Adriano Sofri la Repubblica 28/01/2003, 28 gennaio 2003
Il principe di Salina e la borghesia compradora, la Repubblica, 28/01/2003 Un Piemonte provinciale e francofono conquistò una Sicilia che parlava italiano e inglese e francese, e quella Sicilia offesa se ne vendicò signorilmente esiliandosi nelle sue biblioteche e nei suoi studioli astronomici
Il principe di Salina e la borghesia compradora, la Repubblica, 28/01/2003 Un Piemonte provinciale e francofono conquistò una Sicilia che parlava italiano e inglese e francese, e quella Sicilia offesa se ne vendicò signorilmente esiliandosi nelle sue biblioteche e nei suoi studioli astronomici. La storia ha quella famosa scena: il dialogo fra il principe di Salina e l’impacciato funzionario sabaudo, Chevalley. Monologo, piuttosto: allo sconfitto resta la sovranità sulle parole. Gattopardo è diventato abusivamente sinonimo del trasformismo italiano, invece che della nobiltà di una specie in via di estinzione: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene...». Ora è toccato alla morte di Gianni Agnelli rovesciare la geografia di quella scena. Lui, grazie alla decadenza finale della fabbrica, nella figura del gattopardo: e i nuovi arrivati, quelli che fino all’altro ieri salivano in folla anonima a Torino arruolati dalle linee di montaggio, e ora vanno a Roma, scremati e col biglietto da visita, a occupare ministeri come Chevalley, ma senza la sua ligia timidezza. Insieme una rivincita e una sconfitta. Anche un’ennesima istantanea sulla famosa storia d’Italia. Era sembrata solo una battuta - grossolana, del resto - quella sui fichi d’India. Era già la ritorsione innervosita di un sovrano costituzionale spodestato che si era piegato a garantire all’estero per una sospetta repubblica di banane. è strano, ma il confronto fra Agnelli e Berlusconi ha alla fine ripreso il carattere di un confronto fra nord e sud, piuttosto che, non so, fra Torino e Milano, e sia pure Milano Due. (Strano anche perché la Torino della Fiat era diventata la terza città meridionale d’Italia, dopo Napoli e Milano). Noi fummo, chissà, faggi, larici; ora verranno le banane, i fichi d’India... E gli episodi, deliberati o freudiani, che hanno fatto passare Berlusconi per un intruso o un malcapitato perfino nel pubblico funerale, sono fatti apposta per fomentare uno spirito di rivalsa napoleonica in un caporale alle prime armi, figuriamoci in un Napoleone già intronizzato. Tutto questo per dire che, in mortem, si è dichiarato che il vero leader carismatico della sinistra italiana era Gianni Agnelli. Così procedendo, nella distinzione fra destra e sinistra (sia detto anche nel senso di centrodestra e centrosinistra), in un trapasso ancora oscuro ma inarrestabile, dalla contrapposizione sociale a quella di stile. Non più ricchi e poveri, padroni e sfruttati, capitalisti e proletari; ma dignitosi conservatori e avidi arrampicatori, discreti e volgari, borghesia ereditaria e borghesia compradora, aristocrazie (borghesi, operaie, è lo stesso) e plebeismi di gente nova e subiti guadagni. Di fronte a questa fatale sfida di immagini, i comportamenti politici spiccioli sono irrilevanti: che Agnelli votasse il governo di Berlusconi Fini e Bossi, o che bussasse a casa di Berlusconi con Kissinger. Anche i Papi, dopo la cattura di Pio IX, hanno dovuto andare in visita in una quantità di loro palazzi espropriati. Eugenio Scalfari aveva avuto miglior intuizione di quanto non mi fosse sembrato quando ricalcò su Agnelli il protagonista del suo romanzo. Negli ultimi anni si era avuta l’impressione di assistere a una rianimazione di temi sociali. Dapprima nella nicchia dei centri sociali e dei metalmeccanici, poi nell’irruzione (ma a lungo covata) della protesta contro lo scandalo della povertà del mondo, e infine nella enorme prova di egemonia della Cgil. Ma era solo una faccia, e neanche quella principale. In verità, il primato della sensibilità e del conflitto sociale è finito negli anni ’70 del secolo scorso. Già da allora l’opposizione fra conservazione (si legga senza connotati di valore) e gente nova prendeva la scena, benché non abbastanza riconosciuta. Fu questo lo scontro - altra scena madre, altra variante