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 2005  novembre 04 Venerdì calendario

Goethe. La Repubblica 04/11/2005. Il 6 luglio 1796, Friedrich Schiller finì di leggere gli otto libri dei Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe: Gli anni di esperienza di Wilhelm Meister

Goethe. La Repubblica 04/11/2005. Il 6 luglio 1796, Friedrich Schiller finì di leggere gli otto libri dei Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe: Gli anni di esperienza di Wilhelm Meister. Il giorno stesso scrisse una lunga lettera all´amico: «Viva bene, mio caro, mio venerato amico! Come mi commuovo se penso che quanto noi ancora cerchiamo e troviamo a stento nella remota lontananza di un´antichità privilegiata, io l´ho così vicino, in Lei. «Non si meravigli se sono così poche le persone capaci e degne di capirla. Il bel rapporto, che corre tra noi, mi impone il dovere religioso di far mio il Suo libro, diventando lo specchio limpidissimo dello spirito vivo in queste pagine, così da meritare il nome di Suo amico. Come ho capito in quest´occasione,... che davanti alle cose supreme non esiste altra libertà che l´amore». Sono righe meravigliose, come mai, forse uno scrittore intelligentissimo inviò ad uno scrittore molto più grande di lui. Eppure nemmeno Schiller, che dedicò decine di pagine acute ai Lehrjahre, riuscì a comprenderlo: ci vogliono decenni, talvolta secoli, per comprendere un capolavoro; o forse è impossibile capirlo, perché appartiene al regno quasi deserto dell´Incomprensibile. Schiller avrebbe voluto che il libro fosse più razionale, più evidente, più esplicito, meno frivolo. Altri capirono molto meno: un genio come Novalis osò dire che i Lehrjahre erano un «libro sciocco e noioso». Il 9 luglio 1796, Goethe rispose a Schiller: «L´errore, che Lei osserva a ragione, nasce dalla mia natura più profonda: da un certo tic realistico, a causa del quale trovo piacevole nascondere la mia esistenza, le mie azioni, i miei scritti agli occhi degli uomini. Così viaggio sempre volentieri in incognito, scelgo un vestito modesto invece di quello migliore e, parlando con una persona poco conosciuta, preferisco un argomento insignificante o una espressione meno significativa: sembro più frivolo di quello che sono. «Mi sembra di essere uno che, dopo aver disposto l´uno sotto l´altro molti e grandi numeri, alla fine faccia apposta degli errori di addizione, per diminuire, Dio sa per quale capriccio, la somma totale». Tutte o quasi tutte le grandi opere d´arte compiono, non importa se volutamente, degli errori d´addizione: cose celate, omesse, alluse, piccoli misteri, enigmi profondissimi, simboli, che rifiutano con oscura forza di essere tradotti nelle parole della ragione. Passarono poco più di dieci anni. Il 17 maggio 1807, alle sei e trenta del mattino, Goethe cominciò a dettare il primo capitolo de Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister. Continuò il 18, il 19, 20 maggio: in quattro giorni compose circa 50 pagine. La cosa sembra miracolosa: come è possibile dettare quella prosa perfetta, dove le linee e i colori raffaelleschi (come disse un critico tedesco) si combinano con i rosa, i celesti, i gialli radiosi, le tenerezze sensuali di un Correggio del Nord? In letteratura c´è solo un altro esempio: gli ultimi romanzi di Henry James. Ma i romanzi di James rivelano una traccia della voce che li ha dettati: mentre fin dalle prime righe, il libro di Goethe sa di inchiostro, di carta, della mano che scrive piano o velocemente sulla carta. Possiamo spiegare questo risultato soltanto con il fatto che Goethe portava il libro dentro di sé, come al nono mese la madre porta il bambino; e quando giungeva il momento dell´esecuzione, doveva soltanto depositarlo nell´orecchio del copista o su un foglio. Come diceva Schiller, bastava che Goethe scuotesse leggermente il suo albero di mele, per far cadere a terra «i frutti più belli, maturi e pesanti». Goethe continuò per più di vent´anni a far cadere a terra le sue mele mature: nel maggio, giugno e agosto 1807; nel 1808, 1809, 1810. Poi si interruppe: riprese nel 1820 e nel 1821, pubblicando la prima edizione del romanzo nel maggio 1821. Quando si accorse che il libro non era concluso, riprese a scrivere: nel 1825, nel 1826, nel 1827, nel 1828, nel 