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 2003  gennaio 12 Domenica calendario

La fuga del Totò a luci rosse, Corriere della Sera, 12/01/2003 L’ultimo erede della mitologia americana di fughe on the road se l’è filata col fido cane lupo al guinzaglio, una sacca di camicie e mutande di ricambio in spalla, l’inseparabile tavola da surf sottobraccio

La fuga del Totò a luci rosse, Corriere della Sera, 12/01/2003 L’ultimo erede della mitologia americana di fughe on the road se l’è filata col fido cane lupo al guinzaglio, una sacca di camicie e mutande di ricambio in spalla, l’inseparabile tavola da surf sottobraccio. Accusato d’essere un violentatore seriale con addosso 87 imputazioni e l’aggravante dell’idiozia di filmare i suoi stupri conservando le cassette nella videoteca di casa, Andrew Luster è svanito una settimana fa sulla sontuosa Toyota che teneva parcheggiata nel viale della sua villa con vista sulle dune dorate di Malibu, California, dov’era agli arresti domiciliari durante il processo che avrebbe potuto spedirlo all’ergastolo. Ad aspettarlo in qualche paradiso offshore deve avere un conto cifrato, di quelli in cui è dura star dietro alla fila degli zeri. Già, perché questo nuovo Perfect Evil in bilico tra la cronaca rosa di Beverly Hills e quella nera degli slum di Los Angeles, mezzo dandy e mezzo maniaco, non è uno qualunque e non ha ereditato solo il ruolo itinerante che fu del dottor Kimble (The Fugitive, serie culto degli anni Sessanta e recente remake di Harrison Ford) o di Thelma e Louise: Andrew Luster, ”Drew” per gli amici surfisti e abbronzati della Pacific Coast, è il pronipote miliardario di Frankie ”Max” Factor, ovvero mister Belletto, il signore dei cosmetici che sbarcò in America un secolo fa con dozzine di casse cariche dei trucchi usati dalle attrici del teatro imperiale russo e finì a incipriare per decenni il naso delle dame e delle massaie a stelle e strisce, diventando mito, griffe, miniera d’oro. Logico dunque che la fuga dell’ultimo rampollo della dinastia e la relativa dichiarazione di caccia all’uomo «estesa in tutto il mondo» dai furibondi agenti dell’Fbi siano diventate il gioco di società di una nazione che cerca di distogliere lo sguardo dalle atomiche coreane e dai centomila nuovi disoccupati che sono andati a intasare le liste del collocamento a dicembre: riuscirà il ricco e debosciato Drew a bagnare ancora il naso ai federali? Questa storia molto californiana di sesso, rotocalchi e quattrini può stare tutta in una lunga pellicola cinematografica. Proprio guardando i primi film muti, nonno Max, che i genitori volevano rabbino ed era invece nato affarista, ebbe l’idea della sua vita: le facce degli attori parevano così anemiche, così slavate nel cattivo gioco di luci di quel cinema pionieristico. Lui, promettendo di colorarle, bussò alle porte dei primi ”studios” [...]. Cominciò così a truccare le attrici, scommettendo che le donne qualunque dei ruggenti anni ’20 avrebbero poi fatto la fila per accaparrarsi il rossetto delle loro eroine. Funzionò. E Max non cambiò solo la faccia ma anche il costume della nazione. Piazzò i suoi trucchi sugli scaffali di tutti i supermercati e spalmò di mascara le ciglia delle signore d’America con uno slogan: «Sentitevi libere di somigliare a una star». Drew, stando alla sua linea difensiva, avrebbe solo «aggiornato» il messaggio del bisnonno: questo 39enne belloccio e sfaticato giurava di voler trasformare le ragazzine della costa pacifica in stelline, magari parecchio hard. Quando i poliziotti gli hanno perquisito la villa di Malibu, hanno trovato sugli scaffali del salotto 17 video, diventati prova regina d’accusa. Copioni ripetitivi: lui tra le lenzuola con la ragazza di turno, la ragazza che cambia sempre ma sembra sempre addormentata (ce n’è perfino qualcuna che russa, durante le riprese più spinte). I poliziotti della contea di Ventura, dove si celebra adesso il processo, sostengono che quello appunto era il modus operandi del mostro: «Agganciava le sue vittime nei bar, le drogava con gocce di ecstasy liquida, poi se le portava a casa e le violentava mentre quelle erano groggy». Lui, prima di darsela a gambe, ha ripetuto quella sua spiegazione ai limiti del buonsenso: «Le ragazze fingono di dormire ma stanno recitando [...]. Io volevo diventare un regista porno e, per la prima volta, guadagnarmi la vita». I poliziotti sostengono che col suo sistema Drew potrebbe avere abusato di 200 donne, ma finora ne hanno identificate solo tre e la testimonianza di una delle tre, Carey, studentessa all’università di Santa Barbara, è perlomeno traballante. I brandelli di filmato proiettati in aula fanno pensare più a un Totò a luci rosse che a un De Sade: «Una bella bionda svenuta nel mio letto, proprio quello che ho sempre sognato!», ghigna a un certo punto il satiro fissando la telecamera mentre la sua preda ronfa della grossa. Comunque è vero che il processo si stava mettendo male. Perciò, tuona il procuratore Fox e sospetta il giudice Riley, l’imputato è sparito: dunque si andrà avanti fino alla prevedibile condanna, anche senza di lui. Altro che «incidente», altro che «rapimento», come va cianciando l’imbarazzato difensore Roger Diamond [...]. Questa storiaccia si trascina dal luglio del 2000, quando la bella Carey va a sporgere denuncia, 48 ore dopo una notte brava nella villa di Malibu (il suo fidanzatino aveva dormito sul divano in salotto mentre il satiro miliardario l’avrebbe violentata fino al mattino). L’erede di Max, che sino ad allora aveva campato serenamente di rendita col solo problema di dove trovare le onde più alte e il mare più caldo, si sveglia in manette nel giro di poche ore. Sua madre Elizabeth, riverita come una principessa nelle boutique di Rodeo Drive, smette in pochi minuti di tirar fuori il naso dalla porta, schiacciata dalla vergogna proprio mentre medita su come organizzare le celebrazioni alla memoria di nonno Max. Vengono i mesi della prigione, Drew diventa in fretta il bersaglio dei tabloid di tutto il Paese. Un primo giudice fissa la cauzione a 10 milioni di dollari, un secondo in appello l’abbassa a un milione. Il surfista satiro ottiene infine gli arresti in villa: prima incatenato da una cavigliera elettronica, poi costretto solo a firmare un registro ogni 12 ore. appunto nell’arco di 12 ore, durante il weekend dell’Epifania, che sparisce. Un’implicita confessione? Forse. Ancora in cella aveva chiesto ai cronisti: «Pensate che se fossi colpevole sarei tanto cretino da tenermi a casa i video che m’incastrano?». Molti lo pensavano, sì. Perché è spesso con un cretino che finisce una grande storia. Goffredo Buccini