Antonio Ferrari Corriere della Sera, 30/01/2003, 30 gennaio 2003
Il leader del Shinui non è corrotto e ha gran ”sense of humour”, Corriere della Sera, 30/01/2003 nato a Novi Sad e i suoi lineamenti sono inequivocabilmente slavo-balcanici
Il leader del Shinui non è corrotto e ha gran ”sense of humour”, Corriere della Sera, 30/01/2003 nato a Novi Sad e i suoi lineamenti sono inequivocabilmente slavo-balcanici. Somiglia infatti a uno Slobodan Milosevic meno alto e più robusto l’uomo che può decidere le future sorti del governo di Israele. Tuttavia, tra le tante differenze con l’ex leader jugoslavo, Yossi (Tommy) Lapid, 71 anni, laico fondatore del partito Shinui (cambiamento), diventato ieri notte la terza forza politica del Paese, vanta tre indubbie qualità: non è corrotto e neppure corruttore (lo dicono persino i suoi numerosi avversari), è simpatico ed è dotato di grande senso dell’umorismo. A Tel Aviv, negli uffici del partito che si trova al numero 100 di Hashsmonaim, almeno fino all’altro ieri si respirava quell’aria scanzonata prodotta da chi concorre senza la smania di vincere e senza l’incubo di dover conquistare un seggio in più. Sul muro sinistro, subito dietro l’ingresso, è appeso un quadro con una feroce e irriverente megavignetta colorata, distribuita tempo fa assieme all’inserto di un grande giornale centrista israeliano. Si vede, sullo sfondo delle Torri gemelle fumanti dopo gli attentati dell’11 settembre, un gigantesco Superman sdraiato, legato e ammaccato. Accanto all’immagine-metafora dell’America ferita, un minuscolo Bin Laden saltellante, mentre sulla testa di Nembo Kid un omino con la stella di Davide domanda al terrorista: «Serve aiuto?» L’ironia e il sarcasmo sembrano sovrani nella tana di Lapid, dove non si trovano tracce iconografiche del leader, che peraltro non ha alcun bisogno di pubblicità. stato infatti, oltre che un apprezzato giornalista, una star della televisione. Il suo vecchio show popolitika ha graffiato tutto e tutti, rompendo le regole di un’informazione solitamente paludata. Adesso, in Israele, il morbido faccione del capo è diventato l’immagine del cambiamento. Dice: «Basta con la maggioranza costretta a mantenere i parassiti della minoranza», intendendo per vittime i laici e per privilegiati i religiosi ultraortodossi. «Ma lo sa cosa costa tenere fermi, durante lo shabbat, gli aerei della El Al, la nostra compagnia di bandiera? Un milione di dollari alla settimana. Non le pare scandaloso?». uno dei punti sui quali Lapid pare davvero determinato. Come quando alza il tono e si scaglia contro la corruzione dilagante. Sharon è stato accusato di aver ricevuto fondi illegali per un milione e mezzo di dollari, tre miliardi delle vecchie lire, che nell’area mediterranea non paiono somme da brivido, e il leader del Shinui scuote il capo: « necessario un argine morale. I nostri partiti ricevono fin troppo dallo Stato. Per vendere le idee non servono i miliardi». proprio questo furore giacobino ad aver sedotto molti giovani e soprattutto la media borghesia askenazita degli immigrati russi e degli altri Paesi dell’Est, delusi da quel monumento che è il celebre dissidente anti-comunista Natan Sharanskij, il quale ha visto ridursi di due terzi (da 6 a 2 seggi) la forza del suo partito, e ieri ha deciso di cedere a un altro il posto di deputato. E poi, dice Lapid, «abbiamo il sostegno di tanti professionisti, soprattutto avvocati, che sono la spina dorsale del Shinui: anche loro appartengono alla media borghesia». Ad ascoltarlo, alcuni giorni fa, mentre assicurava che mai e poi mai sarebbe entrato in una coalizione con i religiosi dello Shas, c’era da prenderlo in parola. Solo che ieri, dopo l’ubriacatura di voti (da 6 a 15 seggi) e la sbornia di interviste, ecco che il simpatico slavo-balcanico ha cominciato ad aggiustare il tiro. In un’intervista concessa alla Radio militare, e ripresa dal sito on-line del quotidiano Haaretz, Lapid ha dichiarato che, in caso di emergenza, cioè la guerra contro l’Iraq, il suo partito potrebbe entrare in un «governo temporaneo» con gli ultraortodossi. L’attacco americano offrirebbe dunque a Sharon un’altra insperata opzione. Niente di scandaloso, d’accordo, ma solo la conferma che «mai dire mai» è una dottrina inattaccabile. Forse ha ragione Shimon Peres quando, con l’aria sorniona di chi le ha viste tutte, commenta: «Nelle ultime elezioni abbiamo visto partiti che salivano, e poi scendevano, per tornare a risalire. Quindi... ». Quindi si può anche vincere sulla base di una solenne promessa, e si possono trovare le scappatoie per aggirarla. Antonio Ferrari