessuno), tutti si aggirano fiutando l’aria elettrizzante di un ambiente in cui l’essenziale è creare, intrattenere, stabilire contatti, al punto che, se vai ai grandi magazzini come Seibu, Tokyu o Parco che sono dotati di ristoranti, cinema, sale da concerto, ti sembra che lo scopo non sia vendere e comprare ma, invece, immergersi nella rappresentazione, nel Kolossal che a Shibuya va in scena ogni giorno e dove tutti sono attori. Ecco avanzare migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi che esibiscono la propria corporeità e apprezzano quella degli altri, studiano le consonanze e le dissonanze, spiano le variazioni nell’abbigliamento e nel comportamento che, a ogni istante, rimettono in gioco il divenire delle mode sullo sfondo di uno scenario che, quando ti si para davanti la prima volta, genera uno shock. A noi è capitato, verso le sette di sera, di salire sulla linea di Ginza della metropolitana e, invece di scendere a Omote Sando, la solita fermata, siamo scesi a quella dopo, Shibuya. Per sbaglio. Ci siamo resi conto dell’errore quando, dal finestrino della vettura, invece del solito niente dei cunicoli sotterranei, sono apparsi immensi schermi televisivi contro il cielo, strade sopraelevate che si intersecavano, automobili, cartelloni pubblicitari, fasci di luci multicolori che come riflettori illuminavano un palcoscenico di fantascienza. Il treno era uscito all’aperto per un breve tratto e provammo la gioiosa allucinazione che si fosse infilato al centro di un grandioso luna park. Quando, qualche istante dopo, si fermò, tutti scesero. Scendemmo anche noi senza sapere dove fossimo finiti: non eravamo più sottoterra, ma all’altezza di un terzo, forse un quarto piano perché sotto si vedeva la strada, mentre davanti si aprivano le porte automatiche di due ascensori, e delle ragazze in guanti bianchi, con un buffo cappellino a visiera, ripetevano con voce acuta: «Irrashai masè», cioè «benvenuto», e si inchinavano alla gran massa di pendolari serali che erano sbarcati ai grandi magazzini Tokyu di Shibuya, tappa obbligata perché la stazione di Shibuya è uno dei principali nodi di smistamento del sistema di trasporti della grande Tokyo. Si scende a Shibuya, dalla metropolitana, e si entra dritti, senza via di scampo, in un grande magazzino: che senso ha? Ha senso, qualcosa si compra, magari il pane fresco al reparto alimentari che è nel basement, magari si dà solo un’occhiata agli ultimi completi da golf al secondo piano, o si visita una mostra di pittura o di ceramiche. Comunque, ci si diverte, ci si distrae. Ma poi, come si esce? Prima bisogna affrontare il labirinto dell’enorme stazione che scavalca il piazzale di Shibuya; si sale, si scende, si risale, ci si trova a percorrere un ponte coperto, ci si affaccia a guardare il traffico, le luminarie e, all’improvviso, si assiste a un altro grandioso spettacolo, quello dell’attraversamento pedonale incrociato: tutti i semafori diventano verdi, le auto si fermano, avanzano gli umani in fitte colonne, migliaia e migliaia di persone che hanno atteso pazientemente ai vari lati della piazza, il segnale pedonale, e ora convergono tutte assieme al centro, per poi avviarsi verso la loro destinazione. Dall’altra parte è abbastanza semplice arrivarci, sempre dritto davanti a te, ma nei due minuti dell’attraversamento incrociato, le destinazioni permesse sono molteplici, allora non è che si cammina ma, per avanzare, bisogna ingaggiare una sorta di mischia, di corpo a corpo, sia pure educato, tenendo ben alta la testa per non perdere di vista la propria meta. Cosa che spesso succede. Si può perdere anche la mamma, il fidanzato, il compagno di scuola nella calca: ma niente paura, la convenzione è che gli smarriti si ritrovino davanti alla statua di Hachiko, il cane che di Shibuya è il simbolo, un Akita che andava tutte