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 2003  gennaio 02 Giovedì calendario

L’odissea di Lula, il presidente brasiliano venuto dal ”semiarido” Sertão il Giornale, 02/01/2003 Non è facile da descrivere, bisogna fare uno sforzo di immaginazione

L’odissea di Lula, il presidente brasiliano venuto dal ”semiarido” Sertão il Giornale, 02/01/2003 Non è facile da descrivere, bisogna fare uno sforzo di immaginazione. Per dire: corazzieri mulatti in divisa policromatica ottocentesca che sembrano usciti dai campi di battaglia di Waterloo; bambini delle favelas che fanno il bagno nel laghetto artificiale che sta di fronte al Parlamento davanti a poliziotti impassibili, in assetto antisommossa; statisti e sindacalisti, capi di stato, giocatori di calcio; macheteros e indios che si fanno rotolare come sacchi di patate per le collinette verdi che circondano il Congresso. Accade così: parte uno, si sente un «Ooohhh», una risata corale, e poi lo seguono in cento, come se fosse la cosa più ovvia e normale di questo mondo. Piove e c’è il sole, si apre l’ombrello e ci si toglie la camicia per il caldo umido del Sertao. Non è ”Giochi senza frontiere”, non è un veglione di capodanno a Bahia, è la cerimonia di insediamento del nuovo presidente del Brasile, Luis Ignacio Da Silva, detto ”Lula”. A festeggiarlo una platea umana sterminata: un milione di persone secondo gli uomini del nuovo presidente, 350mila secondo la polizia. E naturalmente i leader di tutto il mondo: gli sceicchi dell’Opec un po’ confusi, che qui, in mezzo alle mulatte scollate - con gli occhi di fuori e le loro kefiah bianche - sembrano le comparse di qualche film demenziale alla John Landis. La delegazione italiana, che va da Sergio Cofferati (vecchio collega sindacalista del nuovo leader) a Bruno Tabacci, a Bobo Craxi. C’è il principe di Spagna Ferdinando di Borbone, c’è il presidente del Venezuela Hugo Chavez - abito scuro, cravatta rossa - che saluta la folla com le dita a «V» in segno di vittoria. C’è Fidel Castro con l’abito blu che ama indossare quando mette nell’armadio la divisa grigioverde. Entra nell’Aula del Senato come fosse casa sua, e quasi ruba la scena a Lula prima del suo discorso. Poi si siede in un angolo come un deputato qualsiasi, un ”peone”. Quando esce si mette persino a chiaccherare con i cronisti: «Ah, credetemi: è stato un discorso davvero ispirato». E poi c’è lui, Lula, che parla con una voce bassa, calda, con qualche difetto di pronuncia che non dimimuisce la sua carica di comunicatività. Anzi: quando racconta di sé’ con un frammento di memoria, nell’aula cala il silenzio: «Se uno come me, che da bambino vendeva noccioline all’angolo di una strada è potuto arrivare fino a qui, vuol dire che il nuovo Brasile può fare molto. Da oggi sono il servitore pubblico numero uno dello stato». Con l’incontro fisico dei tre leader, tra l’altro, ieri si è materializzato per la prima volta quell’asse Cuba-Venezuela-Brasile che da tempo toglie il sonno agli uomini del Dipartimento di Stato americano: un patto d’acciaio tra stati governati dalle sinistre, che vuole spostare gli equilibri di quello che la politica estera americana chiama: «Il cortile di casa». Una giornata incredibile, mai vista dunque: in cui si sono fusi in una miscela esplosiva la politica, il tropicalismo, le forme espressive più tradizionali del tifo calcistico per la ”Selecao” (la nazionale), i complicati cerimoniali di uno stato che aspira ad essere una grande potenza mondiale. Tutto dentro la cornice architettonica futuristica di Brasilia, la capitale costruita con criteri avveniristici nel 1960. La spianata dei ministeri, l’enorme catino che ha ospitato la manifestazione è grande come un aereoporto, e contiene tutti i luoghi simbolici del potere brasiliano. Il Congresso con la Camera e il Senato, due ciotole stilizzate che sembrano dischi volanti; i ventiquattro ministeri cubi di cemento e acciaio colorato verde ai lati dello stradone, più quello degli Esteri, che sorge dalle acque di