Fabio Poletti La Stampa, 13/01/2003, 13 gennaio 2003
I pusher della ”Leonessa”, La Stampa, 13/01/2003 Gli albanesi sono gli ultimi. Insieme ai maghrebini che hanno scalzato i calabresi
I pusher della ”Leonessa”, La Stampa, 13/01/2003 Gli albanesi sono gli ultimi. Insieme ai maghrebini che hanno scalzato i calabresi. E prima ancora i napoletani, i camorristi che nel ’77 ospitarono ”don” Raffaele Cutolo in persona, villa di Soiano, costa occidentale del lago di Garda, provincia di Brescia. In fondo alla catena ci sono quelli che non contano niente. Che si ammazzano tra di loro per un pugno di euro, un debito non pagato, un chilo di hashish che non si riesce a piazzare. O perché alla fine è così che si fa. Come hanno detto quelli che il 14 dicembre hanno ammazzato Antonio Madeo, 21 anni della Valsabbia, strangolato, bruciato, fatto a pezzi e gettato in un cassonetto piuttosto che pagargli i 23 mila euro per una partita di hashish. I suoi amici hanno confessato quasi subito: «Ci siamo ispirati all’omicidio di Pasquale Pappalardo...». Pasquale Pappalardo aveva 20 anni e abitava a San Felice vicino a Salò. Suo padre è sotto inchiesta per droga e camorra. Lui viveva di piccoli traffici. I suoi amici lo hanno ammazzato a sprangate il primo dicembre, poi lo hanno cosparso di acido e sotterrato. Quando i carabinieri li hanno presi, hanno confessato subito: «Gli dovevamo mille euro». Storie terribili. Storie da niente. Storie che non fanno dormire Fabio Salamone, magistrato della Dda di Brescia, alle prese con i grandi narcotrafficanti e con questi delitti da due soldi: «Questa provincia è il crocevia dei grandi traffici di droga. Ma poi ci sono queste vicende di degrado sociale, dove per un debito di 1000 euro ci si ammazza. Stiamo parlando di disadattati, non di grandi criminali. Tant’è che quando li arrestiamo confessano subito». Più o meno le stesse parole del colonnello Carmine Adinolfi, comandante della compagnia di Brescia dei carabinieri: «In questi ultimi delitti c’è molta improvvisazione e quasi mai premeditazione. Sembrano non rendersi conto di quello che hanno fatto, fino a quando non capiscono le conseguenze del loro gesto». A guardarla la ”Leonessa d’Italia”, con lo struscio in piazza della Loggia, il mercatino dell’antiquariato sotto ai portici, le Porsche e le Mercedes e le fabbrichette e gli allevamenti dove oramai sono tutti extracomunitari a fare i lavori di fatica, non sembra quella che è. Non sembra che il 10 per cento dei tossicodipendenti ricoverati nelle strutture private o pubbliche della Lombardia sono di questa provincia. Quasi quanto a Milano, dove però ci sono 1 milione e mezzo di abitanti solo in città. Contro i 200 mila di Brescia, un milione al massimo contando pure la provincia. Non sembra che abbia avuto in passato - il dato del 2002 è molto meglio, quasi la metà - il record dei decessi per droga, 20 solo nel 2000, 1,8 ogni 100mila abitanti. Contro l’1,7 di Milano. Tanta droga. E tanti soldi. Con il magistrato della Dda bresciana arrivato dalla Sicilia, che fustiga i suoi concittadini acquisiti: «C’è una specie di tolleranza sociale verso la droga. Se uno si veste bene e va in giro con un’auto di lusso, nessuno si chiede da dove arrivano i soldi». Al massimo la domanda arriva dopo. Come nel ’96 quando la Questura di Brescia arresta sette giovani, il più vecchio ha 24 anni. L’operazione si chiama ”Milk”, come il latte che dovrebbero aver smesso di bere da poco. E invece questo gruppetto di bresciani, tutti amici, tutti figli di operai e impiegati, tutti vestiti bene, sono gli ultimi arrivati nel giro della droga in città. Forniscono di tutto: dall’hashish alla coca, dall’ecstasy all’Lsd. Si trovano a San Polo, il quartiere satellite con le torri di cemento e gli uffici della Questura. la piazza più importante, dopo il Carmine. Dove però ci stanno gli albanesi e i maghrebini. Tanta droga. E tanti soldi a portata di mano. E Brescia ”La Leonessa” diventa ”la tossica”. Dice il colonnello Adinolfi: «La diffusione della droga in provincia è data dalla posizione strategica della città nel Nord. Qui ci sono oltre 50 discoteche che attraggono giovani da tutta la Regione. C’è chi viene qui per divertirsi. E chi per spacciare. O comperare». Spiega ancora il magistrato della Dda Fabio Salamone: «A Brescia si è spostato il grande traffico dopo che a metà degli Anni Ottanta è stata ripulita la piazza di Verona. Brescia è nel cuore del Nord, una via di grande traffico e di grandi tradizioni. L’eroina che arrivava dalla Turchia e poi dalla frontiera dell’Est si fermava qui. La camorra veniva a Brescia, per rifornirsi della merce che poi veniva rivenduta in Campania». Tutte cose raccontate da Oreste Pagano ”o’ scucciato”, quello della villa di Soiano dove era stato Cutolo, arrestato in Colombia e poi collaboratore di giustizia: «Perché non voglio che i miei figli facciano la stessa fine». A Brescia stava Luigi Maifredi, l’uomo della n’drangheta arrestato in Colombia. In provincia abitava Giovanni Zorzi. Lo chiamavano ”Il grigio”. I suoi Tir li mandava direttamente in Marocco. Andata e ritorno: 200 chili di hashish nel ’99, 10 chili più uno di coca nel ’98, 900 chili nel ’97. Adesso è in carcere, condannato a 12 anni e 6 mesi. Ma via lui, la «piazza» è rimasta calda. Aperta alle piccole e grandi organizzazioni. Agli albanesi che sono i «vincenti» in questo momento. Ai nordafricani che gestiscono in proprio il traffico di hashish. A tutti quelli che hanno una manciata di euro da «investire» sul mercato più redditizio di qualsiasi Borsa. Come Marco Orizio, il ventenne nato a Cremona ma che hanno trovato giovedì scorso a San Polo, con il cranio fracassato a martellate. Lo ha ucciso Giovanni Mari di 21 anni che si era fatto dare 750 euro per comperare l’hashish e che invece poi voleva tenersi sia i soldi che «la roba». l’ultimo caso. L’ennesimo risolto dagli investigatori alle prese con questi omicidi fotocopia. «Speriamo non ce ne siano altri». E mentre lo dicono nella caserma dei carabinieri di piazza Tesaldo Brusato entrano in manette un albanese e un rumeno. Gli ultimi che hanno preso per spaccio. Due pesci piccolissimi tra tanti sulla piazza. Come quelli che si stanno ammazzando tra di loro per un po’ di «fumo» e per uno sgarro da niente. Fabio Poletti