Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  dicembre 30 Lunedì calendario

L’eccentrico provinciale che colleziona libri di Joyce, la Repubblica, 30/12/2002 A Modica, nella Sicilia orientale, un paese disposto su due versanti di un vallone che si fronteggiano e si rassomigliano in modo tale da sembrare uno solo davanti a uno specchio, se non fosse per la chiesa di San Giorgio, si prepara una cioccolata senza rivali, per chi è legato alla tradizione meridionale del piccante

L’eccentrico provinciale che colleziona libri di Joyce, la Repubblica, 30/12/2002 A Modica, nella Sicilia orientale, un paese disposto su due versanti di un vallone che si fronteggiano e si rassomigliano in modo tale da sembrare uno solo davanti a uno specchio, se non fosse per la chiesa di San Giorgio, si prepara una cioccolata senza rivali, per chi è legato alla tradizione meridionale del piccante. E in un locale quasi di fronte fanno granite di limone o di gelso che rimandano a paradisi orientali, quando la piccola massa semi liquida, raggiunto uno stato supremo, scende attraverso la gola con il fruscio e la morbidezza della seta. Ma per le facoltà di anglistica di mezza Europa la specialità di Modica, se così vogliamo chiamarla, risiede altrove. E ha l’aspetto alto, dignitoso e un po’ sofferente di Francesco Belgiorno, detto ”Ciccio”, giornalista e studioso di James Joyce, che in più di venticinque anni ha messo insieme la più grande raccolta di traduzioni dell’Ulisse, quarantatré compresa quella cinese, paragonabile solo a quella posseduta dal fondo Joyce di Zurigo, diretto dall’onnisciente joyciano Fritz Senn. Come Ciccio sia riuscito nell’impresa, con i suoi modesti mezzi e come abbia scelto d’interessarsi al più rivoluzionario, terminale autore dell’avanguardia letteraria del Novecento, vivendo, almeno negli ultimi anni, in un paese stupendo, ma dove i libri più comuni sono merce rara e dove il modernismo letterario credo si fermi ad Alberto Bevilacqua, considerato un autore audace, è uno di quei misteri siciliani di segno positivo, che hanno a che fare con un’eccentricità quasi unica in Italia. E che dipende dall’essere i siciliani degli isolani particolari: un’insularità mentale prima che geografica, la corda pazza, come la chiamava Pirandello, che quasi li costringe a seguire itinerari che a nessun altro verrebbe in mente di seguire. E tanto per capire in quali beate latitudini siamo, Belgiorno ha indicato, per il nostro primo incontro, ”Il quadrato della Palma”, uno spazio reale, ma nello stesso tempo immaginario perché non delimitato da nulla, sul marciapiede davanti alla libreria ”La Nuova Talpa”. «Come mai questo nome Quadrato?», chiedo tanto per dire. E Belgiorno, spiegando al poveretto che non ha capito: «Qui tutti si riuniscono nei circoli. E noi ci riuniamo nel quadrato». Nella libreria, l’unica vera di tutta Modica, di proprietà di un signore affabile il cui nonno scriveva i discorsi per La Malfa (senior) arrivano alcuni amici di Belgiorno, e uno di loro mi porge il biglietto per un invito letterario, con questo poscritto, testuale: «Non è previsto nessun programma, ma potrà accadere qualsivoglia cosa nel corso della serata». Il seguito dell’incontro si dovrebbe svolgere nella casa di Belgiorno, in alto sul costone, dove si trova la famosa collezione, ma lo studioso sembra esitante - è una scena che mi dicono si ripete ogni giorno - spaventato da una salita di qualche decina di gradini, come se al loro posto ci fossero le pareti del Nanga Parbat. Finalmente ci avviamo, accompagnati da una leggera pioggerella che a lui sembra peggiore delle piogge monsoniche di Ranchipur, raggiungendo in cinque minuti una splendida casa, accolti alla porta da una zia che sta sfornellando per noi. «Dopo», la blocca Belgiorno, affranto dalla camminata, aprendo la porta di una stanza che si affaccia su uno stupendo, profumatissimo giardino di limoni e cadendo quasi esanime su una poltrona. «Sa come si chiama questa stanza? La stanza del Ritorno. Perché i miei due fratelli l’hanno costruita appositamente per farmi ritornare dalla Germania, dove avevo lavorato per trent’anni alla televisione tedesca. Poi uno dei miei fratelli, il pittore, è morto e l’altro, sposato, non vive qui. Così sono rimasto solo, con la zia e le traduzioni di James Joyce». Dice che lui s’immagina Joyce come certi siciliani, isolati e geniali, un ”mauvais caractère”, che non è solo un cattivo carattere, ma un carattere amaro, guastatosi nei comportamenti. E io gli faccio notare, senza malizia, che i siciliani, soprattutto gli scrittori siciliani (e Ciccio è autore di due o tre libri) riportano tutto alla loro isola, di cui parlano in continuazione. Dice anche che aveva un buon cuore e la sua maggiore preoccupazione, oltre allo scrivere, era come aiutare la famiglia a sopravvivere. Questa preoccupazione rimase allo stato latente, perché nella realtà dovettero aiutare proprio lui, prima il padre, poi il fratello. Una conferma della sua stravaganza, se non bastassero i libri, sono