Cesare Martinetti, La Stampa, 09/01/2003, 9 gennaio 2003
Sarkò, il reazionario francese che piace ai comunisti, La Stampa, 09/01/2003 Quando ti guarda negli occhi e dice «La prego» si capisce benissimo che sta pensando «Crepa, cialtrone»
Sarkò, il reazionario francese che piace ai comunisti, La Stampa, 09/01/2003 Quando ti guarda negli occhi e dice «La prego» si capisce benissimo che sta pensando «Crepa, cialtrone». Con Jean-Marie Le Pen è andata così: pesante, ironico, spietato. «Lei che ha conosciuto bene la linea Maginot sa che non è servita a niente e a niente servirebbe circondare la Francia con il filo spinato...». Di colpo il vecchio duce del fascismo francese, l’uomo che Jacques Chirac aveva avuto paura di incontrare in tivù, è apparso quello che era: non una minaccia per la République, ma un rudere della storia. Sarkò invece è giovane - 48 anni - parla, si muove, discute, si fa carico, non sta mai fermo. Speedy-Sarkozy, Super-Sarkò, il «ministro della legge e dell’ordine», ha scritto ieri l’’Herald Tribune”. Uno «strano fenomeno» ha spiegato qualche settimana fa - con simpatia - l’ ”Economist”. Un fenomeno che sta scalando la politica francese: è il ministro più popolare, forse il politico più popolare, anche più di Chirac. Perché? Lo psicanalista Jacques-Alain Miller ne ha fatto uno studio attento sul ”Nouvel Observateur”, il settimanale culto della sinistra francese, che più volte s’è trovato a dover essere tenero e quasi simpatizzante con il neo campione della destra. Miller diagnostica che in Sarkozy tutto è nuovo rispetto al leggendario stile politico francese segnato dall’«art de la defausse», l’arte dello scansarsi: non mettere mai le mani in pasta, «far fare« anziché «fare«, distanza, condiscendenza, nonchalance. è lo stile «Can do», per dirla all’americana: si può fare. «è una continua acrobazia senza rete. Sarkozy non rinvia mai. Il suo metodo è: dichiarare un obbiettivo, darsi un tempo per realizzarlo, sporcarsi le mani e promettere hara-kiri nel caso di insuccesso. è la corsa contro il tempo». Quando c’è un problema lui parte, arriva, si fa carico. Se Mitterrand era il «principe dell’equivoco», Sarkozy appare come il «duca dell’univoco». Un’idea semplice al minuto, come un flash-ball. I flash-ball, appunto. Sono stati l’arma-simbolo del primo Sarkozy, quello scaraventato al Ministero dell’Interno da Jacques Chirac appena rieletto presidente dopo la grande commedia nazionale della paura di Le Pen. I francesi avevano manifestato voglia di ordine votando per l’estrema destra. Il presidente ha detto «ho capito» e ha risposto nominando un super ministro dell’Interno. Missione impossibile? Sarkò l’ha presa di petto e tanto per cominciare ha fatto il giro dei commissariati di periferia portando in regalo agli impauriti flic di frontiera i flash-ball: degli spara-palle di caucciù che non uccidono, ma fanno un bell’effetto. è cominciata così la più grande costruzione mediatica della ricostituzione dell’ordine in France: simboli, immagini, colpi di tv, un ministro presente su tutto e ovunque. L’unico flash-ball di cui si è avuta notizia era in mano a un ragazzo immigrato che l’ha usato contro i compagni in classe: un ferito. Di Nicolas Sarkozy, invece, si sono avute molte notizie. Suo padre è scappato dall’Ungheria all’arrivo del comunismo. è di destra, molto di destra, ma sta imbarazzando - e molto - la sinistra. Ha affrontato e demolito tabù e ipocrisie, ha dato forma e sostanza a quel detto secondo cui «il progressista è un conservatore che non ha mai subito una rapina», ha rovesciato l’approccio concettuale su sicurezza e ordine pubblico: vittime sono i cittadini derubati, non i «poveri» che