Note: [1] Mf 9/11; [2] R. Boc., Il Sole-24 Ore 11/11; [3] Mario Pirani, la Repubblica 17/10; [4] Marco Damilano, Stefano Livadiotti, L’espresso 10/7/2003; [5] Cesare Cavalleri, Avvenire 25/5; [6] Massimo Livi Bacci, la Repubblica 24/7; [7] R. Cas., Avveni, 10 luglio 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 14 NOVEMBRE 2005
Ma che roba sono ’sti mutui per i nonni che il governo ha messo nella Finanziaria? [1]
«Sono prestiti vitalizi concessi a chi ha più di 65 anni. Per prendere i soldi bisogna ipotecare la casa. Dopo la morte, nel caso gli eredi non paghino debito e interessi, l’immobile diventa proprietà della banca. Insomma, è un’altenativa alla cessione della nuda proprietà, che sinora era l’unica chance per mobilizzare il patrimonio bloccato nell’abitazione in cui si vive: un patrimonio spesso cospicuo, considerando il fortissimo incremento di valore che hanno avuto le case negli ultimi anni, soprattutto nelle grandi città». [2]
Questi mutui li ha inventati Berlusconi? [2]
«No, nei Paesi nord-europei sono già molto usati. In Inghilterra, dove li chiamano ”lifetime mortagages”, esistono da una decina d’anni. Un anziano su cento, tra quelli che posseggono la casa in cui vivono, ha approfittato di quest’opportunità. Parliamo di un giro d’affari di due miliardi di euro. I soldi vengono usati per integrare la pensione, far fronte a interventi sanitari, pagare l’assistenza domiciliare». [2]
Quanti sono gli over 65 italiani? [2]
«Undici milioni. Nel 2020 apparterrà a quella fascia d’eta quasi un italiano su quattro. a loro che sta pensando la Cofide di De Benedetti, ma anche il San Paolo e Deutsche Bank». [2]
A vecchi siamo messi bene. [3]
«Siamo il paese più vecchio, ma è un problema che riguarda tutto il mondo. Nel 2000 per la prima volta nella storia le persone che hanno superato i sessant’anni sono diventate più numerose dei bambini sotto i cinque. Il fatto è che da noi gli over 65 superano addirittura gli under 20. E con l’allungamento della vita media in futuro non potrà che andar peggio. [3] Nel 1996 si prevedeva che nel 2050 la speranza di vita degli uomini italiani sarebbe stata di 78,2 anni; nel 2000 si era già arrivati a 81,4. Lo stesso vale per le donne: da 84,6 a 88,1. anni. [4] Ho paura che l’Italia diventerà come il Giappone». [5]
Che succede in Giappone? [5]
«La scarsa fecondità (1,38 figli per donna) e l’elevata longevità (la speranza di vita è di 81 anni) provocano un calo demografico preoccupante. Le previsioni per il 2006 danno una popolazione di 128 milioni di abitanti, che scenderà a 126 milioni nel 2015 e a 100 milioni nel 2050. Negli ultimi dieci anni duemila scuole elementari e medie hanno chiuso i battenti. Il numero di alunni è sceso da 13,42 milioni nel 1994 a 10,83 nel 2002: se la tendenza proseguirà, si chiuderanno scuole al ritmo di 300 all’anno. La scarsità di bambini ha prodotto anche altre modificazioni. Nei grandi magazzini, le aree attrezzate per i giochi e l’intrattenimento dei giovanissimi sono sostituite da bar e spazi picnic per adulti, i principali frequentatori. Nella Disneyland alle porte di Tokio è stata consentita la vendita di alcolici, per il diradarsi del pubblico infantile. [5] E le cose presto andranno male anche in Cina». [6]
In Cina? [6]
«La politica del figlio unico, duramente imposta con metodi coercitivi fin dalla fine degli anni ’70, ha ottenuto risultati strepitosi. La brusca frenata della natalità ha alleggerito le giovani coppie dagli oneri dell’allevamento; le ha rese disponibili per il lavoro; ha incentivato risparmi e investimenti. Come si usa dire, la Cina ha goduto di un ”bonus demografico” che ha spinto la crescita del Pil al 10% annuo. Ma al bonus seguirà un malus: gli effetti della rapidissima caduta della natalità provocheranno un altrettanto veloce invecchiamento. Oggi appena un cinese su 13 ha più di 65 anni; nel 2030 il rapporto sarà di 1 a 6, nel 2050 quasi uno a 4. In Cina il sistema previdenziale è appena embrionale e l’assistenza agli anziani è a carico dei figli maschi, come era tradizione nella società agricola. Ma come si provvederà a questa massa crescente di anziani se i figli maschi non ci saranno? [6] Temo che abbia ragione Gerard-Francois Dumont, docente di demografia all’Università La Sorbona di Parigi, quando dice che quello del crollo demografico è il problema più importante per il mondo in questo secolo, soprattutto per l’Europa». [7]
In Francia le cose vanno meglio che da noi? [8]