il modo come conduceva le sue amicizie. Esistono delle lettere sue alla bella moglie di Italo Svevo che sono al limite della pornografia. «Non le pare strano?». Il rapporto con i siciliani lo vede anche da un altro punto di vista, quello dell’esilio e dell’emigrazione: un certo tipo di emigrazione intellettuale, disgustata da quello che vede nella propria terra, che parte in cerca di mondi migliori, ma che rimane tutta la vita con questa patria, Irlanda o Sicilia, sul gozzo o sullo stomaco, a preferenza. E mentre sta parlando mi viene in mente il pittore Ignazio Moncada, che dopo aver abbandonato molto giovane quella che lui ancora chiama l’insopportabile Palermo, e vivendo prima a Parigi e poi a Milano, per trent’anni non ha voluto mettere piede in Sicilia, arrivando fino alle Eolie e non oltre. è una storia che piace a Belgiorno, la sente come una conferma delle sue teorie joyciane passate attraverso il complicato filtro siculo: «Joyce rifiutava l’Irlanda cattolico-bigotta e nazionalista, anche se durante gli anni passati nel collegio dei gesuiti aveva molto amato Vico: non si è accorto che l’Ulisse è costruito secondo strutture vichiane? E per liberarsi definitivamente della sua città, Dublino, ci scrive sopra questo straordinario libro, ricostruendo minuziosamente a memoria la città attraverso un itinerario che si può fare ancora oggi». Belgiorno ha cominciato la sua ricerca trent’anni fa, in Germania, sentendosi anche lui un emigrato: «Un modesto emigrato, non facciamo confusione». Oggi possiede duecento cinquantasei libri su Joyce, di cui cinquantasei traduzioni dell’Ulisse, perché in molti paesi è stato tradotto più volte e tredici differenti edizioni solo per la lingua americana. Prima dell’edizione del 1922, già si conoscevano diversi capitoli o brani di capitoli, pubblicati in riviste con il suo consenso o rubati, che contengono degli svarioni formidabili, perché era difficilissimo leggere le grafia dell’irlandese, orbo e con la vista dell’altro occhio declinante. Inoltre i tipografi, che si sono sempre piccati di essere degli operai acculturati quanto gli scrittori, non esitavano a correggere quelli che a loro sembravano degli errori e non erano altro che le acrobazie di una lingua irrefrenabile. La traduzione in italiano, secondo Belgiorno, è arrivata tardi, nel 1960, e non è entusiasmante. Si affaccia alla porta la gentilissima zia, che mormora qualcosa intorno a una pasta alla Norma (melanzane e ricotta) che sta scuocendo. Belgiorno la ricaccia amorevolmente indietro e riprende a raccontare degli alti e bassi della raccolta, spiegando che per diventare un grande collezionista, come grande generale, bisogna avere la fortuna dalla propria parte. L’edizione brasiliana, rarissima, è stata trovata per caso da un amico in una bancarella, semi coperta da altri libri. E quella romena l’ha avuto in un modo molto semplice, ma che tutti i suoi amici ritenevano assolutamente illusorio, scrivendo cioè all’Istituto di cultura di Budapest durante gli anni della guerra fredda e allegando cinque dollari. Dice che leggere Joyce è un po’ come ascoltare Schoenberg o il Free Jazz: bisogna agguantare il filo conduttore e seguirlo, sarebbe meglio dire lasciarsi trascinare. «Lei non può sapere il divertimento di comparare certi nomi onomatopeici in sei o sette lingue. Per esempio, il suono della campanella, che si trova nel capitolo dei postriboli: in italiano risulta ”stop tin stop tin stop tin stop tin”, in spagnolo ”halte halte halte hai”, in altre lingue ”parad parad toos” oppure ”ring ring stop rinring». Comincio a essere un po’ stanco di Joyce, ma non sono arrivato qui per questo? Così, mentre Ciccio, che si sta rivelando ogni minuto che passa un uomo colto e sensibilissimo, non solo un eccentrico provinciale, mi parla di un tale Dany Rose che aveva ripulito l’Ulisse di tutte le parti scabrose o incomprensibili, credendo di fare opera meritoria, o dell’edizione americana del 1942, salvata da un giudice che finalmente la definisce un’opera d’arte, non un lavoro pornografico e liberandola definitivamente da ogni censura, lo porto a passeggiare intorno alla casa, sperando poi di salutarlo in fretta e di andarmene. Ma il giardino è talmente incantevole e profumato che dà alla testa. E quando glielo faccio notare, Ciccio si ferma (adopero il diminutivo non per eccesso di confidenza, ma perché a Modica tutti lo chiamano così) e dice, un po’ solenne: «Questo è un giardino per ciechi», credo nel senso che anche un cieco può riconoscere le piante dal profumo che mandano. Una definizione così straordinaria, così carica di poesia, non la sentivo da molto tempo. Allora ho preso sottobraccio Belgiorno, pregandolo di raccontare tutto quello che voleva su Joyce, su Modica, sul suo amico Piero Guccione, di cui aveva due splendidi pastelli nella stanza della biblioteca e di qualsiasi cosa avesse voglia. Ma forse era arrivato il momento di ascoltare, prima di ogni altra cosa, i richiami della zia, che arrivavano disperati dalla cucina. Stefano Malatesta