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 2003  gennaio 03 Venerdì calendario

La sfida del filologo boliviano Antezana: sublimare il calcio (e i calciatori) con l’aiuto della filosofia, il Giornale, 03/01/2003 Mané e il professor Antezana non avrebbero, in apparenza, dovuto mai dialogare

La sfida del filologo boliviano Antezana: sublimare il calcio (e i calciatori) con l’aiuto della filosofia, il Giornale, 03/01/2003 Mané e il professor Antezana non avrebbero, in apparenza, dovuto mai dialogare. Nessun incrocio, nessun incontro, nulla da dirsi. Antezana è un filologo boliviano, saggista, autore di libri come Algebra y fuego. Lectura de Borges o Elementos de semiótica literaria, docente alla Universidad Mayor de San Simón, in Colombia, intellettuale dotto ed erudito. L’altro, Mané, sapeva appena sillabare e la sua corsa era un sogno interrotto, una finzione lungo una linea spezzata. «Allegria del popolo», lo chiamavano ed era a lui che i compagni lasciavano la palla quando qualsiasi schema era ormai diventato inutile, o impossibile. «Quando non ci sono più soluzioni datela a Mané», questa era l’ultima speranza degli allenatori: affidarsi al caso, all’imponderabile, all’ispirazione estemporanea di quell’ala destra che vagava con una gamba leggermente più corta dell’altra sul prato verde, ricordo di una poliomielite o, per chi crede nel destino, un dono divino, il segreto di una finta, sempre uguale, che disorientava l’avversario e lo lasciava a terra, stregato. Mané e il professore non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Eppure dopo l’ennesimo complesso di finte, scarti, cambi di velocità, virtuosismi tecnici e avversari seduti, Mané intravide nel volto di un ragazzo, non ancora professore, la linea di un sorriso incantato. E capì di aver regalato un altro grammo di allegria. Il professore, crescendo, non dimenticò mai quel sorriso e si convinse, confondendo Mané e Amleto, se stesso e Orazio, che «ci sono più cose in cielo e in terra di quanto la tua filosofia possa comprendere». Ed è qui, in questo dialogo di sguardi e sorrisi, che i due s’incontrano. qui che Luis H. Antezana, semiologo di Oruro, legge nel football di Manuel Dos Santos ”Garrincha”, chiamato Mané, morto il 21 gennaio di 20 anni fa, solo e rovinato dall’alcol, le «finzioni» di Borges. E scrive: «Mai realmente compiuto il gioco di Garrincha era come una promessa non mantenuta: l’eterna promessa che in qualche luogo della terra, così come sull’orlo di un semplice campo di calcio, un uomo deforme - cioè tutti gli uomini - avrebbe incontrato il paradiso che pigramente, giocosamente, innocentemente cercava. ”Solo gli dèi possono promettere, perché sono immortali”, dice Borges, ma aggiunge saggiamente: ”Anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa vi è qualcosa d’immortale”. Grazie, Garrincha». L’amore che il professor Antezana nutriva per Garrincha l’ha portato a scrivere una serie di saggi, note a pie’ di pagina sul football - come le chiama lui - raccolti in un libro che ha nel titolo l’omaggio al suo eroe: Un uccellino chiamato Mané (Crocetti, pagg. 236, euro 13,50). Ciò che stupisce è la bibliografia. I Cuentos de fútbol argentino di Roberto Fontanarossa, Il principe della zolla di Gianni Brera e romanzi di Osvaldo Soriano bene o male te li aspetti, ma gli altri? Hannah Arendt e Roland Barthes, Walter Benjamin e Georges Dumézil, Fernando Casas e Michel Foucault e poi l’epistemologo Thomas Kuhn e il linguista Ferdinand de Saussure, Ludwig Wittgenstein e Octavio Paz, come sono finiti fin qua? E in fondo è questo il segreto di Antezana: spiegare il calcio con la filosofia. E viceversa. A volte il discorso - la trama di gioco - funziona. Qualche volta si perde, ma è proprio ciò che accade in una partita di calcio. E allora si può anche spiegare il ruolo del portiere - come fa Antezana in La strategia del ragno - utilizzando le categorie di Foucault. Lev Yashin dichiarò una volta che un buon portiere è un esperto di geometria. Ma è una geometria pluridimensionale, non euclidea. Il campo di gioco non è piano, ma è una rete intessuta con il tempo, anzi, con diversi tempi, alcuni dei quali sono più antichi e più statici di altri e tendono a confondersi con lo spazio, come avviene nelle incisioni di Escher o nei quadri di Casas. come se il portiere si trovasse all’interno di una sfera. «La sua funzione - secondo Antezana - è leggere il cambio delle forme nello spazio del football. Il buon portiere non è solo riflessi, elasticità, mani, spostamenti: è anche un complesso di grida e di gesti che servono ad avvisare i compagni o a ordinare loro di assecondare le giocate che lui indovina». Il portiere deve vedere gli spazi invisibili all’interno del gioco. Ma il calcio di Antezana non può essere solo questo, altrimenti assomiglierebbe troppo a quello dei freddi maestri della tattica. E allora addio Garrincha e non solo a lui. La filosofia di Antezana è più vicina a quella di uno Scopigno, l’allenatore ”filosofo” che vinse lo scudetto a Cagliari: scoprire un corridoio per far arrivare la palla al sinistro di Riva, archetipo secondo il professore boliviano del ”gol imparabile” («Quando Riva calciava - scriveva Gianni Brera - il pallone schiattava letteralmente tra i pali»). Le simpatie di Antezana vanno agli specialisti degli spazi vuoti. «Alcuni - scrive - come Di Stefano, apparentemente estranei al gioco, si proiettano verso il vuoto nel quale il pallone ha dato loro appuntamento. Appartengono a coloro che sanno ”attendere nell’oblio”, come direbbe Jaime Saenz». L’attesa di chi riceve la palla e la sorpresa di chi riesce a trovare lo spazio invisibile. E il tempismo di chi, il difensore, questo spazio chiude. lì - dice Antezana - che si svolge il discorso del calcio: « il luogo delle apparizioni. Se fosse lecito raffigurare le aree come statiche fortezze, allora questo spazio altro sarebbe un vicolo o vicoletto mobile, duttile, informe, segreto per i compagni e labirintico per gli avversari, nel quale la sorpresa è sorella del gioco e la creatività è il suo sigillo. in questo luogo che si costituisce il calcio».  uno scarto nella nostra percezione. creare, o far apparire, un luogo che prima non c’era, che nessuno aveva visto - né in campo, né sugli spalti e neppure in televisione - attraverso una finzione». La grande giocata è un’astrazione. qualcosa che appare all’improvviso come La lettera rubata di Edgar Allan Poe. questa l’illuminazione che se cancellata spegnerebbe il calcio. Scriveva Jorge Valdano, colta seconda punta dell’Argentina e del Real, su ”El País” nel gennaio del 1996: «Gli allenatori suddivisero il terreno di gioco come una scacchiera e addomesticarono i giocatori per trasformarli in pedine. L’unica cosa che continua a infastidirli è il pallone... Eppur si muove». Vittorio Macioce