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 2003  gennaio 30 Giovedì calendario

A Shenzhen la ricchezza è istantanea, La Stampa, 30/01/2003 Arrivando a Shenzhen da Hong Kong con la Kowloon-Canton Railway non stupiscono tanto i nuovi grattacieli record

A Shenzhen la ricchezza è istantanea, La Stampa, 30/01/2003 Arrivando a Shenzhen da Hong Kong con la Kowloon-Canton Railway non stupiscono tanto i nuovi grattacieli record. O gli ascensori panoramici a capsula che ne solcano le facciate scintillanti. E neppure gli eliporti e i ristoranti rotanti che ne coronano con ostentazione le sommità. Quello che impressiona di più è pensare che qui, dove oggi c’è una metropoli grande due volte Milano, all’inizio degli anni Ottanta c’era soltanto una cittadina di pescatori di trentamila abitanti. I numeri del boom sono mozzafiato, soprattutto per chi è abituato al ritmo sonnolento delle statistiche occidentali: una popolazione giovanissima (l’età media è sotto i trent’anni) che ha raggiunto i quattro milioni e mezzo di abitanti e continua ad aumentare in modo esponenziale; una crescita media annua del prodotto interno lordo superiore al 30 per cento; un porto per container che in due decenni si è affermato fino a superare Amburgo e quasi eguagliare Rotterdam. E soprattutto una crescita edilizia senza precedenti, un vero e proprio «miracolo nella storia mondiale dello sviluppo delle città» - come lo definisce il vice-sindaco Zhuo Qinrui - che mette in discussione i fondamenti stessi dell’urbanistica moderna. Tanto da generare un nuovo concetto e una nuova espressione: «città istantanea» o città «dall’oggi al domani». Le origini di questo fenomeno risalgono alle politiche cinesi di internazionalizzazione promosse negli anni Ottanta dal premier riformista Deng Xiaoping. Shenzhen, insieme ad altre tre regioni del Paese (Zhuhai, Xiamen e Shantou) venne selezionata come «Zona Economica Speciale». Una zona, cioè, parzialmente aperta all’economia di mercato e capace di costituire la testa di ponte della Cina verso Hong Kong e il mondo capitalistico esterno. A Shenzhen, infatti, si diventa ricchi. Qui si registra il più alto reddito pro capite della Cina, in una zona che comprende non più di 350 chilometri quadrati di terreno pianeggiante nel delta del Fiume delle Perle e si snoda per circa 20 chilometri lungo Shennan Boulevard, un grande asse di scorrimento est-ovest. Alle estremità il mare, a nord qualche rilievo e a sud il confine con Hong Kong. Non esiste un vero e proprio centro urbano, ma una serie di distretti con densità e altezze variabili (compresi i vertiginosi 384 metri del Grattacielo Diwang, sesto edificio al mondo), intercalati da sporadici parchi e lingue di verde. Shenzhen potrebbe essere definita una città lineare, anche se è molto lontana dai modelli tradizionali occidentali. La linearità qui non rappresenta, come tradizione novecentesca, un’idea astratta di pianificazione. «è semplicemente un filo, un vettore attorno al quale si raggruppano in modo variabile eterogenei esperimenti di mercato» - scrive Mihai Craciun nel recente Great Leap Forward (Taschen), raccolta di saggi frutto delle ricerche di studenti dell’Università di Harvard sotto la direzione dell’architetto olandese Rem Koolhaas. Il mercato è il principale protagonista dello sviluppo urbano. Una delle poche logiche decifrabili nel tumultuoso sviluppo della città sembra essere la corsa ai record. La città ne ha collezionati molti: oltre che per la crescita più rapida del mondo, si qualifica anche per la massima velocità di costruzione di un grattacielo (una media di 2,5 giorni per piano), per l’edificio più alto della regione (il già citato Diwang, con i suoi 384 metri) e addirittura per il centro commerciale più grande dell’Asia (il C-Mall di Hua Fa North Road, che insidia gloriosi primati nordamericani). Il record che più colpisce, tuttavia, anche se non ufficiale, è quello dell’eterogeneità dei suoi edifici. Shenzhen assomiglia un po’ a un parco tematico dell’architettura: una «finestra», per usare una delle parole preferite da Deng, sulle infinite possibilità tecnologiche e formali