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 2003  gennaio 27 Lunedì calendario

Adesso dalla City scappano pure i topi, Repubblica Affari & Finanza, 27/01/2003 Nel 1200 la City appariva triste

Adesso dalla City scappano pure i topi, Repubblica Affari & Finanza, 27/01/2003 Nel 1200 la City appariva triste. Ma agli inizi di quest’anno il Miglio Quadrato le cui strade luccicavano d’oro, almeno nella mitologia popolare, sembra un ippodromo alla fine delle corse nelle quali i giocatori hanno costantemente perduto. è squallidissimo. è ancora un centro della finanza internazionale ma è sconsolato. Per dieci riunioni consecutive l’indice del Financial Times è continuato a scendere. Non era mai successo qualcosa del genere. Il livello è il più basso da sette anni, è quasi la metà del già poco soddisfacente valore delle azioni registrato dodici mesi fa. C’è chi continua a sperare in un miracolo ma ormai è da un buon triennio che la Borsa di Londra perde. Intanto chiudono ristoranti, club, negozi persino pub. Quelli che rimangono sono mezzi vuoti. Spazi immensi nei grattacieli sono da affittare o da vendere. Ma restano vuoti. Nessuno li vuole neppure a prezzi molto convenienti. Gli yuppies e con loro i topi scappano. La City va a fondo? è un’ipotesi esagerata. Come ci fa notare un personaggio del mondo della finanza qual è il conte Pietro Antonelli, Londra rimane per forza e non solo per tradizione ma anche perché dispone di tutte le infrastrutture necessarie, il luogo dove si possono realizzare i migliori affari su scala mondiale. Ma c’è chi parla di «Titanic». La belle époque dei premi miliardari ai giovani banchieri di successo, sembra appartenere ad un mondo lontano. Addirittura non essere mai esistita. Delle Ferrari rosse che con tanta fierezza venivano guidate tra Guildhall e la Torre di Londra, si è perduta ogni traccia. I citymen camminano a testa bassa. Qualcuno riesce a farsi rimborsare il taxi ma è un’eccezione. Adesso ci si è messo anche il sindaco rosso Ken Livingstone che fa pagare dal primo febbraio una tassa esosa a chi porta la vettura nel centro della capitale. Un tempo i ragazzi della Jeunesse Dorée, sognavano di diventare citymen come gli esponenti delle loro famiglie erano stati generali o statisti. Ora sognano di andarsene. Qualcuno ne è uscito molto bene come Francesco Moncada di Paternò, che lavorava all’Unione di banche svizzere come broker nella City. è diventato presidente della mozzarella.com che importa e distribuisce mozzarella con eccezionale successo al punto di essere definito «il principe delle bufale». Ma altri non sono così fortunati. Secondo stime che hanno notevole credibilità più di trentamila banchieri e brokers per lo più di giovane età hanno perduto il posto e non ne trovano altri. Non sono più i tempi nei quali le banche cercavano in tutta Europa giovani ai quali far fare carriera. Allora la City era un salotto. Non c’era bisogno di lavorare giorno e notte come ora. Nelle grandi banche c’erano stuoli di graziose e eleganti segretarie. Si beveva champagne. A tavola ci si rimaneva per ore e la competizione tra le istituzioni finanziarie consisteva nello scegliersi il cuoco migliore. Una ventina d’anni fa al Sweetings, ristorante che vantava la migliore clientela e il pesce più buono e fresco d’Inghilterra e al raffinatissimo ristorante Publout si incontravano le grandi speranze della finanza, figli dell’establishment fra cui gli italiani come Pietro Antonelli, Luigino Barzini, Niccolò Tubini, Giorgio Cefis, Nello Picella, e Gianfranco de Carli, Gianluca Salina. Il mondanissimo Mario D’Urso, faceva le sue apparizioni, correndo tra una partita di tennis, un incontro con Jacob Rothschild e un cocktail party dell’ambasciatore. Era una tappa essenziale nel suo valzer tra i luoghi più sacri della high society. Ma adesso è molto raro incontrarli nel Miglio Quadrato della City. Non c’è più neppure l’Oversea Bankers Club dove ogni giorno si incontravano i banchieri più potenti del mondo. Alcuni di loro sono «emigrati» nel quartiere elegante di Mayfair. Soprattutto quelli che hanno costituito gli «hedge funds», fondi di investimento che assicurano alla clientela un minimo di rischio o quelli che gestiscono grandi patrimoni privati. Ma c’è anche la