1829; finché all´inizio dell´estate 1829 pubblicò la redazione definitiva degli Anni di viaggio di Wilhelm Meister. E´ un capolavoro: uno dei cinque o sei romanzi più belli del diciannovesimo secolo. Ma è un capolavoro quasi completamente sconosciuto: né in francese né in inglese ci sono traduzioni complete. In Italia l´edizione (incompleta) di Sansoni è esaurita da più di trent´anni. Perciò è tanto più benemerita la recentissima edizione completa dell´editore Medusa (con una ottima introduzione di Rosita Copioli, traduzione di Bruno Arzeni e di Maria Elena Faienza, pagg. 482, euro 30). Il libro è così bello, così fantastico, così strano, così futuro, che avrà certamente molti lettori appassionati. Gli anni di esperienza di Wilhelm Meister sono una superba costruzione architettonica: un libro chiuso. Pubblicato più di trent´anni dopo, Gli anni di viaggio è esattamente l´opposto. Come se volesse cancellare il suo sforzo di costruzione, Goethe ritorna ai romanzi antichi: quelle vecchie carrozze cariche di postiglioni, viaggiatori ubriachi, valigie, cappelliere, bauli, polli, caprette, verdure, ladruncoli, streghe e dèi mascherati, come le Metamorfosi di Apuleio, il Don Chisciotte e sopratutto il Tristram Shandy di Sterne. Gli anni di viaggio contiene massime sapienziali, che ricordano quelle greche arcaiche: intuizioni pedagogiche, favole o finte favole, romanzi d´avventura, grandiosi scorci di filosofia naturale, critica d´arte, racconti intercalati, false traduzioni, viaggi, poesie, apologhi, commediole, conversazioni inesauribili, parabole, reti di simboli, futili apparenze. Ogni dieci pagine, il narratore cambia tema: si allontana, divaga come un umorista, si perde nell´infinito, e poi esce dal romanzo smarrendosi chissà dove, probabilmente in un altro mondo, dove penetra senza fatica, con una facilità che noi nemmeno immaginiamo. Se parlo di Goethe come narratore, ho torto. Qui Goethe non è il narratore di un romanzo, ma il redattore e l´archivista di documenti raccolti in un Archivio che nessuno conosce: salvo il fatto che spesso questi documenti sono falsi. I toni sono lievi, fluidi, leggeri, galanti: e poi, all´improvviso, tragicissimi. L´archivista o il redattore vuole divertirsi e farci divertire: ma i suoi giochi sono quasi sempre simbolici, le «lievi allusioni» portano verso il regno dei cieli. Tutti i temi e i toni si riflettono e si rispecchiano l´uno nell´altro; e ciò che sembrava spezzettato, frantumato, discontinuo, contraddittorio rivela di avere «un solo significato». Questa era la vecchia carrozza narrativa del passato? Certo. Ma Goethe sapeva benissimo di stare scrivendo il romanzo di un futuro lontanissimo. Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister sono già L´uomo senza qualità, di Musil, che gli assomiglia in modo straordinario. *** Per comprendere Gli anni di viaggio, bisogna rileggere Gli anni di esperienza, e sprofondare dentro i suoi misteri. Wilhelm Meister possiede la conoscenza intuitiva «della natura originale»; ed è dunque un «favorito della natura», «un beniamino degli dèi». Ha un doppio ideale femminile: da un lato, Clorinda, l´eroina del Tasso, l´amazzone, una mite figura androgina, priva di fascino erotico: dall´altro Stratonica, «la sposa del padre», che Antioco, figlio di Seleuco, re di Siria, ama con una passione incestuosa. Le due figure incarnano l´amore assoluto: il quale abbraccia tutti gli aspetti della donna - madre, sorella, amica, moglie - ; e per questo risveglia, nel cuore di Wilhelm, un desiderio colpevole. La combinazione tra figura androgina e materna allude alla nivea, elegante, luminosissima pietra filosofale, «sorella, madre e moglie». Mentre attraversa il mondo, Wilhelm incontra Natalie, insieme figura androgina e «sposa del padre», circondata di luce stellare e parole evangeliche. Wilhelm la ama appassionatamente; e l´ottiene in moglie quando il suo desiderio incestuoso è purificato. Al principio degli Anni di viaggio, c´è una tremenda omissione. Il matrimonio tra Natalie e Wilhelm, accennato alla fine degli Anni di esperienza, non avviene: o nessuna pagina lo ricorda. Dopo aver conosciuto un istante di suprema felicità, né rappresentato né rappresentabile, Wilhelm lascia la casa di Natalie, la Germania, le acque che dalle Alpi scendono