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 2003  gennaio 04 Sabato calendario

Maspes, ciclista ucciso dalla voglia di vivere, la Repubblica, 04/01/2003 Al Velodromo Vigorelli - già meta delle mie passeggiate meste e ventilate - non vado più

Maspes, ciclista ucciso dalla voglia di vivere, la Repubblica, 04/01/2003 Al Velodromo Vigorelli - già meta delle mie passeggiate meste e ventilate - non vado più. Appena lo sfioro. La pista ricavata, nell’ultimo suo stadio di ricostruzione (il quarto) non da un legno di essenza preziosa (gli abeti degli Urali negli anni Trenta e della Val di Fiemme nel dopoguerra) bensì di bassa qualità, si schiude al sole e al vento, al freddo umido e sottozero. Come il ciclismo su strada anche quello degli «aristocratici del muscolo» (così i routier sfottevano i pistaioli) se ne sta andando bellamente in gloria. Il ”Vigo” o ”V.V.” è stato dedicato ad Antonio Maspes, sette volte campione del mondo dello sprint. Ora, mi dicono, i nuovi gestori o affittuari lo vieteranno praticamente allo sport delle due ruote. Per un «certo ciclismo» è finita davvero un’epoca. Il vascello del Vel. d’Hiv. è affondato sulle rive della Senna e il parigino ”Bercy” ha bandito dal programma la ”Sei giorni”. Il piccone demolitore ha, infine, sgretolato il cemento rosa del Parc des Princes, sacrificato a un insaziabile Moloc, il calcio. Ora il Vigorelli e le sue sorti preoccupano me e il ”Sempione”, il mio quartiere. Il mio amico Gianni Brera, al quarto riassetto del velodromo, sapendomi occupatissimo nel progetto, era solito dire che le spese municipali al riguardo avrebbero dovuto essermi addebitate. Non credeva evidentemente in quella ostinata fede. Ieri l’altro ho raccolto in un bar della Bullona, ai confini del Vigorelli, voci affatto rassicuranti. Il mio interlocutore, un aficionado, mi rimandava a una immagine ideale, quella del Vigorelli ”transatlantico” attraccato in via Arona. Il Vigo è stato rimesso all’impiedi nel ’46 a furor di popolo. E il Battista? Ti ricordi il Battista, l’antico custode? Il Battista mi aveva raccontato la terribile notte del 1944, quando una pioggia di bombe incendiarie era caduta su Milano. La sua parlata aperta, era molto lombarda. «Guarda, un baccano da far saltare le orecchie. Io capisco a volo e li porto via, i miei, in camicia. Mi sono voltato un istante: c’erano gocce di fuoco dappertutto: la pista era un anello di fuoco. Illuminava l’erba del prato, che sembrava rientrare nelle sue radici. Un inferno». L’indomani il Vigorelli pareva lo scheletro di un enorme mammut. La guerra. La fine della guerra. La liberazione. Il cielo finalmente sgombero di insidie. Le stagioni si succedevano alle stagioni con cronometrica puntualità. I primati, gli inseguimenti (primattore Coppi) la velocità, il mezzofondo, le ”americane”. La parrocchia, il pubblico dal gusto esigente. Il Vigorelli è sempre stato il popolo di Milano, sensibile al confronto diretto: al match. Un pubblico da corrida. La sua morale apparteneva a due sport: uno vecchio, l’altro antico: il ciclismo e la boxe. L’etichetta scenica era raffinata. Il campione doveva comunque offrire un gesto atletico del suo corredo tecnico. Che so!, lo stayer, un giro al limite della velocità consentita dall’ellisse, al rullo del motociclettone, con il conduttore diritto come un derviscio sulla canna. Frosio faceva 96 orari. L’inseguitore, un ”parziale” sfolgorante. Il velocista, una condotta all’insegna del coltello sotto la maglia. L’americanista, un cambio inappuntabile e, sui rettilinei interminabili, che sfociavano nelle curve secche, una tenuta di ritmo da morirci sopra. In questo panorama del Vigorelli è nato Antonio Maspes. Aveva 15 anni. Sette maglie iridate dei professionisti. E una maglia iridata dei dilettanti che - era solito dire - gli aveva tolto Mario Fossati. La storia, la conosceva. Aspettavamo la consacrazione di Maspes campione del mondo dei cadetti nel 1951, l’anno dei mondiali a Milano. I pistards facevano titoli sulla prima pagina della ”Gazzetta dello sport”, del cui settore pista ero responsabile. Un giorno, a Como, al Sinigaglia, dove gli azzurri facevano collegiale, Guido Costa, un aureo commissario tecnico, mi ha tenuto un discorso molto esplicito, freddo, crudele. «Tu mi dovresti dare una mano. Non mi dovresti rimproverare l’esclusione di Maspes dalla