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 2003  gennaio 15 Mercoledì calendario

Lo zapatista va alla guerra (delle parole), Corriere della Sera, 15/01/2003 Nove sacchi ricolmi di orecchie dei nemici uccisi, sacchi riempiti dopo la furiosa battaglia di Liegnitz dell’11 dicembre 1241, danno l’idea di quanto fossero sbrigativi i Mongoli nel trattare i nemici

Lo zapatista va alla guerra (delle parole), Corriere della Sera, 15/01/2003 Nove sacchi ricolmi di orecchie dei nemici uccisi, sacchi riempiti dopo la furiosa battaglia di Liegnitz dell’11 dicembre 1241, danno l’idea di quanto fossero sbrigativi i Mongoli nel trattare i nemici. Scrisse un atterrito cronista dell’epoca che i guerrieri dell’Orda d’Oro di Batu Khan erano stati così feroci «che fiumi di sangue si riversarono nella Vistola facendola straripare». Eppure poche corti come quella mongola sono state tanto ghiotte di una prelibatezza tutta intellettuale che allora andava di gran moda: la disputa. Un duello squisitamente verbale, fatto di retorica e citazioni dotte e scoppi di pathos e istrionismo teatrale in cui venivano chiamati a cimentarsi, per affermare ciascuno la superiorità delle proprie idee, un musulmano contro un cristiano, un buddhista contro un ebreo, un taoista contro un musulmano... Qubilay Khan, il nipote di Genghis Khan che portò la capitale a Pechino, non solo era figlio d’una cristiana nestoriana (Sorghaghtani Beki) e si vantava d’avere come stretti collaboratori confuciani cinesi, lama tibetani e musulmani uzbeki quali il celebre e potente Saiyd Ajal Shams Al-Din, ma assicurava pragmaticamente a Marco Polo di rispettare alla pari ogni religione del suo sterminato impero: «Ci sono quattro profeti venerati e onorati da tutti. I cristiani dicono che il loro dio è Gesù Cristo; i saraceni, Maometto; gli ebrei, Mosè; gli idolatri, Sagamoni Burcan (il Buddha Shakyamuni), il primo degli dèi. Io li onoro e li riverisco tutti e quattro». Anche se, confidava, «è lui, Buddha, il più grande e il più vero, che io invoco per ottenere aiuto». La più celebre di tutte le dispute organizzate alla sua corte, in realtà, non fu solo uno sfizio intellettuale. Era il 1258 e il sovrano, che voleva stroncare l’influenza e la prepotenza dei taoisti, fece convocare a K’ai-p’ing un gruppetto di buddhisti cinesi e tibetani, guidati dall’abate Fu-yu e dal lama Phags-pa, e un gruppetto di seguaci del quinto profeta Lao Tzu, al cui comando era stato scelto non a caso, dice Morris Rossabi nella sua biografia di Qubilay, un personaggio scolorito e mediocre, Chang Chin-Cing. La disfida, alla quale partecipò attivamente lo stesso imperatore invitando i taoisti a compiere i prodigi di cui si dicevano capaci, finì come doveva finire: l’arbitro supremo decretò la vittoria dei buddhisti, ordinò il rogo dei libri taosti, la restituzione ai vincitori di 237 templi occupati dagli avversari e la condanna a morte di 17 degli sconfitti. Condanna presto commutata, poiché in realtà l’accorto Gran Khan non aveva la minima intenzione di rischiare guerre di religione, in un semplice colpo di bacchetta sulle mani dei dignitari battuti. Insomma: lanciando il suo guanto di sfida oratoria al sub-comandante Marcos, il quale come è noto ha accettato di battersi in aprile alle isole Canarie purché gli sia garantito un salvacondotto, il magistrato spagnolo Baltasar Garzòn non ha inventato niente di nuovo. Agli animosi duellanti, eccitati l’un contro l’altro da un profondo disprezzo reciproco («Quell’uomo in passamontagna rappresenta solo violenza, la menzogna, la mancanza di etica e di scrupoli», «Quel giudice è solo un grottesco pagliaccio della democrazia») va però dato atto di una cosa. La loro disfida, comunque vada a finire («Come sfidato, le regole tocca fissarle a me», ha detto lo zapatista, «Se perdo io, mi tolgo il passamontagna, se perde Garzòn, dovrà difendere la causa degli indios») avrà il merito di avere riportato un po’di luce su uno degli sfizi intellettuali più affascinanti del passato. La disputa più celebre della storia, quella del 1220 tra San Francesco e i savi del Sultano dipinta da Giotto nella Basilica superiore di Assisi ma ripresa qua e là da altri artisti, pare in realtà che non sia mai avvenuta. Certo, Giacomo di Vitry, vescovo di San Giovanni di Acri, ne fece un racconto pieno di dettagli: «Ai Saraceni che l’avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, ripeteva: ”Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro Signore”. Quando gli fu portato davanti, osservando