del confronto fra il nobile decaduto e lo statale d’assalto - fra Berlinguer e Craxi. Certo, la scala mobile: ma era già soprattutto questione di stile. Questione antropologica, come disse il Berlinguer, magnanimo e disperato, della ”diversità morale”, contro le incursioni spiazzanti di quel Ghino di Tacco. Era già lì la svolta: la Dc, senza Moro, era già, pur sempre sovrappeso, relegata a svuotare le tasche dopo la battaglia. Poi venne il primato della legalità a soverchiare l’antica questione sociale. Colossale rimescolamento delle parti e dei partiti e degli individui, dal quale sarebbero rivenuti fuori imprevedibilmente dislocati. Non che non ci fossero contraddizioni di qua e di là. Quando sulla cresta dell’onda arrivò Antonio Di Pietro, non si può dire che il pieno di devozione popolare coincidesse con la distinzione di stile, che infatti ebbe bisogno di Borrelli, padre nobile. Scusate la sbrigatività con cui procedo, ma la vera ragione per la quale Giovanni Agnelli non fu arrestato né interrogato e comunque strapazzato nel Palazzo di Giustizia milanese fu la soggezione personale dell’eventuale Sostituto Procuratore: si fermarono solo alla sua soglia. La lesa maestà ha i suoi confini. Provate a interrogare, con quell’imbarazzante idioletto, uno che porta la cravatta fuori dal gilet. Non si convoca in Procura il principe di Salina: si può offrirgli un posto al Senato. (Il principe di Salina lo rifiutò, Agnelli fu più condiscendente). Ritiratasi l’acqua alta, si guardò dov’erano finiti gli attori. Affogati alcuni partiti. La magistratura ormai parte a sé, con un suo seguito di sostenitori durevoli un po’ perbene un po’ fanatico, e il più vasto pubblico di tifosi volubilmente disperso dietro nuovi pifferi. Persone spiaggiate alla rinfusa. Indro Montanelli a sinistra: un leader d’opinione di sinistra. Si dava lui stesso dei pizzicotti, peraltro lusingati, per sincerarsi che fosse vero. Oppure poi Furio Colombo - annuncio particolare della universale consacrazione in mortem di Agnelli - alla direzione di una ”Unità” di trincea. Cronisti penali, dal ”Borghese” all’’Unità”, senza neanche farsi una doccia. Ma soprattutto la maggioranza degli italiani a votare Berlusconi e i suoi alleati della Lega e di Alleanza Nazionale. Parlo del 1994, della prima volta: l’esito diretto, capovolto e a suffragio universale della ”rivoluzione giudiziaria”. Fra le molte cose che ho appreso in questi giorni di cordoglio - molte nell’articolo del direttore di questo giornale - c’è l’incarico ventilato da Scalfaro ad Agnelli nel 1992, e la risposta, decisamente notevole: «Dopo di me resterebbe soltanto un generale o un cardinale». Senza trascinare troppo la boutade, vien da dire che il generale e il cardinale probabilmente erano già fuori tempo: e dopo di lui venne un imprenditore, benché senza corona e senza scocca, ed è lì di nuovo, per la seconda volta, a suffragio universale, nonostante i fischi di qualche juventino e l’innocente lapsus del cardinale di Torino. (Perché nella questione di stile c’entrano anche, eccome, la Juventus e il Milan. Una volta uno era del Torino o della Juve per ragioni di classe e di luogo d’origine. Ora si è della Juve o del Milan per una questione di maniere, benché l’omologazione si sia spinta molto avanti). Non me ne voglia Cofferati, il quale sa con che benedizioni accompagno la sua possibile corsa unificatrice, ma anche la battaglia vittoriosa sull’articolo 18 è stata combattuta e vinta sul campo dello stile. Certo, la fierezza sociale, certo, l’attaccamento ai diritti: ma si è convocata là, per la sventata arroganza del governo, tentato di fare cappotto, una cittadinanza mista di età e ceti persuasa di rappresentare un’altra Italia e scandalizzata dalla gente nova e dal suo capo. Il quale, beninteso, conta almeno per una metà in questa mutazione del paesaggio civile di destra e sinistra e in sostanza in questa inversione fra conservazione rispettosa della legalità e del decoro e innovazione vorace e scassatutto - è la versione dell’accusa. Era dai tempi di Berlinguer e Craxi che l’Italia non aveva più una coppia di antagonisti. Berlusconi ha giocato da solo contro troppi aspiranti, che non riuscivano a