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 2005  aprile 28 Giovedì calendario


Battaglia di Zama, Corriere della Sera 28/04/2005. Polibio, lo storico greco del II secolo a. C. e vissuto per gran parte della sua vita a Roma ospite della famiglia degli Scipioni pensava che la Storia non fosse né prevedibile né influenzabile in modo sostanziale dagli esseri umani

Battaglia di Zama, Corriere della Sera 28/04/2005. Polibio, lo storico greco del II secolo a. C. e vissuto per gran parte della sua vita a Roma ospite della famiglia degli Scipioni pensava che la Storia non fosse né prevedibile né influenzabile in modo sostanziale dagli esseri umani. C’era infatti l’elemento imponderabile, la tyche , ossia la fortuna ( intesa come vox media , ossia in senso positivo e in senso negativo) che poteva imprimere cambiamenti così repentini da travolgere qualunque piano e qualunque previsione. Ed è proprio Polibio a darci uno degli esempi più impressionanti di come eventi epocali capaci di modificare il destino di intere civiltà siano stati influenzati da elementi minimi e in apparenza quasi trascurabili. L’evento in questione è la battaglia di Zama del 202 a. C. che decise la sorte della II Guerra punica e di fatto l’esito del micidiale duello fra le due superpotenze dell’epoca. Roma e Cartagine. In questa pianura della Tunisia si fronteggiano le due grandi armate: una al comando di Annibale e una al comando del giovane Publio Cornelio Scipione. Polibio racconta che la notte anteriore alla battaglia i due comandanti si incontrarono in campo neutro per tentare una composizione diplomatica e politica del conflitto. Annibale era stanco, logorato da una campagna durissima in Italia durata quasi vent’anni, aveva passato i quaranta ed era convinto di poter ancora ottenere una soluzione politica al conflitto. Scipione era giovane, scalpitava, voleva dare il colpo di grazia al generale nemico, al genio strategico che aveva umiliato le armate romane alla Trebbia, al Trasimeno, e a Canne e guadagnarsi gloria imperitura. C’è chi ha messo in dubbio quel racconto, c’è chi non crede che i due si siano veramente incontrati ma di fatto non c’è motivo per dubitarne. Il colloquio è drammatico: Annibale capisce quasi subito che non c’è speranza di trattativa e che Scipione vuole solo vincere sul piano militare. Lo mette comunque in guardia: gli ricorda che gettare tutto sul piatto della sorte è un gioco pericoloso: si può vincere molto, ma si può anche perdere tutto. E gli ricorda chi è lui: Annibale Barak, la folgore, colui che ha umiliato tante volte gli eserciti romani e che ha messo in fuga anche suo padre: Scipione Senior nei dintorni di Casteggio. Si lasciano senza un nulla di fatto. La parola è alle armi. Le nostre fonti principali sulla battaglia che seguì sono due: una più tarda: Tito Livio che ci dà, potremmo dire, la versione ufficiale dell’evento. L’altra, più antica e certo meglio informata, Polibio, che invece si prende il gusto di lasciar trapelare come andarono in realtà le cose. Non è una esposizione proprio chiarissima: Polibio aveva accesso agli archivi privati degli Scipioni ma non poteva certo offuscare la gloria dell’ Africano. Al tempo stesso la sua serietà di storico gli imponeva di dare alla verità una chance. Secondo Livio non ci furono problemi: i romani misero fuori gioco gli elefanti di Annibale attirandoli lontano con elefantesse in calore, poi attaccarono frontalmente: le truppe di Annibale fatte solo di elementi raccogliticci si dissolsero come neve al sole, poi la cavalleria di Massinissa diede loro il colpo di grazia. La versione di Polibio invece lascia indovinare tutt’altro scenario. In primo luogo Annibale aveva con se i suoi veterani d’Italia, gente temprata a qualunque rischio e a qualunque fatica: non più giovani, ma ancora vigorosi e di grande esperienza in combattimento, schierati in seconda fila. La cavalleria cartaginese do po il passaggio di Massinissa ai romani era inferiore numericamente per cui le fu affidato il compito di attirare la cavalleria nemica fuori dal campo di battaglia, il più lontano possibile per dare tempo ad Annibale di mettere in atto la sua manovra di fanteria, molto simile a quella di Canne sedici anni prima. Appena le prime linee fatte di fanteria cittadina cominciarono a cedere, i veterani schierati dietro arretrarono al centro lentamente in modo da creare un semicerchio in cui l’esercito romano trascinato dalla foga del combattimento andò a incunearsi. Le ali intanto tenevano duro e preparavano la manovra a tenaglia. La minaccia a un certo punto fu così grave che Scipione fece suonare le trombe e fu costretto ad allungare la linea del fronte in piena azione per evitare, evidentemente, l’accerchiamento. Cambiare schieramento nel corso della battaglia è una manovra rischiosissima, a cui si ricorre solo in casi estremi. E questo era: un caso estremo. Ancora poco e Scipione si sarebbe trovato insaccato fra le due punte avanzate dell’esercito punico e minacciato di annientamento. " Ma allora – dice a questo punto Polibio – proprio per fortuna apparve la cavalleria di Lelio e di Massinissa " che prese alle spalle l’esercito annibalico e lo disgregò. Alla fine della giornata campale Annibale era sconfitto e fuggiva con pochi fedeli in direzione di Adrumeto. " Proprio per fortuna " : con queste parole Polibio ci fa capire il suo concetto di filosofia della storia, ossia che la tyche , il caso, l’imponderabile hanno un peso enorme nelle vicende e ciò che l’uomo ha accuratamente preparato e progettato può essere sconvolto da eventi imprevedibili, ma lascia anche trapelare che vi fu un momento in cui Scipione, nella sua foga di vincere, rischiò di essere annientato e solo l’improvvisa riapparizione della cavalleria lo salvò dal peggio. Come a Waterloo dove Napoleone aspettava Grouchy e invece arrivò Blucher. Per di più, recentissimi studi hanno dimostrato che le piogge torrenziali del giorno prima avevano inzuppato il terreno al punto che le palle di cannone e le granate dell’artiglieria francese non rimbalzavano o non esplodevano. Il caso, ancora una volta. Quale sarebbe stata la sorte del Mediterraneo se Lelio e Massinissa fossero arrivati mezz’ora dopo sul campo di Zama? Difficile a dirsi ma certo molto diversa da ciò che in realtà è stata. E lo stesso si può dire per l’Europa se non fosse piovuto quella notte a Waterloo e se Blucher non avesse avuto l’idea di sganciarsi dal suo inseguitore e tornare con ampia manovra sul campo di battaglia. Sei secoli dopo la battaglia di Zama, un imperatore romano di nome Maiorano, sconosciuto ai più, ebbe l’idea di radunare una flotta enorme e un grande esercito per riconquistare l’Africa occupata dai Vandali. Se vi fosse riuscito, l’impero avrebbe riavuto i rifornimenti vitali di cui abbisognava e le grandi riserve di derrate alimentari prodotte dalle tenute agricole del Maghreb e con essi forse anche la possibilità di sopravvivere per un tempo assai più lungo. Ma a quei tempi non c’erano satelliti meteo: una tempesta improvvisa annientò la flotta quando già aveva preso il mare. Non restavano più risorse per un secondo tentativo e l’Africa restò in mano ai Vandali che l’usarono come base per imperversare sulle nostre coste. Si potrebbe dire, per assurdo, che quella tempesta causò la caduta dell’Impero romano o quantomeno ne fece precipitare le sorti in modo irreversibile. Valerio Massimo Manfredi