concorrenza che viene dal grande sviluppo immobiliare della zona a est della City, quella Canary Wharf che un tempo era la zona portuale di Londra caduta in disuso da quando il Tamigi non era più navigabile per le grosse imbarcazioni. La Thatcher aveva deciso di far sviluppare quest’area offrendo grandi incentivi a chi vi investiva. In questo modo gli spazi per le banche e per le società di assicurazione sono molto più competitivi di quelli della City e c’è modo di concentrarvi tutte le attività anche per colossi come la Hong Kong Shanghai Banking Corporation. Il declino delle attività bancarie si riflette tuttavia anche nel «business italiano». Leonardo Simonelli, presidente della Camera di commercio italiana in Gran Bretagna, ci dice: «Prima la nostra assistenza ai gruppi italiani nel Regno Unito era destinata proprio alle banche che erano ben rappresentate anche nel nostro consiglio direttivo. Ma ora siamo più impegnati nel facilitare l’import-export di merce e gli investimenti industriali in questo paese. Abbiamo appena redatto un’analisi per settore ed abbiamo censito 443 investimenti industriali italiani per un valore di 7 miliardi e mezzo di sterline». Simonelli ci fa notare l’importanza di questa trasformazione che certamente riflette un tipo di presenza economica del nostro paese in Gran Bretagna diversa dal passato. Ma a suo parere ci potrebbe essere anche una ripresa del business finanziario delle banche dalla City o da Canary Wharf. Quelle presenti a Londra sono diminuite da 17 ad 11 ma hanno ridotto in maniera drastica il loro personale. Come dice Antonelli, la globalizzazione significa che molte delle grandi operazioni vengono fatte direttamente dalle sedi centrali. Inoltre è pressoché scomparsa l’attività borsistica, le speculazioni sui «derivati» sono molto ridotte, le acquisizioni e le fusioni altrettanto. Prestiti sindacati quasi non se ne effettuano più. Le grandi sale-cambi che facevano il mercato della lira vanno scomparendo perché con l’euro non possono più contare su una loro specializzazione. Intanto il settimanale Investor Chronicle riflette il punto di vista ben visibile d’altronde nella capitale britannica che la crisi della City riflette un andamento generale e mondiale. Le possibilità che venga modificato a breve o a medio termine, è considerata minima. Per questo l’umore della City è nero. Paradossalmente la rivista che consiglia gli investimenti, nel numero di questa settimana si limita a raccomandare quelli che «non si debbono fare». Ma tra i dirigenti delle grandi banche internazionali si fa anche un po’ di mea culpa. Si deve pagare il conto di una troppo rilevante espansione negli anni ’80 quando si pensava che le cose avrebbero continuato ad andare bene anzi benissimo. Si assumeva personale eccessivo pagando stipendi da nababbi e premi miliardari per i banchieri che avevano realizzato successi. Si affittavano o si acquistavano piani e piani di grattacieli o palazzetti. Si concedevano con troppa facilità prestiti come pure si sottoscrivevano operazioni a rischio. La competizione specialmente con le banche e i brokers giapponesi ha ridotto all’osso i margini di profitto. Intanto lo sviluppo della cosiddetta Dockland (Canary Wharf) ha fatto sì che lo spazio nella City diventasse meno appetibile. Le cose potrebbero peggiorare ancora se i «profeti di sciagure» che continuano a intravedere un crollo del settore immobiliare anche per quanto riguarda quello delle abitazioni private, dovessero avere ragione. Le banche che non trovano grandi aziende alle quali concedere prestiti o grandi progetti da finanziare, hanno dato denaro in prestito con grande facilità a tutti coloro che lo richiedevano per comprare case. Se questa clientela dovesse trovare difficoltà a ripagare i mutui concessi sulla base del valore delle abitazioni acquisite, le banche alcune delle quali già «traballano», sprofonderebbero. Né ci sono consolazioni per quanto riguarda l’andamento dell’industria britannica. Il presidente dei «regolatori finanziari» detto watch dog, prossimo direttore della London School of economics Howard Davies ha invitato alla prudenza le istituzioni finanziarie. Secondo le previsioni le industrie inglesi ridurranno ancora l’occupazione. Paolo Filo della Torre