Filippo Ceccarelli, La Stampa, 22/01/2003, 22 gennaio 2003
La scomoda poltrona dell’ing. Castelli, La Stampa, 22/01/2003 Avrà fatto più di un sospiro di sollievo, in questi giorni, il presidente del Senato Marcello Pera nell’osservare quel che si sta rovesciando addosso al ministro della Giustizia Castelli
La scomoda poltrona dell’ing. Castelli, La Stampa, 22/01/2003 Avrà fatto più di un sospiro di sollievo, in questi giorni, il presidente del Senato Marcello Pera nell’osservare quel che si sta rovesciando addosso al ministro della Giustizia Castelli. Il conforto di Pera si deduce dal fatto che negli accordi pre-elettorali del centrodestra la poltrona di via Arenula sarebbe toccata a lui. Era tutto pronto. Pera aveva addirittura annunciato che uno dei suoi primi atti sarebbe stato quello di levarsi di torno una certa scrivania che la leggenda ministeriale attribuiva al Guardasigilli Togliatti e che il penultimo ministro, il comunista Oliviero Diliberto, aveva ripristinato e messo nella sua stanza, per poterla avere sempre sotto gli occhi. Ma poi, per un classico gioco di incastri, il dicastero era toccato alla Lega. E allora qui varrà la pena di assimilare il plausibile sollievo del presidente del Senato a quello di Bobo Maroni, che anche lui sfiorò quella poltrona. La sua fortuna fu di essere caldamente sconsigliato - lassù sul Colle - dal porsi alla guida di un’amministrazione che ha a che fare con la giustizia, avendo lui stesso a che fare con la giustizia. Un paio di processi, niente di grave. E invece anche lui l’aveva scampata bella. E quindi, di terza scelta, a via Arenula arrivò Castelli. Ingegnere, docente di Acustica, ramo insonorizzazione dei motori. «Specialista nell’abbattimento del rumore» lo qualificò subito il giudice Borrelli. Era una sintesi che si poteva leggere come raffinata perfidia a doppio taglio: Castelli non solo non capisce nulla dei problemi della giustizia, ma da Arcore l’hanno piazzato lì per normalizzare la situazione. Non che la diagnosi borrelliana - con il senno di poi - fosse così campata in aria. Il novizio comunque al momento fece finta di niente. Disse cose tipo: «Magari un ingegnere riesce a valutare le questioni con maggiore razionalità». E promise, come si deve: «Dialogherò con i magistrati». Bisogna capirlo. Sul serio. Tutti i ministri di Grazia e Giustizia dell’ultimo decennio, prima che doveroso rispetto, meritano umana pietà. Non c’è posto peggiore di quello. E loro - non si sa se per spirito di servizio o smania di incarichi - fanno sempre finta di non saperlo. Ma se ne accorgono con il tempo, eccome. Si prenda il povero Biondi. Ecco. Il governo Berlusconi si insediò l’11 maggio del 1994. In data 5 giugno, meno di un mese dopo, lo sventurato ministro dichiara: «Sono pronto a togliere il disturbo». Dopo l’improvvido varo di un decreto passato alla storia come «salvaladri», Biondi dirà anche che lui quella poltrona non la voleva, toccava a Previti, ma il Quirinale s’era messo in mezzo e aveva fatto uno scambio. Ma proprio per questo dovette suonare ancora più sferzante la battuta di Borrelli su una certa attitudine dell’allora ministro nei confronti del vino. Insomma, un massacro: «Entravo nel ristorante e la gente si voltava dall’altra parte». Fu costretto a cambiare numero di telefono per gli insulti, le minacce. Fu lasciato solo. Cercava di consolarsi: «Tengo famiglia, non tengo bisogno». Il crollo del governo fu la sua inconfessabile liberazione. E venne Mancuso. Con lui il dramma di via Arenula salì di tono e d’intensità: mitologia, Antico Testamento («Muoia Sansone» eccetera), Promessi sposi (Dini come il Conte Zio) e Pacciani («Compagni di merende»). Nel giro di qualche mese Mancuso si ritrovò contro il suo stesso governo il quale a sua volta si ritrovò Mancuso contro. E ritenne di espellerlo, con apposita mozione di sfiducia. Al che don Filippo allestì una scena da teatro elisabettiano. Sipario indimenticabile, a Palazzo Madama, con tanto di accessori di scena, brani di copione scritti, ma non letti, e non scritti, ma annunciati. E anche nel suo caso gli insulti, le minacce (pure al nipotino), i bypass, i pacemaker, Dini Conte Zio arrivò a dire che Mancuso era «un vecchietto bizzoso» che parlava «con messaggi mafiosi» e continuava «a ringhiare come un cane». Questo dunque può accadere in Italia a un ministro arrivato in un posticino tranquillo come la Giustizia. E non è un fatto di persone. che a via Arenula, dove pure c’è un orto rigoglioso di uva, fichi e deliziosi alberi da frutta, si scarica il peggio del peggio da tutte le cloache della Repubblica. Un materiale insieme velenoso e incandescente; amnistie, pentiti, obbligatorietà dell’azione penale, ispezioni, carriere, Csm, lentezze burocratiche, ruolo del pm, codici, grazie, sicurezza, rogatorie, immigrazione, carceri (edilizia, riforma, vivibilità, evasioni, rivolte). Chiedere conferma agli altri titolari. Il percorso immaginato dal ministro dell’Ulivo, Giovanni Maria Flick, si presentava perfino incoraggiante: «Da avvocato più pagato a ministro più pacato». Ma il pur legittimo desiderio di pacatezza fu così intenso che, dopo aver scontentato tutti per sua stessa ammissione, colse al volo il primo treno per la Corte costituzionale. Di Oliviero Diliberto si è all’inizio ricordato il feticismo istituzionale, la scrivania di Togliatti (ora, pare, assegnata a una signora che tiene i rapporti con i ministeri della Giustizia dei paesi anglosassoni). Per il resto cercarono di tirargli addosso di brutto la liberazione della Baraldini (e una certa quota pagata per ottenerne l’estradizione). Lui per la verità se la cavò anche, anche se poi alla prima crisi, in assoluta controtendenza, riscoprì l’importanza di dirigere un partito. E addio ministero. Arrivò allora Fassino, ma i problemi erano più o meno quelli dei tempi di Biondi. Magistrati sempre più esacerbati. Avvocati sempre più esagitati. Politici sempre più esasperati. In più il Papa che già nel giugno del 2000 aveva chiesto un atto di clemenza. Che fare? Così Fassino entrò distribuendo delle rose alle impiegate, ma poi una volta, in una riunione con l’Anm, smoccolò imprecazioni spaventose. tutto così dannatamente complicato. In compenso il nuovo Guardasigilli ha stabilito che la legge non è più tanto uguale per tutti, ma la Giustizia è amministrata in nome del popolo. Nuova iscrizione tribunalizia che allo stato degli atti suona inutile e anche misteriosa. Filippo Ceccarelli