nazionale». Costa se ne rendeva conto. L’epurazione di un ragazzo, che era in potenza il miglior sprinter italiano, di un milanese, nella sua città, appariva francamente deplorevole. «Ma, incalzava il c.t., la formula esige che la finale del mondiale sia aperta a tre partenti. In questa finale entreranno Mockridge, pastore protestante, caritatevole solo quando scende di sella, il nostro Enzo Sacchi e un altro azzurro, che, tu dirai, potrebbe essere benissimo Antonio Maspes. Sacchi non lo posso escludere. Maturità piena, lo confermano i risultati. Se gli schiero affianco Maspes, Sacchi, che è sul nervo, mi perde il sonno. Maspes inoltre non accetta nessuna sudditanza. Nella migliore delle ipotesi Sacchi e Maspes correrebbero isolatamente a parziale beneficio di Mockridge. Nella peggiore, l’uno azzannerebbe l’altro, a vantaggio pieno del rivale. L’Italia non può perdere al Vigorelli. Quindi, fuori Maspes e inclusione di Marino Morettini, che approderà, ne sono sicuro alla finale». Guido Costa era un inguaribile pragmatista. Alleati, Sacchi e Morettini fecero un boccone di Mockridge. L’esclusione era stata per Maspes una ferita. Mi telefonò che era notte fonda. «Mi hai ammazzato!». Io non sapevo che cosa ribattere. «Passa professionista!», gli strillai e Maspes si acquietò. Si presentò a Firenze nel campionato italiano professionisti. Trionfò su Ghella. La pista era frequentata da gente sgherra, che violava, spesso, il codice sportivo. Il caposcuola era Reg Harris; un inglese rosso di pelo, e che era solito dire che «conquista dei campionati e cavalleria sportiva sono due cose che non vanno d’accordo». Il francese Toto Gerardin, in freddo con la moglie, aveva abbandonato la vita semi-mondana, per compiacere Edith Piaf, che aveva perduto tragicamente Cerdan. La «filibusta della pista» permetteva qualche concessione romantica. Maspes era attratto da questo mondo che lo teneva a distanza. Il fatto che, ricco di famiglia, potesse disporre di una fuoriserie, induceva la concorrenza ad alzare il ciglio. In pista, era un genio: faceva mille cose. Anche vincere un campionato del mondo assoluto su Plattner, a Milano, nel ’55, partendo al giro. Cambiarono gli avversari. Vennero il grosso Rousseau, il piccolo Roger Gaignard «l’intellectuel de la bicylette», l’olimpionico Sante Gaiardoni, che pareva percorso da una corrente ad alta tensione. Il danese Derksen, spigoloso e gelido esecutore. Gaiardoni, il suo allievo, era divenuto il suo più aspro avversario. Nasceva a Ogna, il bellissimo. Maspes, che aveva capito che la linea più breve che conduce al traguardo non era sempre una retta, li faceva ammattire. La formula a tre partenti si prestava al surplace: il surplace arguto, intendo, che era una pausa, uno stop, una proposta all’avversario, un inganno. Che una parte della folla gli fosse ostile non lo impressionava un granché. C’era, a Milano, chi pagava il biglietto per vedere perdere Loi, Maspes e Benvenuti. La voglia del cacciatore che è poi quella di interrompere una parabola, non abbandona gli italiani. Eravamo diventati amici. La ”filibusta” gli rimproverava di ripiegare la maglia di campione del mondo, posandola in un cassetto (e senza il campione del mondo ovviamente non si poteva correre). Aveva ridotto i tempi della preparazione al mondiale: dai sei ai due mesi. Venne sconfitto. Night e casa da gioco, non costituiscono una buona ricetta. Un giorno il commendatore Giovanni Borghi, lo salutò con un rimprovero: «Lei avrebbe bisogno di essere un corridore dei miei!». Era ormai in secca, si ripresentò a Comerio: «Sarebbe ancora dell’idea, commendatore?». Il commendatore era sempre dell’idea. La moglie era vicina ad Antonio. E l’industriale Piero Belloni, il meccanico di fiducia Faliero Masi, pure. Rivinse il mondiale, il settimo. Altri rischi, altre disavventure. Una caduta, nella finale del mondiale a Rocourt, vinto dal Sercu. Si buttò nel lavoro di commissario tecnico. Diresse la nazionale per radiotelefono. Il cuore, son sue parole, gli era andato in vacanza. «Lei ha vissuto due volte», gli disse il cardiologo. E lui amaro: «Ho vissuto il giorno e la notte. Il viveur che porto dentro, l’ho fatto tacere troppo tardi». Maspes è scomparso. Lo ha ucciso la voglia di vivere, che spesso si accompagna, in età, mi ha detto un suo amico, ad altri interni affanni. Mario Fossati