verso il giardino di lei. Quando le scrive non può dire nemmeno di amarla. Le ricorda il «momento in cui avrò la felicità di ritrovarmi ai tuoi piedi»: ma questo incontro non avverrà mai. Come un ebreo errante, senza arrestarsi per più di tre giorni nello stesso luogo, viaggia attraverso il mondo: trattenendo le lacrime, nascondendo in cuore la tristezza della infinita separazione. Non rivedrà mai più Natalie. Wilhelm non ha commesso errori: non ha colpe né verso gli dèi, né verso gli uomini, né verso Natalie. Perde la propria felicità amorosa, perché non può fare a meno di perderla. Mentre ama Natalie, Wilhelm conosce l´amore assoluto: sta per possedere una stella e la pietra filosofale. Ma su questa terra, non si può vivere insieme ad un astro. L´amore assoluto, il quale è l´utopia di tutte le utopie, il centro di tutte le speranze e i sogni, non sopporta la vicinanza, il possesso, il calore quotidiano della felicità. Come la città di Dio, il suo regno non è «qui», ed «ora», ma nella distanza illimitata degli spazi. Se vuole conservare l´amore di Natalie, Wilhelm deve rinunciare a vivere insieme a lei. Non la vede, non le parla, non le scrive, e le loro relazioni amorose sono simili a quelle che, nella volta del cielo, stringono silenziosamente due astri. Wilhelm Meister comincia il suo viaggio attraverso le Alpi, le colline e i laghi della pianura padana. Non è solo: lo accompagna il figlio, Felix, un incantevole coboldo ermetico, che ha avuto anni prima da un´attrice. Il padre educa il figlio: il figlio educa il padre. Come gli dice un vecchio amico, Wilhelm ha un vizio: «è come un bastone di viaggiatore, che ha la meravigliosa proprietà di rinverdire dovunque lo si pianta, ma non prende radici in nessun luogo». Ora, in viaggio, sotto la protezione del figlio, prende lentamente radici: si limita, si determina, impara un mestiere, quello del chirurgo. Comprende che la chirurgia è la sua vocazione: essa risale a un giorno estivo della sua infanzia. Allora aveva contemplato la libera immensità del mondo, il verde dei campi e dei prati, il bianco accecante degli alberi, il trionfo dei fiori, il fascino dell´acqua illuminata dal sole, l´agitazione dionisiaca della vita animale, la bellezza del corpo umano, l´ardore dell´amicizia, il presentimento dell´amore - e l´ultima forma dell´amore, la morte. Se ora fa il medico, è sopratutto in ricordo della morte, che allora non aveva potuto impedire. Nell´ultima, meravigliosa pagina del romanzo, la vocazione di Wilhelm si compie. Dopo una delusione amorosa, il figlio cerca la morte, e fugge disperatamente a cavallo. Giunto sulla riva di un fiume, l´argine si sgretola, e Felix e il cavallo cadono violentemente nei turbini della corrente. In quel momento, il padre attraversa il fiume in battello: lui e i marinai salvano il corpo inanimato del ragazzo, lo portano a terra, lo svestono - ma Felix non dà «alcun segno di vita, il fiore splendido giace inerte nelle loro braccia». Allora Wilhelm gli apre una vena del braccio col bisturi: il sangue di Felix scorre insieme all´onda gioiosa e serpentina del fiume; e il figlio ritorna alla vita, abbracciando il padre e gridando: «Se devo vivere, che sia con te!» Come Polluce, il gemello immortale del mito greco, Wilhelm scende nel regno della morte, salva il figlio e risale sulla terra insieme a Castore, il gemello mortale, che ha preso la forma del figlio. Divenuti fratelli, Wilhelm e Felix si incontrano sulla strada che dall´Ade riconduce al nostro mondo. Questa è la vera vocazione di Wilhelm e di ogni medico: entrare nella morte, salvare dalla morte, ritrovare la luce. Infine Wilhelm getta il mantello sul corpo del figlio addormentato, mentre i raggi del sole penetrano nelle membra, e vi riportano la vita. Lo stesso gesto era avvenuto molti anni prima, negli Anni di esperienza: Natalie-Clorinda aveva gettato il mantello sul corpo di Wilhelm ferito, mentre «una luce splendente avvolgeva la figura di lei». Il primo gesto aveva annunciato che Natalie era la sposa e la madre di Wilhelm: questo secondo gesto ricorda che Wilhelm, dopo essere disceso nella morte, è divenuto il padre-fratello di Felix. Sebbene Natalie sia scomparsa, quel gesto - il cappotto gettato sulle membra ferite - annuncia che sarà sempre presente attorno a