Giancesare Flesca l’Unità, 16/01/2003, 16 gennaio 2003
L’addio al Castello di Vaclav Havel, presidente dell’assurdo, l’Unità, 16/01/2003 Per chi c’era, è difficile dimenticare le notti di quel fine anno dell’89 in cui a Praga si celebrava il trionfo di Havel
L’addio al Castello di Vaclav Havel, presidente dell’assurdo, l’Unità, 16/01/2003 Per chi c’era, è difficile dimenticare le notti di quel fine anno dell’89 in cui a Praga si celebrava il trionfo di Havel. In pochi giorni il regime si era come liquefatto, la rivoluzione di velluto - come la chiamarono - aveva vinto senza che neanche una pallottola fosse sparata. La splendida capitale ceca, quella notte, era un ripetersi di cortei e di ”girotondi” che si guardavano con incredulità, ognuno sorpreso della libertà e della gioia dell’altro, come se la rinascita dei sentimenti più belli fosse un’improvvisa e precaria eruzione vulcanica. Si cantava, si beveva birra - oh, se si beveva - inneggiando al personaggio che sarebbe stato investito senza elezioni della carica di capo dello Stato, Vaclav Havel, l’uomo della Charta 33, il dissidente che più di ogni altro aveva combattuto un regime che dall’occupazione sovietica dell’agosto ’68 era solo e soltanto un grande gulag, messo in piedi per esorcizzare il vento di novità, quella brezza di democrazia che un altro personaggio straordinario, Alexander Dubcek, aveva fatto soffiare per qualche mese non solo sulla Cecoslovacchia ma anche su molte province dell’Impero. E le bandiere, le fiaccolate si fermavano un momento sulla piazza dove Ian Palach s’era dato fuoco, come a dirgli: «Abbiamo vinto anche per te». Seguendo adesso la cronaca di una laboriosa elezione del successore di Havel, Stare Miasto, il centro storico di Praga, con i caffè degli intellettuali e le birrerie della gente qualunque, non sembra affatto emozionata. Al contrario, quanto più lunga diventa la cerimonia, tanto più si allarga il solco fra potere e società civile. C’è chi dice che Vaclav Havel, nei suoi tredici anni al Castello, abbia lasciato - consapevole o no - terra bruciata alle sue spalle. E comunque, nessuno potrà mai avere, almeno all’inizio, il suo prestigio e la sua libertà intellettuale. Raccontare la storia del presidente ceco, ripercorrere la sua biografia è quasi impossibile, perché la vita è una lunga pièce teatrale dove tutto è vero, o falso, nel segno di quel teatro dell’assurdo che Havel aveva abbracciato all’inizio del suo impegno letterario. E infatti sul palcoscenico passa un facchino, un cameriere, un menestrello che hanno le fattezze del giovane di bell’aspetto, messo al mondo a Praga nel 1936 da una famiglia di alta e raffinata borghesia, sulla quale il rullo compressore della burocrazia stalinista si accanì con particolare determinazione. Il giovane Vaclav fu costretto a studiare economia all’Università, ma dopo due anni lasciò gli studi ufficiali e studiò teatro e letteratura per corrispondenza all’Accademia delle arti, laureandosi con una tesi che sarebbe rimasta fondamentale fra le sue opere, titolo: La aumentata difficoltà di concentrazione. Siamo nel ’66, quando Havel ha trent’anni. Dieci anni prima da una quinta laterale che riproduce le sale ingombre del famoso caffè ”Slavia” entra nella sua vita e ne diventa moglie una ragazza magra ed elegante, di origini operaie che rimane in scena 30 anni, fino al ’96, quando muore, già moglie abbandonata e sostituita da un’attrice 17 anni più giovane di Vaclav, e l’autore della commedia la fa morire dello stesso stesso brutto male che avrebbe dovuto, poco dopo la morte di Olga, raggiungere anche lui. A questo punto l’ormai ex presidente viene interrogato da un ipotetico giurì d’onore sulla sua vita con Olga, e sull’infedeltà negli anni del potere. Havel potrebbe difendersi descrivendola, come fece in un suo scritto: «Era una ragazza proletaria, libera pensatrice, di una lucidità scevra da ogni sentimentalismo». Potrebbe aggiungere che le «lettere a Olga» scritte dalla prigione e pubblicate in Occidente sono forse proprio il suo libro più bello, un tributo che va oltre le piccole storie della vita. Certo Olga, tornata fra il pubblico in loggione, riderebbe non poco nel vedere Vaclav che dirige la sarta Eva Novakova nella preparazione degli abiti per Dagmar Veskrrnova, la nuova prima donna, sposata un anno dopo la morte di Olga e un anno prima di doversi misurare anche lui con un cancro al polmone, dal quale sembra fortunatamente guarito. Con Daga ha comprato una casetta sul mare in Portogallo, dove abbandonarsi all’affetto e al ricordo. Il suo sceneggiatore gli farà ricordare anche la carriera politica? probabile di no, perché dopo tre elezioni alla suprema carica, Havel dichiarerà pubblicamente di «non sentirsi all’altezza» del compito che avrebbe dovuto incarnare, di sentirsi come svuotato da quegli anni al Castello. E dunque nessun richiamo all’obliquità del suo ruolo nei confronti del premier e del Parlamento, del suo sì al liberismo thatcheriano, salvo pentirsi pochi anni dopo in presenza nientemeno che del Papa. E niente afflizioni per la scissione inevitabile ma forse prematura dalla Slovacchia, dove gli si rimprovera ancora che il primo viaggio all’estero da presidente sia stato a Bonn, e non invece a Bratislava. Anche nella politica, però, ci sono sprazzi che il teatro dell’assurdo può mandare in scena: ad esempio quella cena offerta l’anno scorso per il vertice Nato, che il padrone di casa fa precedere da un balletto concettuale moderno farcito di richiami erotici. Richiesto di un parere sulla performance, Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa americano risponde ammiccando: «Non ci ho capito niente io sono uno che viene da Chicago». Ecco, se l’autore del suo dramma volesse fargli un regalo per il tempo che gli resta lo farebbe proprio così, lasciandolo lontano anni luce da «uno di Chicago». Giancesare Flesca