Francesco La Licata La Stampa, 23/01/2003, 23 gennaio 2003
La rumorosa angoscia degli avvocati dopo la notizia: «Mormino indagato», La Stampa, 23/01/2003 L’animazione è quella delle grandi occasioni
La rumorosa angoscia degli avvocati dopo la notizia: «Mormino indagato», La Stampa, 23/01/2003 L’animazione è quella delle grandi occasioni. Il popolo che si agita tra le colonne di marmo, nel grigio di un palazzo di Giustizia che è la fotocopia in miniatura della città irredimibile della pantomima e del compromesso, il popolo è quello di ogni giorno: testimoni spaesati, ”sbirri” e carabinieri sempre pronti a carpire musioni e brandelli di ogni discorso che agiti i capannelli davanti al bar, imputati ormai a loro agio tra le carte incomprensibili delle cancellerie, magistrati in libera uscita e, ovviamente, avvocati. Una pletora di difensori. E sono loro, oggi, quelli agitati. La notizia, d’altra parte, non è di quelle che passano inosservate: indagato l’avvocato Nino Mormino, l’onorevole vicepresidente della commissione Giustizia. Un mito del ”Palazzo” palermitano, figlio di Totò Mormino che da questo popolo, in questi corridoi, veniva giustamente considerato come un vero «principe del Foro». Indagato anche Nino Battaglia, avvocato e senatore. E così diventa comprensibile tanta agitazione. Il disagio di una categoria abituata, in qualche modo, a stare nell’occhio del ciclone, ma anche ormai lanciata - soprattutto dopo il repentino cambio di clima politico, in favore dello schieramento opposto ai giustizialisti ironicamente bollati come «fondamentalisti islamici» -, proiettata verso un momento di ripresa, anche a livello di immagine. Rappresentano il ventre di Palermo, gli avvocati. E il ”Palazzo” un frullatore dove si agita di tutto: non è sempre facile sottrarsi ai tentativi del popolo degli inquisiti di valicare quella soglia sottile che separa l’assistenza tecnico-legale dalle richieste di soldarietà. Quante volte le maldicenze di quell’atrio affollato hanno generato vere e proprie leggende metropolitane. Quante invidie, per l’improvvisa notorietà dovuta ad un processo importante. stato sempre così, il Palazzo di Giustizia. C’erano (e ci sono ancora) i principi del Foro, con le loro preziose borse di cuoio, il cachemire e le cravatte di Pustorino. E c’erano (e ci sono) gli «spicciafaccende», cioè difensori tuttofare completamente agli ordini degli imputati. Come il minore di una antica famiglia di legali che era capace persino di scattare in piedi se il grande contrabbandiere, dalla gabbia, lo chiamava per nome e con lo schiocco delle dita. Quante volte, poi, difensori anche onesti non riuscivano a sottrarsi al rito del bacio sulle guance dopo la lettura della sentenza di assoluzione. I piccoli truffaldini, difesi da piccoli avvocati. I grandi mafiosi da nomi di grido. La legge, si sa, è scritta in modo difficile, tanto che i palermitani rimangono convinti che l’hanno scritta così per giustificare l’esistenza degli avvocati. Per lungo tempo è avvenuto che questo mondo rimanesse ben visibile, ma impenetrabile per scarsa vocazione alla comprensione. E i cittadini rimanevano a bocca aperta ascoltando le dotte argomentazioni di gran parlatori come i Bonocore o come i legali venuti dal Nord. Annuivano anche di fronte ad ardui sillogismi, come la difesa subliminale del senso dell’onore - portata avanti da un irresistibile Cristoforo Fileccia sotto le telecamere della tv - di un uomo quasi «costretto» a reagire per l’umiliazione di essere stato tradito da un «potente e levigato Mandingo». Ci fu un momento difficile per la Camera Penale di Palermo. Tutto cominciò con Falcone e, manco a dirlo, coi pentiti. Prima le chiacchiere di corridoio, poi la ”polpa” e le indignate reazioni della categoria. Si seppe, attraverso il maxiprocesso, che c’erano legali d’aula, cioè abili nella dialettica, e difensori «da corridoio», cioè capaci di contrattare direttamente col magistrato la posizione dei loro assistiti. Ovviamente non sempre la contrattazione era affidata ad argomenti legali. Si seppe che c’erano avvocati figli di uomini d’onore, come quel Chiaracane condannato e mai più tornato nelle aule di giustizia. Già, il maxiprocesso. Con i dibattiti della Camera Penale, gli scontri sulla «mostruosità giuridica» delle istruttorie giganti. Intanto erano cambiati gli equilibri di Cosa Nostra e, con essi, gli schieramementi delle difese. Un rimescolamento che avrebbe fatto spostare molti legali: dalle famiglie dei cosiddetti «perdenti», verso i gruppi «corleonesi» e «vincenti». E cambia pure il rapporto coi clienti, che diventano esigenti e insaziabili. Vogliono l’anima perché «pagano profumatamente», chiedono e quando non ottengono - come avvenne durante il «maxi» - pensano persino a punizioni esemplari. Cosa Nostra voleva uccidere un avvocato importante «per dare l’esempio». I nomi in ballo si riferivano a stimati professionisti e andavano dal grande Gallina Montana, al professor Orazio Campo, allo stesso Nino Mormino. Non se ne fece nulla, diranno i pentiti, perché nessun boss gradiva che fosse soppresso il proprio legale. Tempi difficili, tanto che qualcuno (Caruso e Caleca) fu costretto persino ad emigrare per sottrarsi al pericolo di «attenzioni particolari». E poi la scure della magistratura: indagati, incarcerati, sospettati. Indagini qualche volta sfociate in archiviazioni ed assoluzioni clamorose, umiliazioni sopportate dignitosamente nella maggior parte dei casi. Assolti che oggi sono giustamente di nuovo nelle aule e in corsa per il risarcimento per l’immotivata detenzione. Sembra un secolo fa, ma erano gli Anni Novanta. Ecco perché le vicende di Mormino e Battaglia riaccendono inquietudini. Fibrillazioni già evidenziate da poco, durante le discussioni per il rinnovo delle cariche in seno alla Camera Penale, con candidature «blindate» e finalizzate - dicono - più allo scontro con la magistratura che al dialogo. Come se il nuovo malutempo fosse già nell’aria. Francesco La Licata