l’aspetto di quell’uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole, e passasse all’esercito cristiano, lo fece ricondurre con onore e protezione nel nostro campo. E mentre lo congedava, gli raccomandò: ”Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita”». Pare però, come spiega la Chronique d’Ernoul, una celebre cronaca medievale, che le cose fossero andate diversamente. Il fraticello d’Assisi e l’amico frate Illuminato riuscirono sì ad arrivare al cospetto di Al-Malik Al-Kamil per chiedergli di sfidare i suoi ”dottori”: «Se noi non dimostreremo loro la verità di quanto vi diciamo, e cioè che la vostra legge è falsa, fateci pure tagliare la testa». Ma il Sultano, ascoltati gli ulema e la loro tesi («la legge vieta di prestar orecchio ai predicatori di altra legge»), declinò la proposta. Tre grandi dispute, oltre a quelle che avvenivano alla corte di Federico II che nel 1230, per esempio, volle assistere a un confronto tra Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa su un tema allora di grande attualità (la nobiltà è d’animo o di sangue?), sono però passate alla storia nel Medioevo: quelle tra cattolici ed ebrei. La prima, scatenata da una lettera violentemente anti-giudaica di Gregorio IX, fu organizzata a Parigi da Luigi IX nel 1240: da una parte c’era il rabbino Yechiel, dall’altra un predicatore cristiano, Nicolas Donin, che con tutto l’ardore dell’ebreo convertito sosteneva contro il Talmud 35 capi d’imputazione. Manco a dirlo, la vittoria fu data, malgrado il rabbino fosse stato affiancato da un altro grande talmudista, al cattolicesimo. Con la conseguente condanna del Talmud al rogo. Né andò meglio agli ebrei nel 1263 a Barcellona, dove Giacomo I chiamò alla sfida, durata quattro giorni, il celebre rabbino Moshe ben Nachman e un altro convertito, Pablo Christiani: vittoria ai cattolici ed esilio al «perfido giudeo», costretto ad andarsene in Palestina per sottrarsi all’ira dei domenicani. Ma lo scontro più violento, condotto in 69 sessioni nell’arco di 21 mesi, fu quello allestito a Tortosa un secolo e mezzo dopo, nel 1413: «L’attacco della chiesa nei confronti dell’ebraismo fu totale», ricostruisce Riccardo Calimani in Storia dell’ebreo errante, «Non si voleva più convincere, ma sradicare». Di qua c’erano i dottori cristiani guidati da Jeronimo di Santa Fé. Di là una serie di rabbini, tra i quali spiccavano Zaccaria di Saragozza, Vidal de la Cavalleria e Yosef Albo. Costretti a battersi quasi a digiuno («Jeronimo sosteneva che ciò favoriva la concentrazione», accusa Calimani) e sotto tali minacce che a un certo punto «alcuni non ressero alle pressioni e si convertirono». Fino alla trionfante proclamazione del verdetto. Vincitori? Indovinate. Molto più onesta sarebbe stata un secolo più tardi, nel 1550 a Valladolid, la disfida voluta da Carlo V tra il mitico protettore degli indios Bartolomeo de las Casas, vescovo del Chiapas, e il cronista reale Juan Ginès de Sepulveda, che sosteneva la liceità morale della schiavitù. Un duello memorabile. Concluso con la vittoria del grande frate, che ottenne da Carlo V il rinnovo degli editti precedenti (assai poco rispettati, a dire il vero) contro lo sfruttamento delle primitive popolazioni americane. Sarebbe però un peccato dimenticare, dopo tanti scontri intellettuali solennemente organizzati e altri ormai avvolti nel mito come quello antichissimo tra Diogene e Platone, un duello recente e in qualche modo fortuito. O meglio: cercato da uno solo dei contendenti, Karl Popper. Il quale la sera del 25 ottobre 1946, nell’aula 3G del King’s College di Cambridge, come ricostruito qualche tempo fa dal libro L’attizzatoio di Wittgenstein, si presentò a sorpresa alla riunione settimanale del Moral Science Club che aveva appunto come guida spirituale il celeberrimo Ludwig Wittgenstein. La schermaglia tra i due filosofi (tutti e due viennesi, tutti e due ebrei, tutti e due sfuggiti allo sterminio nazista ma su posizioni lontanissime) fu breve: dieci minuti. Ma Popper avrebbe raccontato nell’autobiografia che proprio non c’erano stati dubbi sul vincitore: lui. Al punto che il grande Ludwig, nervosissimo, avrebbe afferrato un attizzatoio dal caminetto facendosi fulminare da una battutaccia: «Non minacciare i conferenzieri in visita...». Vero? Falso? Mah... Certo è che in prima fila, dove s’era accomodato per non perdersi una parola, sorrideva divertito Bertrand Russell. Lo sfizio di mettere i due galli viennesi l’un contro l’altro, forse, se l’era voluto prendere lui... Gian Antonio Stella