le sere a prendere il suo padrone alla stazione e continuò a farlo dopo la morte di questi, per dieci lunghi anni. Così, nel 1934, a Hachiko fecero un monumento in bronzo. E tutti, non soltanto smarriti, ora si danno appuntamento ai piedi della statua, dove c’è sempre una gran folla in attesa, tutti che aspettano qualcuno, proprio come il cane fedele aspettava il suo padrone. Aspettano e si guardano, si scrutano, si sfiorano, questi yangu (dall’inglese young) che, a differenza dei loro padri e madri, adorano i contatti umani, umani nel senso proprio fisico, cioè i corpi che si comprimono nei luoghi affollati, il gioco dei comportamenti che si modificano in funzione degli altri. Insomma, questi yangu, hanno imparato a gestire socialmente la loro corporeità, non hanno più niente in comune con i giapponesi «moderni», quelli che si vestono tutti uguali, magari firmato, e che vanno in ufficio come se andassero sul campo di battaglia. Quelli che hanno fatto ricco il Giappone dal dopoguerra fino a quando, dieci anni fa, è scoppiata la bolla e crisi e recessione sono diventati nuovi spauracchi. Non per gli yangu, loro sono post-moderni, fluttano, annusano l’air du temps, non si reputano soggetti centrali ma decentrati, in un contesto sociale in cui osservano se stessi come parte del paesaggio; e il loro paesaggio preferito è, ora come ora, qui a Shibuya, domani chissà. Qui si esibiscono in coreografie improvvisate, in cui riescono ad armonizzare i loro comportamenti perché appartengono tutti alla stessa tribù che, da sempre, ha posto l’accento sul divenire, la fugacità dell’esistenza, ma nel secolo scorso ha rimosso la sua antica filosofia per modernizzarsi: o per occidentalizzarsi? Questione aperta. Comunque, nel Ventunesimo secolo, il post-moderno è cosa loro, più che nostra, non dal punto di vista rigoroso della cronologia, ma da quello di una certa anarchia che permette qualsiasi assemblaggio, anche il più pazzesco.  cosa dei loro esperti di marketing, costretti a seguire i mutevoli umori e gusti di consumatori che pretendono di creare i loro oggetti del desiderio, non subirli. O, per lo meno, questa è l’illusione. Però, c’è del vero: a Shibuya proliferano le «antenna shoppu» (shop, giapponesizzato con una ”u” finale) che sono dei veri organi sensoriali per captare gli umori della marea corporea, fisicamente consapevole ( in giapponese si dice «bodycon», sempre dall’inglese, riferito a persone che sono coscienti del proprio corpo), che si aggira per le strade e stradine di una metropoli che appare caotica, eppure funziona perfettamente, generando così il paradosso che una delle società più disciplinate del mondo si permette l’estrema indisciplina in materia di forme urbane. «La città è fatta dai comportamenti collettivi di chi l’abita», sostiene l’architetto Kuma Tengo, «non dai monumenti del passato». Forse è per questo che a noi a Tokyo può sembrare brutta, brutto anche il quartiere di Shibuya (quasi tutti gli occidentali dicono: «Che orrore, sembra Blade Runner») ma forse dovremmo osservare di più i nuovi giapponesi, gli yangu. Non contestano niente, la loro ribellione è discreta, allusiva, senza ideologie, senza progetti precisi. Eppure, i loro valori, si diffondono capillarmente nella società tramite i loro comportamenti: non vogliono più sacrificare la vita alla produzione, si definiscono con un neologismo che deriva dall’inglese «free» e dal tedesco «arbeit» (libero lavoro), che in quella strana lingua che è il giapponese, dove tutte le accoppiate sono possibili, diventa ”Furita”. Maschi o femmine - ma le femmine sono all’avanguardia – i ”Furita” sono incostanti ed edonisti, nomadi urbani per eccellenza, ragazzi di Shibuya per scelta. Con i replicanti di Blade Runner non hanno proprio niente a che vedere. Forse nemmeno con noi. Già, ma noi chi siamo? Renata Pisu