loro, come una protezione soave. *** La cosa più singolare degli Anni di viaggio di Wilhelm Meister è la sua intelligenza politica e sociale. Tutti sanno che Balzac e Dostoevskij hanno conosciuto profondissimamente il loro tempo, e presentito quello che stava per giungere. Ma Goethe, il consigliere segreto del duca di Weimar, rinchiuso (così dicono) nella sua «torre d´avorio», colle sue piante, le sue foglie, le sue pietre, le ossa, i colori, i viaggi a Karlsbad? Gli anni di viaggio sono il più bel testo sulla civiltà moderna, o in generale il moderno, che sia mai stato scritto: composto quando il moderno stava appena nascendo. Con la sua immensa esperienza scientifica, Goethe aveva compreso che la cultura umanistico-religiosa, nella quale era vissuto, stava giungendo alla fine nei primi decenni del diciannovesimo secolo. Non c´era più cultura universale: non c´era più la simbolica pietra filosofale: Wilhelm Meister dei Lehrjahre era morto; e della cultura di un tempo restavano soltanto chiacchiere per cattivi giornalisti e pessimi scrittori, come avrebbe ripetuto Robert Musil un secolo dopo. L´eroe del nuovo tempo (dicevano sia Goethe sia Musil) era l´Einseitige: lo specialista, l´uomo limitato, con una faccia sola, un lato solo, un solo mestiere. Era l´opposto di Goethe, l´uomo che abitava tutte le letterature, le conoscenze, i pensieri. Ma Goethe pensava che lo specialista «facendo una cosa sola, faceva tutto o, per essere meno paradossali, in questa sola cosa che faceva bene, vedeva il simbolo di tutte le cose che vanno fatte bene». Nei tempi moderni, gli uomini diventavano dei freddi pezzi di carbone: capacità precise, abilità limitate, utili a tutti: Goethe sapeva che ciò avrebbe acuito la precisione mentale dell´uomo. Ma avrebbe anche potuto condurre a un disastro (come forse è accaduto). Per questo raccontò la storia di Wilhelm, nella quale la specializzazione del chirurgo rinnova la vocazione originaria: o, come egli preferiva dire, la conoscenza intuitiva della natura originale, di fronte alla quale tutto quanto apprendiamo più tardi è soltanto una pallida copia. Con la nascita dello specialista moderno, scompariva la religione della casa, alla quale l´Europa aveva obbedito dai tempi dell´Odissea: le mura, la dispensa, le greggi, il grande letto coniugale, la famiglia. Non c´era più l´amore assoluto: ma un amore discontinuo, erratico, frivolo, mobile come l´acqua, fatto di vicinanza e di separazione, di slanci e di abbandoni, di fughe e di ritrovamenti. Non c´era più la memoria: ormai si viveva nel presente e si parlava soltanto del presente. Nel mondo moderno, bisognava viaggiare: lasciare dietro di sé il passato, rinunciare, rinunciare senza fine a qualsiasi riposo o legame. Tutto ciò aveva un aspetto terribile. I viaggiatori rinuncianti, ai quali è dedicato il romanzo, sanno che «i legami sono spezzati, la fiducia è ferita»: che la stabilità e l´amore sono perduti: che la loro vita è fondata, come quella di Wilhelm, sulla separazione. «Quando un essere umano si stacca dall´altro, nella sua anima nasce un enorme abisso, nel quale più di un cuore è andato in rovina». Eppure essi comprendono che l´amore universale non è perduto: vicino nella lontananza, luminoso nell´oscurità della separazione. I gruppi dei Viaggiatori rinuncianti partono per l´America: il paese delle origini, libero dal peso e dalle convenzioni dell´Europa. I capi appartengono a una specie di associazione massonica - picaresca: i membri sono agricoltori vagabondi, cantori, muratori, archivisti, falegnami, che recitano, giocano, mettono in scena, come se tutta la grande utopia del libro fosse soltanto un balletto ritualizzato e, a volte, pietrificato. I Rinuncianti non escono mai dal presente. Eppure, il passato, che sembra abolito, è attuale. Tre montanari hanno appreso dalle pitture di un monastero la storia di Giuseppe, Maria, Gesù bambino, la Visitazione, la Fuga in Egitto; e di lì sono risaliti ai Vangeli. La loro esistenza non è una ripetizione o un´imitazione, ma la reincarnazione di un archetipo che per diciotto secoli ha nutrito le immaginazioni europee. Giuseppe, Maria, Gesù, Elisabetta, l´asino sono vivi, qui, tra di noi: anzi molto più vivi di noi. Gli archetipi non muoiono né impallidiscono; e certo un soffio della