«Viene addirittura indicata come la nazione del ”baby boom”, malgrado il suo tasso di nascite (1,9 figli per donna) resti ben al di sotto del livello di sostituzione (2,1 figli per donna). Ma il fatto è che la Francia - dopo l’Irlanda - è il Paese dell’Europa a 25 con il più alto tasso di fertilità, e ancora più significativo è il fatto che appartenga al versante mediterraneo del Continente, ovvero quello che a partire dagli anni ’70 ha registrato un vero crollo delle nascite, tuttora ben al di sotto della media europea (1,4 figli per donna). Infine, dal 2000 si registra un leggero ma graduale aumento (si è passati da 1,8 a 1,9). E questo basta - in un’Europa sempre più vecchia - per gridare al ”miracolo di Parigi”. Ciò detto, ai tassi attuali di invecchiamento la Francia potrebbe essere la prima nazione europea a sperimentare l’implosione demografica, ovvero la diminuzione della popolazione, tra il 2025 e il 2030». [8]
E com’è? [8]
«Calo della fertilità e aumento della speranza di vita si sono sommati per decenni. La popolazione con meno di 20 anni, che rappresentava il 34,2% del totale nel 1960, è scesa al 24,8% nel 2004; nello stesso periodo la popolazione dai 60 anni in su è passata dal 17 al 21%; nel 2011 ci sarà il ”pareggio” intorno al 23,5% per poi invertire la posizione: nel 2030 la percentuale dei giovani dovrebbe scendere al 21,3, gli anziani dovrebbero salire al 31,2. Dal punto di vista degli scenari, dunque, la situazione francese è in linea con il resto d’Europa. Ciò che però sicuramente contraddistingue la Francia è il fatto che la questione demografica è sempre stata centrale nella politica dei governi che si sono succeduti da oltre cento anni». [8]
E che mi dice della Svezia? [9]
«Il Libro Verde dell’Unione Europea sull’invecchiamento della popolazione indica nel modello svedese la soluzione più praticabile quando insiste sui principi da seguire: uguaglianza di genere, flessibilità del mercato per conciliare il lavoro con la famiglia. Tanta fama però non è confermata dai numeri: il tasso di fertilità è in realtà in calo fin dall’inizio degli anni ’90, quando era salito a 2,11 figli per donna, e ora è sotto 1,6 figli, superiore alla media europea ma molto al di sotto del tasso di sostituzione della popolazione. Tanto è vero che alla fine degli anni ’90 la Svezia è stata uno dei primi Paesi europei a registrare un saldo negativo tra nascite e morti». [9]
Non capisco. [9]
«In realtà il calo demografico in Svezia è costante dall’inizio degli anni ’70. L’aumento dei tassi di fertilità registratisi alla metà degli anni ’80 era la conseguenza di una nuova legge assicurativa chiamata ”premio di velocità” che favoriva i genitori che riducevano lo spazio tra primo e secondo figlio. Si tratterebbe cioè soltanto di uno spostamento nel momento del concepimento, ma non di un aumento di figli per famiglia. Lo proverebbe anche l’indice di invecchiamento elaborato dall’Onu, il numero di ultrasessantenni per 100 giovani sotto i 15 anni, che vede la Svezia oltre la media europea, 123 contro 116 nel 2000». [9]
Insomma, non si salva nessuno. [10]
«Fra i Paesi occidentali, saranno gli Stati Uniti a compiere il balzo demografico più significativo. La crescita prevista fino al 2050 è del 43%, con una forte spinta della comunità ispanofona. Il primato dell’Asia resterà incontestato, anzi tenderà ad accentuarsi soprattutto per via dell’India che pare destinata a diventare in un ventennio il Paese più popoloso del mondo. Nel 2050, gli indiani potrebbero essere 1,6 miliardi contro 1,4 miliardi di cinesi. [10] Mezzo secolo fa Nehru dichiarò che il piano quinquennale da poco approvato mirava a risolvere i ”365 milioni di problemi” dell’India, tanti quanti erano gli abitanti del paese, frenandone l’ulteriore crescita. Oggi la popolazione s’è triplicata, raggiungendo un miliardo e 100 milioni, e risulterà quadruplicata nel 2030, anno nel quale si prevede che gli indiani (1.450 milioni) avranno superato i cinesi. Il declino della natalità è avvenuto senza strappi, con gradualità, e il processo d’invecchiamento è molto più graduale: un anziano su 11 nel 2030, uno su 7 nel 2050». [6]
Ma l’Unione Europea che fa? [7]