un laghetto artificiale come una base spaziale, e fa corpo a sé. In fondo il Palazzo del presidente, l’Algorada, un castello postmoderno dove il neo eletto e il suo predecessore si sono scambiati la fascia. Tutti questi luoghi sono stati uniti dal tragitto della cerimonia. Lula è arrivato nella Rolls Royce presidenziale con un bagno di folla mai visto, e poi ha riattraversato la spianata con un itinerario a zig zag. All’andata, in Parlamento, deputati, senatori e ospiti assistevano al tragitto da uno schermone da stadio montato sopra l’emiclo. Il risultalto? Boati, applausi a scena aperta, fiato sospeso quando un giovane professore di 24 anni, Angelo da Silva de Lima, riesce incredibilmente a bucare il servizio d’ordine e a saltare addosso a Lula: «Non ci posso credere! Adesso lo fanno secco», si spaventa Bobo Craxi nella tribuna d’onore dove lui, Cofferati, Giovanni Berlinguer e Luigi Cal, il responsabile internazionale della Cisl, sono tra gli ”special guests”, gli ospiti personali del presidente. Ma dopo venti secondi di panico e fiati sospesi si capisce che non si tratta di un killer bensì di un focoso militante ”peteista” (dal nome del Pt, il partito di Lula). I due si abbracciano - prima che la polizia intervenga - e il sospetto di dramma si risolve in un sorriso e in un nuovo boato. Dentro l’Aula di nuovo sembra di stare in curva Torcida al Maracanà. Lula, sorridendo: «Scusatemi: possiamo rompere il protocollo, ma non più di tanto». I deputati della maggioranza sono tutti in piedi, molti sventolano le bandiere del Brasile e intonano cori da stadio. Gli uomini dell’opposizione con molto fair play si alzano, anche se applaudono solo alla fine e per l’inno. Chavez e Castro si mescolano a loro, insieme agli altri capi di Stato sudamericani. L’Italia è rappresentata dal viceministro Mario Baccini. Ed è quasi incredibile che con la sola eccezione del Tg2 e di chi scrive non ci fossero giornalisti italiani accreditati in Parlamento, oggi. Il nostro ambasciatore, Vincenzo Petrone, ha trovato un’immagine efficace per spiegare quanto il nostro paese sia vicino al Brasile: «A parte il fatto che ci sono 25 milioni di emigranti italiani, noi ogni anno rilasciamo ventimila passaporti a nostri concittadini nati qui. come se ogni anno nascesse una nuova piccola città’ italiana, in mezzo ai tropici». D’altra parte i cognomi italiani si sprecano anche nel nuovo governo, e Antonio Palocci, il superministro dell’economia, il Tremonti giallo-oro (peteista moderato) è anche lui figlio di immigrati. Nella delegazione italiana ferve il dibattito tra chi è più lulista di Lula: «Vedere questa festa - spiega Cofferati - per me è motivo di grande soddisfazione. I primi contatti com il partito di Lula li abbiamo presi negli anni ’80, quando la sua Cut (la Cgil brasiliana) era ancora clandestina. un modello irripetibile, che però sento molto vicino». Mentre Bobo Craxi avverte: «Sarebbe una follia lasciare la bandiera di Lula in mano all’Ulivo. Questo è un vero riformista, un democratico vero, uno che va guardato con attenzione perché il Brasile è una potenza». E il sindacalista della Cisl: «Ma quale comunista? I comunisti nel Pt non ci sono mai stati: questo è un cattolico, un uomo che grazie alla mediazione dei cattolici italiani, si è incontrato a Roma con Walesa!». Sul palco, intanto, sulla spianata, c’è un concerto del neoministro della cultura, Gilberto Gill: «Ora scendo qui e vado a lavorare, con i miei colleghi del governo». Alfonso Pecoraro Scanio: «Qui in Amazzonia si difende il futuro del pianeta». Lula, dentro l’aula: «Abbiamo vinto la schiavitù, ma non abbiamo vinto la fame. Abbiamo vinto il colonialismo, ma non abbiamo vinto la fame. Siamo diventati una potenza economica, ma non abbiamo vinto la fame. La lotta alla fame è la nostra prima priorità». Fuori le ragazze brasiliane salutano con il pollice e l’indice teso: non è la P38, e’ la ”elle” di Lula. Tutto il Brasile, da oggi, attende di scoprire se questa promessa sarà mantenuta. Luca Telese