Paolo Valentino Corriere della Sera, 22/01/2003, 22 gennaio 2003
L’intesa ostile di Francia e Germania
Quando de Gaulle baciò Adenauer e rifiutò Schroeder, Corriere della Sera, 22/01/2003 Un matrimonio della ragione, si è sempre detto a proposito del binomio franco-tedesco, che nell’ultimo mezzo secolo ha di fatto rappresentato la sola, vera spinta propulsiva del processo di integrazione europea. E come definire altrimenti la scelta, quasi ostinata, di marciare insieme, a dispetto di un’indole e di una visione del mondo, che più lontane non potrebbero essere? «Si potrebbe dire - scriveva Madame de Stael in De l’Allemagne, nel 1810 - che francesi e tedeschi siano alle due estremità della catena morale, poiché gli uni considerano gli oggetti esteriori la causa di tutte le idee, e gli altri, le idee come la causa di tutte le impressioni». soltanto partendo dall’alterità, sempre attuale, di queste due opposte Weltanschauung o conception du monde, che si può apprezzare in pieno, mescolando stupore e ammirazione, l’ennesima ripartenza europea, che Francia e Germania inaugurano oggi a Versailles, celebrando i quarant’anni dei Trattati dell’Eliseo. Eppure, racconteremmo solo una parte della verità, se tentassimo di ingabbiare nello schema di un’intesa dettata dalla mente e osteggiata dal cuore, imposta dalle élite a due popoli riluttanti, quello che, in oltre due secoli, è stato in verità un rapporto molto più complesso e sfaccettato. Conflittuale e passionale, fatto di attrazione fatale e odio feroce, stima incondizionata e rancore irreversibile, speranze e profonde delusioni. A tutti i livelli, dalla filosofia alla politica, dallo sport al cinema, all’arte, tedeschi e francesi si sono incontrati, spesso procurando scintille, più spesso scoprendo insospettate affinità elettive. Chiamiamolo il gioco delle coppie e partiamo dall’attualità: cosa sarebbe stata la Ferrari senza l’intesa di ferro, fatta anche di una solida amicizia, tra il tedesco Michael Schumacher e il francese Jean Todt? E, in senso lato, come avrebbe fatto Chanel a risorgere nel panorama della moda, se non avesse incontrato sulla sua strada Karl Lagerfeld, che ancora ieri, a Parigi, ha rinnovato la leggenda della Maison? Saltando indietro di 250 anni, è l’incontro fra il re-filosofo e il filosofo-re, Federico II di Prussia e Voltaire, a dar vita alla prima, vera coppia franco-tedesca. Per quattro decenni, attraverso oltre 800 lettere, la loro relazione intellettuale è di fuoco, perfino venata di gelosia. Il despota illuminato riconosce «la follia del genio, che vale un’intera accademia». Per il francese, il «Salomone del Nord» è un idolo al quale intende «consacrare la vita» in una Berlino trasformata da caserma ad «asilo delle arti». E anche se Voltaire, in parte deluso da Federico, cadrà in disgrazia, nulla metterà mai fine al loro rapporto. Arte e politica continueranno a intrecciarsi fra le due sponde del Reno, se Beethoven dedicherà la sua Eroica a Napoleone, sull’onda emotiva generata dalla Rivoluzione dell’89. Ma quando, poi, l’equivoco creato dalla presa della Bastiglia sarà definitivamente chiarito, allora l’innamoramento collettivo e reciproco dei tedeschi e dei francesi cederà il posto al sospetto e all’odio: «Quello che più mi pesa - scriverà Gustave Flaubert a un amico, dopo l’invasione tedesca della Francia nel 1870 - è l’invasione dei signori delle lettere... Nutro verso costoro un tale rancore, che voi non mi vedrete mai più in compagnia di un qualunque tedesco». Dovranno passare in verità molti anni, colmi di sangue e tragedie, due guerre mondiali, la folle notte del nazismo, prima che il gioco delle coppie possa riprendere. E alla divina Marlene Dietrich che seduce Jean Gabin, risponde nel 1958 Herbert von Karajan, il quale, già cinquantenne, sposa in seconde nozze l’adolescente Eliette Mouret, che di anni ne ha appena 19. Passerà qualche anno e toccherà a Brigitte Bardot, icona di ogni fantasia erotica, annodare un altro filo della passione tra i due Paesi, sposando il ricco playboy bavarese, Günther Sachs. Più di recente, saranno Hanna Schygulla e il regista Jean Claude Carriere, Mario Adorf e Monique Fay a rinnovare il legame. Ma è soprattutto in politica, che il Dopoguerra franco-tedesco è ricco di coppie. Improbabile e povera di risultati, quella Willy Brandt-George Pompidou. Strepitosa e benefica per l’Europa, l’intesa fra due teste fredde come Valéry Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, che si davano del tu parlando in inglese. Ispirata e permeata dal senso della Storia, quella tra François Mitterrand e Helmut Kohl, che si tenevano per mano a Verdun. Difficile, volonterosa e dettata dalle necessità, quella tra Jacques Chirac e Gerhard Schroeder. Il feeling più strano e visionario rimane comunque il primo, quello tra de Gaulle e il cancelliere Adenauer, che fu il solo capo di Stato straniero a essere invitato dal generale nella sua casa di campagna a Colombey-les-deux-Eglises. Quarant’anni fa, dopo la firma dei Trattati dell’Eliseo, l’arcigno presidente francese dette addirittura un bacio fraterno all’amico ritrovato. Poi, forse pensando di essersi spinto troppo in là, lasciò di stucco il ministro degli Esteri tedesco, dicendogli: «A lei niente bacio». Il ministro, un cristiano-democratico, si chiamava Gerhard Schroeder. Quel bacio, il suo omonimo, lo riceverà oggi da un altro gollista. Paolo Valentino