«La questione demografica è quasi totalmente assente dai testi più importanti dell’Ue. Non se ne trova traccia nei sette capitoli del Trattato di Maastricht (1992): solo un piccolo riferimento nel 14° dei 17 protocolli allegati, quello sulla politica sociale, laddove si dice che ”la Commissione pubblica ogni anno un rapporto sull’evoluzione degli obiettivi previsti all’articolo 1, compresa la situazione demografica”. Nei fatti poi, tali rapporti sono stati irregolari e incompleti. Nel 1999 l’apposito gruppo di lavoro, creato dopo il summit di Essen (1994) per studiare la differenza di competitività tra Ue e Stati Uniti, pubblicò un rapporto che però ignorava totalmente la differenza di potenziale demografico tra Europa e America, senza la quale è impossibile spiegare la schiacciante supremazia americana degli anni ’90». [7]
C’è di che preoccuparsi. [7]
«La depopolazione fu tra le cause fondamentali del crollo dell’Impero Romano, per dire. Se a questo fenomeno aggiungiamo l’aumento della speranza di vita, che comporta un vistoso incremento della popolazione anziana, abbiamo un’accelerazione nel problema dell’invecchiamento che richiede un cambiamento radicale della struttura economica e sociale. [7] Secondo gli analisti dell’Ocse nel 2050 un quarto della popolazione dei trenta paesi membri avrà dai 65 anni in su. Il doppio del 2000. Peggio andrà all’Italia che, insieme alla Corea del Sud e al Giappone, conterà una popolazione formata per un terzo da cittadini over 65». [10]
Chi pagherà le pensioni? [10]
«Nel 2000 c’erano meno di 4 pensionati ogni 10 lavoratori , nel 2050 saranno 7 ogni 10. Non c’è bisogno dell’Ocse per capire che se questa tendenza non sarà invertita sarà necessario un incremento delle tasse e le garanzie dello stato sociale dovranno essere indebolite. Il Pil, inoltre, non riuscirebbe mai più a crescere come in passato, raggiungendo al massimo l’1,7% annuo.[10] Nel 2000 gli ultrasessantenni di tutto il mondo erano 600 milioni. Tra 45 anni, si calcola, saranno due miliardi. La globalizzazione ha spazzato via le certezze dei Paesi ricchi ed in particolare quelle dell’Italia, che tra questi è il più vulnerabile avendo la peggiore situazione demografica e un sistema previdenziale che, nonostante le riforme, rimane tra i più costosi. I politici sono riluttanti a occuparsi di tagli alle pensioni perché sanno che c’è quasi sempre da rimetterci, come dimostra anche l’esperienza di Bush. Che però è stato attaccato per la sua volontà di privatizzare le pensioni, non per l’intento di risanare i conti. E sappia che parliamo di numeri molto migliori dei nostri: i contributi previdenziali gravano sulla busta paga Usa per il 12% contro il 33% italiano. Il deficit pensionistico americano non arriverà mai nemmeno all’1% del reddito nazionale». [11]
Gli attuali sistemi previdenziali non reggeranno. [11]
«Erano stati costruiti sulla base di ipotesi demografiche molto diverse e sul presupposto di una continua crescita delle economie. Invece gli anziani sono ormai un esercito (e sta per andare in pensione la generazione del baby boom), i nuovi nati sono troppo pochi, l’economia non cresce più. Nessuno, nell’Europa del welfare state, ha la ricetta per risolvere un problema di questa portata. Le soluzioni andranno trovate in un mix di scelte volontarie e nuovi vincoli. [11] Tipo i mutui per i nonni. [2] Massimo Paci, sociologo che agli studi e alla ricerca ha abbinato per quattro anni il compito di presidente dell’Inps, spiega che la spinta all’individualismo non va demonizzata né letta come mera tendenza alla precarietà. Il nuovo welfare dovrà far coesistere una varietà di istituti e di strumenti di tutela». [12]
Non potrebbero salvarci gli immigrati? [13]
«L’immigrazione occupa quasi esclusivamente i gradini bassi della società - ma è molto motivata a scalarli. Può essere strumento di conservazione o di sviluppo. Di conservazione se sui bassi gradini rimane relegata e se non è incentivata a salirli. Di sviluppo se le politiche incoraggiano l’arrivo d’immigrazione di qualità, mantengono aperti (in primo luogo mediante la scuola) adeguati canali di mobilità sociale e professionale, la indirizzano ad una permanenza di lungo periodo. Ciò significa anche, alla lunga, competizione con gli autoctoni e stimolo per questi a prepararsi ed operare meglio. Oggi la riproduttività dell’Italia - misurata in numero medio di figli per donna - ha recuperato qualche centesimo di punto e si trova a quota 1,33 (rispetto al minimo di 1,19 del ’95). Oltre che all’immigrazione, questa lieve ripresa potrebbe ascriversi al fatto che le coppie hanno smesso di rinviare ad età sempre più tardive i loro (modesti) programmi riproduttivi. In ogni caso la strada della ripresa è molto lunga: l’Italia ha ancora circa 200mila nati l’anno in meno di Francia o Gran Bretagna, paesi della stessa consistenza demografica». [13]