diventare uno, e decisivo. Non poteva esserlo Borrelli, neanche in foto equestre, poteva forse D’Alema, ma non fu abbastanza cattivo da bastonare l’altro quando affogava, e da fingere di dargli una mano quando risaliva. Prodi vinse perché era un’altra cosa, Rutelli rimontò bene perché partiva troppo indietro. L’ha avuto l’altroieri, Berlusconi, l’antagonista, proprio in Agnelli, che però era morto. Perfino la terza via azionista - che della differenza di stile è stata nella storia italiana l’incarnazione meno equivoca - recupera in morte Gianni Agnelli nella propria sparpagliata famiglia. C’è in tutto ciò qualcosa di istruttivo, cui occorrerà ripensare, ma anche qualcosa di grottesco. Un rimpianto di aristocrazie, tipico di tempi d’inflazione e di migrazioni, di borsanera e di giocatori d’azzardo, e per giunta di guerre mondiali prese alla leggera. Nuove maggioranze immaginate nella coda di un funerale a un uomo morto di vecchiaia, un dinasta di tre generazioni: incentivo alle speranze e le illusioni sulla società civile, salvo che è società civile anche quella che vota Forza Italia. Non si fa a meno di vedere, nella folla dei torinesi al Lingotto, un epilogo della marcia dei Quarantamila del 1980, cui ora si siano aggiunti anche un po’ di operai. Hanno fatto male a fischiare Berlusconi. Non si fischia la gente ai funerali. Sarebbe stato bene perfino non prendere l’abitudine di applaudire i morti: questione di stile. Agnelli non avrebbe fatto le corna per divertimento in una foto di gruppo: probabilmente nessuno avrebbe avuto il coraggio di farle alle sue spalle in una foto, neanche Berlusconi. Tuttavia non si sia troppo indulgenti con la memoria - a cominciare da noi stessi. Mirafiori era una caserma coi guardioni e le perquisizioni corporali e gli stretti divieti di ingresso agli estranei e ai loro sguardi, e i reparti di isolamento: non lontanissima dalle galere per semiliberi. Si schedavano gli operai, si pagavano poliziotti, si prendevano squadre per andare a picchiare ai cancelli. Agnelli non fu mai un nemico? Ma su! Qualcuno ricorderà meglio di me, che fui un nuovo arrivato, quali leggendarie atrocità corressero su Agnelli nell’altra Torino di trent’anni fa. Vampirismo: il cambio semestrale di sangue di bambini, il setto nasale d’oro... Certo che il mondo è piccolo e rimescolato. Io amo la pittura quanto Agnelli, almeno. Un giorno del 1969 Mario Schifano e Franco Angeli vennero a Torino a vendere qualche nuova tela all’Avvocato, poi scesero nel corteo operaio che aveva appena spazzato l’intera Mirafiori, e si entusiasmarono davanti alla palazzina della Direzione all’idea di abbattere i cancelli e occupare tutto. Di recente si è saputo che l’originale della xilografia di Lotta Continua con la faccia di Agnelli era stato comprato a un prezzo lusinghiero dall’effigiato. Questioni di tempi. L’idea sprezzante che ci si fa di Berlusconi, uno da non far entrare in salotto, uno della gente nova, né famiglia-dinastia alla Agnelli, né anonimato funzionale della public company, troppo ricco e di ricchezza troppo recente, avventuriero del populismo personale, può puntare sulla sua caducità. Che non duri. Dopo tutto il triste caso di Pym Fortuyn, che era più nuovo ancora, ha mostrato un’altra novità del leader outsider: la totale vulnerabilità. Se lo ammazzi, finisce tutto. Mai il terrorismo, compreso quello dei pazzoidi privati, aveva avuto una simile promessa di efficacia. Berlusconi ha detto l’altro ieri di aver ricevuto 35 minacce di morte - credevo di più. Se morisse, comunque - anche i ricchi muoiono, abbiamo visto - che cosa resterebbe? La Democrazia Cristiana no, non ancora, almeno. La Lega, An, che cosa altro? Forse una sinistra distinta immaginerebbe di ereditarne il malloppo, ripulito a norma di leggi? Che minacci o no la democrazia, Berlusconi è anche un alibi per la sinistra dello stile (che poi, chi non ce l’ha, non se lo può dare: come l’elicottero privato). Può riempire le sue giornate e la sua immaginazione. Può lasciarle uno snobismo e regalare altrui la popolarità. Può evitarle di pensare a come produrre meno automobili: per migliorare la qualità della vita, non per risparmiare sui salari. Adriano Sofri