Visitazione e della Fuga in Egitto giunge lontano, fin nelle solitudini dell´America, esplorata e civilizzata dai Rinuncianti. *** In una delle pagine più famose del Timeo, Platone aveva affermato che il compito supremo dell´uomo è quello di riprodurre nella mente le esatte rivoluzioni circolari dell´intelligenza celeste. Goethe tentò un´impresa che nessuno aveva mai osato in letteratura: quella di rappresentare una creatura umano-stellare. Non poteva essere che una donna, perché soltanto nel mondo femminile esiste il dono astrale. Se la stella degli Anni di esperienza era stata Natalie, quella degli Anni di Viaggio è Makarie, una veneranda vecchia «Sibilla». Forse nemmeno nel Faust II, Goethe aveva rappresentato un simbolo così ardito e grandioso. Come annuncia un sogno di Wilhelm Meister, Makarie contempla il sistema solare. Quando guarda in sé stessa, le sembra di vedere raccolta tutta la luce del cielo: mentre gli occhi del corpo contemplano il sole e la luna, i suoi occhi interiori scorgono un altro sole, un´altra luna, e tutti gli astri e le costellazioni dello zodiaco ripetono dentro di lei le loro orbite eleganti e felici. Mentre guarda in sé stessa, misura il cammino degli astri, come un orologio cosmico. Ma Makarie è molto di più di uno sguardo o di una misura: è una vera e propria stella, incarnata nel nostro mondo. Abbandona la terra. Ruota intorno al sole: poi lascia il sole e seguendo una spirale, si addentra nel cielo: supera l´orbita di Marte, si avvicina a quella di Giove; scorge pianeti che gli uomini non conoscono; abbandona anche l´orbita di Giove e si avanza nello spazio infinito, «verso Saturno». «Nessuna immaginazione potrebbe seguirla fin là», conclude Goethe: «ma noi speriamo che una entelechia come quella di Makarie non si allontani completamente dal nostro sistema solare. Quando sarà giunta ai suoi confini, speriamo che l´assalirà il desiderio di tornare indietro, per agire di nuovo nella vita terrestre e compiere i suoi benefici a favore dei nostri lontani nipoti». Con la sua parte umana, Makarie porta dovunque la quiete. Tutte le anime afflitte e confuse, le anime che si sono perdute, che vogliono ritrovarsi e non sanno come, si rivolgono a lei per aiuto e consiglio. Makarie non offre loro precetti morali: il suo sguardo attraversa la pesante maschera individuale di ogni persona, distacca la scorza turbata dell´io, vivifica l´anima profonda. Come in uno specchio magico, mostra ad ognuno la bellezza interiore che credeva di avere perduto: quando accarezza la fronte, subito le anime confuse si ritrovano, i pensieri diventano limpidi, i sentimenti pacifici. Alla fine del libro, scopriremo che Makarie è la regina segreta dei Viaggiatori che lasciano l´Europa per l´America. Così, il loro viaggio non può perdersi: perché attraverso lo sguardo e le parole di Makarie, l´emigrazione imita, come diceva Platone, «le esatte rivoluzioni circolari dell´intelligenza celeste». Il mondo moderno degli specialisti - quello nel quale viviamo - può dunque essere salvato, se obbedisce alla luce di una Makarie. Non so se questa sia l´ultima verità che Goethe, questa fonte di enigmi, lascia cadere alla fine radiosa degli Anni di viaggio. Attraverso tutto il libro, egli ci ripete che la verità esiste, che la metafisica coincide con la fisica, che noi ci identifichiamo con i fenomeni - eppure non possiamo mai conoscere la verità. «I monti sono maestri muti e fanno allievi muti», come dice il geologo Jarno. Un bellissimo apologo conferma questi pensieri. Il figlio di Wilhelm, Felix, trova una cassetta in una grotta: essa è chiusa, la chiave si è perduta; e quando la si ritrova, la chiave si spezza; finché un gioielliere mette insieme le due parti della chiave ed apre la cassetta. Alla fine, il gioielliere chiude la cassetta dicendo: «Non è bene toccare questi segreti». Dunque la verità metafisica esiste, sebbene sia nascosta. Noi dobbiamo inseguirla, violarla, e poi nasconderla di nuovo dentro di noi. La cassetta deve restare chiusa: la chiave non deve aprirla: nemmeno Gli anni di viaggio, questo libro che si apre all´infinito, ci rivela l´ultima verità. Anche Goethe, che ha esplorato le stelle e le montagne, gli uomini e le piante, conferma di essere soltanto un maestro (o un allievo) muto. Pietro Citati