rubano per sopravvivere. No ai mendicanti «aggressivi», no alle prostitute di strada che «adescano», no ai campi nomadi selvaggi. La sinistra, naturalmente, ha attaccato. Ma Sarkò non aspettava altro. Ha rinfacciato al vecchio ministro socialista di non avere mai messo una sola volta piede nell’inferno di Sangatte, il campo dei rifugiati respinti dagli inglesi ai bordi del tunnel sotto la Manica. Lui c’è andato cinque o sei volte, s’è messo d’accordo con il ministro inglese e prima di Natale la vergogna di Sangatte, calamita di rifugiati e di disperati ricattati dalle mafie, è stata chiusa. «Chapeau», dai comunisti di Pas de Calais che ad aprile avevano votato per Le Pen. Applausi da Jack Lang, ministro di Lionel Jospin. E Sarkò, all’Assemblée, ha irriso i suoi avversari: «Qui parlate, parlate, ma i sindaci socialisti sono dalla mia parte». Non solo. Secondo un recente sondaggio, più della metà degli elettori comunisti approva Sarkò. Vecchie pulsioni autoritarie, ma non basta. Il ministro della destra ha scavalcato a sinistra i suoi avversari più d’una volta. Per esempio sul tabù della «doppia pena», vecchia regola francese secondo la quale un cittadino non nato in terra di Francia doveva essere espulso verso il Paese d’origine dopo aver scontato una pena detentiva, anche se da anni non aveva più alcun legame con esso. I socialisti per anni hanno annunciato l’abolizione di quest’ingiustizia; Sarkò l’ha abolita di fatto appena ce n’è stata occasione. A dicembre ha messo d’accordo i musulmani per costituire una rappresentanza eletta dei cinque milioni di immigrati. Sembra un modello molto istituzionale, ma è qualcosa e non s’era mai fatto prima. Sulla Corsica sta giocando una partita difficile, alla sua maniera. Appena nominato, s’è presentato sul mercato di Ajaccio per una specie di spot vivente contro gli indipendentisti: «Ci sono quelli che vengono di notte con la faccia mascherata, io sono venuto di giorno a viso scoperto». Martedì ha caricato venti eletti corsi e li ha portati in pullman alla Commissione europea a discutere con Romano Prodi sullo sviluppo economico dell’isola: non hanno ottenuto molto, ma un processo s’è messo in moto e nessuno l’aveva mai fatto. L’utopistico progetto di Lionel Jospin per l’autonomia dell’isola s’era schiantato contro i «no» della Corte Costituzionale, frustrando molte speranze. Nicolas Sarkozy gioca una partita totale. C’è una sua foto dell’81, quando aveva 27 anni, a tavola accanto a Jacques Chirac: il ragazzo sembra il maestro, l’altro l’allievo. Nel ’95, alle penultime presidenziali, Sarkò aveva tradito Chirac per Balladur. Ha perso sette anni, confinato nel municipio di Neuilly a fare jogging al Bois-de-Boulogne e studiare la rivincita. Sempre con Cecilia, la seconda moglie, che è alta 1,78 dunque una decina di centimetri più di lui ma che non sembra mai sovrastarlo. Semmai lo segue, ovunque. «La politica è così violenta - dice Madame - che è meglio affrontarla in due». La famiglia, con Louis di cinque anni e il labrador Indy, s’è trasferita al Ministero, place Beauvau, proprio in faccia all’Eliseo da dove Jacques Chirac osserva sospettoso. è stato l’unico - ha rivelato il ”Nouvel Obs” - a non telefonargli i complimenti quando ha demolito Le Pen in tivù. Sarkò va maneggiato con cura, è davvero uno «strano fenomeno» come dice l’’Economist”, un campione dei neo-reazionari che disorienta i progressisti. Francesco Rutelli è venuto a studiarlo da vicino, intellettuali di frontiera come Bernard-Henri Lévy e Alain Minc gli danno ogni giorno idee nuove per la battaglia contro i «nouveaux maîtres» dei vecchi luoghi comuni di sinistra. E, per ora, vince Sarkò. Cesare Martinetti