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 2003  gennaio 28 Martedì calendario

Saddam non piace nemmeno agli egiziani (però ha scongelato il debole Blix), Corriere della Sera, 28/01/2003 Riunione di mezzogiorno, quarto piano affacciato sulla Sahafi, la strada dei giornali: «

Saddam non piace nemmeno agli egiziani (però ha scongelato il debole Blix), Corriere della Sera, 28/01/2003 Riunione di mezzogiorno, quarto piano affacciato sulla Sahafi, la strada dei giornali: «... E poi c’è questa storia di Saddam quando viveva al Cairo». Qualcuno ne sa qualcosa? Dal fondo del lungo tavolo di pioppo, poltrone arancioni e televisori sintonizzati no stop su Al Jazeera, una voce flebile: «Sì, è stato qui quarant’anni fa, dal ’63 al ’68 - ha buona memoria il vecchio Hazem Tawfik, il capo delle pagine degli esteri - Studiava economia e commercio, abitava dalle parti della vecchia università. Faceva propaganda per il partito Baath, come altri iracheni fuorusciti in Egitto. Ma non aveva molti amici. Più che altro, frequentava gente dei servizi segreti. Non mi risulta che si trovino fotografie. Forse c’è qualche spia in pensione che ancora se lo ricorda...». I capiredattori sorseggiano il tè al vetro e prendono nota. Passano oltre. Scriverla, questa storia si scriverà. Ma sull’edizione settimanale in inglese, magari: quella che viene letta da qualche migliaio di egiziani dell’alta borghesia, in Europa o in America, e non sfiora il milione di arabi che ogni mattina sfogliano Al-Ahram (Le Piramidi), il più grande e autorevole quotidiano del Medio Oriente, quello che alla vigilia della guerra forma l’opinione moderata dall’Egitto all’Oman, dall’Arabia al Qatar. Non si sbatte il mostro in prima pagina, da queste parti e di questi tempi. Nemmeno in nona, dove oggi andranno le cronache da New York sulla relazione di Blix, un pezzo sul testo della risoluzione che gli Usa sottoporranno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un retroscena sulle divisioni europee e comunque nessun commento, neanche un fondo: «Su queste cose è meglio dire una parola dopo averci riflettuto bene», spiega prudente Salama Ahmed Salama, editorialista principe. Chiaro: Al-Ahram è qualcosa di più d’un giornale, è il giornale del Faraone Hosni Mubarak che vent’anni fa ne nominò il direttore, Ibrahim Naifa, e che in questa crisi si gioca il difficile equilibrio fra l’amico di sempre, l’America, e i nemici di questi anni, gli islamici estremi sempre più numerosi nelle Università e fra gli intellettuali. Il pugno di ferro, le torture, le galere piene di dissidenti non raffreddano la piazza. I Fratelli Musulmani, secondo partito del Paese, sono fuorilegge eppure riescono a far sentire la propria esistenza. «Riceviamo almeno cinque lettere alla settimana che inneggiano ad Al Qaeda», racconta Tawfik: «Alcune non sono pubblicabili, troppo violente. Ma è un segno, se anche fra i nostri lettori circolano certe simpatie». C’è un che di surreale, così, in una giornata che potrebbe essere la scintilla dell’incendio e in questa sussurrata riunione dove l’Iraq non è nemmeno il primo argomento trattato: «Mi raccomando di annunciare la visita di Mubarak negli Emirati della prossima settimana. E poi la cronaca sul ministro degli Esteri egiziano a Parigi, la conferenza stampa del ministero della Difesa sulla situazione delle caserme, il processo a quell’affarista che ha truffato le banche, il seminario che terrà il capo della Chiesa copta, la scoperta scientifica di un’équipe medica egiziana... ». Milletrecento giornalisti. Uffici di corrispondenza in tutte le capitali del Medio Oriente e del Nordafrica. Una ventina di inviati fissi in Europa, America, Asia. Tre edizioni delle quattro, delle sei e delle otto di sera. Un sito Internet fra i più cliccati del mondo arabo. Decine di inserti per le donne e i bambini, gli anglofoni e i francofoni, gli appassionati di sport e di spettacolo. Nel 2002, un utile di dieci milioni di euro. Basta non cercarla in prima pagina, ma qualche notizia «scomoda» c’è, su Al-Ahram. E purché non si tocchino la persona di Mubarak e i ministri d’Interno e Difesa, ogni tanto non mancano le critiche aspre al governo: qualche giorno fa, un editoriale ha attaccato tutti i leader arabi, presidente del Cairo compreso, per i troppi silenzi e quest’impotenza nella crisi irachena: «Per evitare la catastrofe, ha fatto più Chirac da solo dei Paesi musulmani tutt’insieme», commenta Hicham Mourad, direttore dell’edizione francese. «Saddam non piace all’opinione pubblica egiziana - dice Ahmed Salama -, ma non c’è una sola ragione valida per fargli un’altra guerra. Nel ’91, l’Egitto partecipò perché c’era stata l’invasione del Kuwait. Stavolta, non è tollerabile che si bombardi Baghdad solo per rovesciare un regime. Perché a questo si arriverà, certo non all’esilio di Saddam: chi volete che se lo prenda? Abbiamo paura, e non solo per il miliardo e mezzo di dollari che l’Egitto scambia ogni anno con l’Iraq: dal Kuwait alla Turchia, dall’Iran a noi, l’onda lunga di questa guerra ci colpirà tutti. Durerà poche settimane, ma ci farà soffrire anni». Ciò che lascia perplessi, qui, è la posizione di Paesi come l’Italia: «La vostra politica in Medio Oriente sta diventando incomprensibile - continua Salama - Ci sono troppe contraddizioni, state cancellando in tutto il mondo arabo la tradizione di amicizia dei tempi di Andreotti. Quando Berlusconi disse quelle cose inaccettabili sull’Islam, noi l’abbiamo scritto: l’Italia ha deciso di distruggere anni di collaborazione. A parte le dichiarazioni formali, in questi mesi non s’è vista un’inversione di tendenza». Ha aspettato questo 27 gennaio il direttore di Al-Ahram, prima di spedire un giornalista a Baghdad. «Finora speravamo che non ce ne fosse bisogno, ma adesso c’è poco tempo da perdere». E se per gli inviati dei giornali europei e americani è un problema muoversi liberamente in Iraq, chi scrive per Al-Ahram troverà un lavoro impossibile: «Siamo considerati ancora più pericolosi, fratelli arabi che stanno con l’America... ». Altra riunione ed ecco il nome del prescelto. Presto, che si organizzi col visto: parta appena può. Lo mandano a chiamare. La sua scrivania è vuota. sceso al piano di sotto, nella piccola moschea dei giornalisti. A pregare. Francesco Battistini