dell’arte del costruire. Vi si trovano le geometrie più strane, motivi ornamentali di tutti i tipi, rivestimenti che evocano un catalogo da fiera per l’edilizia. Un po’ come nel parco tematico «Finestra del mondo», uno dei più popolari della regione, che riproduce in scala i monumenti e gli edifici più significativi del pianeta: una torre Eiffel di oltre 100 metri di fronte a una ricostruzione della Piazza dei Miracoli di Pisa, Brasilia di fianco alle piramidi di Giza. D’altronde la giustapposizione di elementi eterogenei preconfezionati, scelti come su catalogo, è forse l’unico modo possibile per far fronte all’insaziabile domanda progettuale della città istantanea. Ingegneri e architetti cinesi. I quali sono anch’essi una categoria da record, capaci di sfornare i disegni di un grattacielo in una sola settimana e essere circa 2500 volte più efficienti dei loro colleghi americani. Ma la crescita senza freni della città istantanea è anche il suo principale fattore di crisi. Che cosa ne è di quel costante processo di accumulazione con cui si sono formate le aree urbane occidentali? Un metodo in base al quale ogni nuovo tassello veniva aggiunto, discusso, accettato, rifiutato o modificato dalla collettività, gettando le basi per una crescita lenta e duratura. A Shenzhen, invece, non sono rari i casi di edifici che vengono demoliti prima ancora di essere stati completati, solo perché le mutate condizioni del mercato impongono di ricostruirli diversi o più alti. La città cambia pelle in continuazione, il paesaggio urbano diventa mutevole e fluido. Ne risulta una perdita di identità e autenticità. Scrive Koolhaas: «Se si supera una certa velocità di costruzione, l’identità va inevitabilmente perduta, anche se tutto è fatto di pietra e materiali autentici - ed è proprio questa l’ironia». D’altronde niente potrebbe essere più estraneo a Shenzhen, nel tumultuoso sviluppo di questi anni, dei concetti europei di identità e di contesto. A partire dalla sua nascita la città ha addirittura adottato un motto che inneggia alla tabula rasa («Tre strade e un territorio da spianare») e in due decenni è riuscita a cancellare quasi tutte le tracce dell’architettura preesistente. Uno scempio, sempre che si voglia chiamarlo così, che è probabilmente destinato a ingigantirsi. Nessuno ha dubbi sul fatto che Shenzhen rappresenti il futuro della Cina: un Paese che nei prossimi dieci anni si propone di costruire più città di quante l’Europa abbia prodotto in tutta la sua storia. Ma Shenzhen ha un futuro? - si chiedono in molti. Nessuno sembra volersi sbilanciare su una città che troppe volte in passato ha smentito ogni previsione. Sono da segnalare tuttavia gli sforzi dei suoi attuali amministratori: per modernizzare l’industria, creare un nuovo distretto avanzato della ricerca e delle nuove tecnologie, favorire l’immigrazione di persone altamente qualificate e migliorare la qualità della vita. Quest’ultima, infatti, è scarsa a causa del degrado ambientale: le grandi arterie di comunicazione intasate dal traffico, l’aria irrespirabile, i canali che assomigliano a fogne a cielo aperto. Così è in fase di realizzazione, sempre a tempo di record, la metropolitana. Mentre il più grande cantiere in corso, quello per il nuovo City Center (una vera e propria città nella città, con oltre sette milioni di metri cubi di nuove costruzioni su un’area di 400 ettari) colloca al centro un grande spazio verde che congiunge le montagne a nord e il mare a sud. Consapevole dell’importanza della qualità dell’architettura nell’assicurarsi una posizione di rilievo tra le città del pianeta, Shenzhen ha fatto appello in questo caso ai più celebri progettisti internazionali. Sul City Center si sono cimentati, tra gli altri, gli americani di Skidmore Owings & Merrill, i tedeschi von Gerkan Marg und Partner e i giapponesi Arata Isozaki e Kisho Kurokawa. Gli amministratori di Shenzhen vorrebbero farne una gloriosa capitale del XXI secolo. Ci riusciranno? Ha detto il magnate Bill Gates: «Basta guardare che cos’era Shenzhen vent’anni fa, per intuire quale sarà il suo successo nei prossimi vent’anni». Carlo Ratti