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 2005  aprile 28 Giovedì calendario


SCHELL Maria (Margarete Schell). Nata a Vienna (Austria) il 15 gennaio 1926, morta il 26 aprile 2005

SCHELL Maria (Margarete Schell). Nata a Vienna (Austria) il 15 gennaio 1926, morta il 26 aprile 2005. Attrice. «[...] nata [...] da uno scrittore svizzero e da un’attrice austriaca [...]. Sfortunata nella vita privata, nel 1991 tentò il suicidio con i barbiturici dopo la separazione dal secondo marito. Nel 1954 ottenne a Cannes il premio come migliore attrice protagonista per il suo ruolo nel film L’ultimo ponte di Helmut Kautner, mentre l’anno successivo fu premiata come migliore attrice alla Mostra del Cinema di Venezia per il film Gervaise di Rene Clement. Un altro ruolo che le diede fama fu quello di Natalia in Le notti bianche (1957) di Luchino Visconti. Lavorò anche a Hollywood tra l’altro in I fratelli Karamazov (1958) accanto a Yul Brinner. Suo fratello, l’attore Maximilian Shell, le dedicò un film nel 2002 dal titolo Mia sorella Maria, un commovente omaggio a metà tra documentario e fiction alla vita difficile dell’attrice, segnata da abuso di alcool e medicinali. Maria lo aveva definito ”un meraviglioso monumento”. Maria Schell non vive bene il successo, che l’opprime. Tornerà sugli schermi solo negli anni 70, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma ormai senza smalto, quando comparirà anche in Gigolò (1978) di David Hemmings e in Superman (1978) di R. Donner. Diventa così una specie di caratterista di poco rilievo che appare in La signora è di passaggio (1982) di Jacques Rouffio con protagonista, per l’ultima volta, prima di morire, Romy Schneider. Ma anche la Schell stava per uscire di scena, se la sua ultima apparizione è in 1919 di due anni dopo, firmato da Hugh Brody, sulla storia di due ex pazienti omosessuali di Freud e vittime del nazismo» (’la Repubblica” 28/4/2005). «[...] negli anni ’50 era stata un’attrice che aveva avuto un grande successo di pubblico e di critica, soprattutto dopo aver interpretato nel 1954 il personaggio di una dottoressa tedesca, fatta prigioniera dai partigiani jugoslavi durante la seconda guerra mondiale, nel bel film di Helmut Kautner L’ultimo ponte, che le valse il premio per la migliore attrice al festival di Cannes. Una recitazione, la sua, intensa e delicata, tutta costruita su piccoli gesti e sguardi attoniti, molto interiore, quasi sofferta. Come si vide anche in Gervaise di René Clément, basato sul romanzo di Zola, dove il suo personaggio di lavandaia oppressa nella Parigi di metà Ottocento fu premiato nel 1956 alla Mostra di Venezia. E poi, l’anno dopo, la delicata interpretazione di Natalia nelle Notti bianche, che Luchino Visconti aveva tratto da Dostojewski. Quasi un trittico di donne fragili, e tuttavia coraggiose, che la Schell seppe tratteggiare con grande stile, con una intensità rara. D’altronde era giunta al successo dopo una lunga carriera cinematografica ed anche teatrale, iniziata a sedici anni nel 1942 con un film girato in Svizzera. Figlia del poeta e commediografo Ferdinand Hermann Schell e dell’attrice Margarethe Noe, Maria era nata a Vienna nel 1926. Ma nel 1938 la famiglia dovette emigrare a causa del regime nazista. Dopo la fine della guerra prima in Inghilterra, poi in Germania, la Schell apparve in alcuni film senza raggiungere quel successo internazionale che le diedero L’ultimo ponte e gli altri film citati. Fu tuttavia, la sua, una stagione breve, che si concluse difatto nei primi anni ’60. Interpretò, fra l’altro, Una vita (1958) di Alexandre Astruc, da Maupassant, I Fratelli Karamazov (1958) di Richard Brooks, da Dostojevski, e un paio di western, L’albero degli impiccati (1958) di Delmer Daves e Cimarron (1961) di Anthony Mann. Ma non era più la stessa attrice. Come non lo sarà più in altri film in cui tratteggiò personaggi di secondo piano, marginali, inconsistenti, spesso scialbi. Nel 1982, nella miniserie televisiva Dentro il Terzo Reich, interpretò il personaggio della madre di Albert Speer» (Gianni Rondolino, ”La Stampa” 28/4/2005). «[...] Negli ultimi anni la sua vita era diventata un melò, l’attrice era piena di debiti fatti per spese necessarie e voluttuarie, gli ufficiali giudiziari bussavano alla sua porta non per intervistarla. La nota trafila delle nevrosi annunciate sotto i riflettori: le foto in cui non ci si riconosce più, il telefono che non squilla, alcol, psicofarmaci, un tentativo di suicidio dopo l’ultima delusione sentimentale con un pianista russo. Tentò qualche recupero, apparve di sfuggita in Superman, nell’ultimo film della Schneider, nel Gigolò con David Bowie, ma il finale di partita era segnato: l’ultimo omaggio fu un documentario su misura girato per lei dal fratello, che la volle accanto a sé anche nello spionistico Dossier Odessa di Neame.
Minuta, bionda, occhi luminosi sgranati sulle brutture del mondo, Maria Schell, che ha girato quasi 80 film, si diceva fosse specializzata nel passare senza soluzione di continuità, solo con l’accenno di un certo sorriso, dal pianto al riso e viceversa. Arte imparata in famiglia da piccola [...] ebbe una madre attrice, con cui da piccola recitò; e un padre ar tista. Come nelle migliori occasioni iniziò col teatro (la classica Casa di bambola di Ibsen e poi Dürrenmatt) ma la sua espressione malinconica e luminosa, quel contagio elettrico degli occhi azzurri, la imposero al cinema. Pur venendo dalle liete Alpi austriache, la Schell fu una Heidi infelice e visse un faticoso viale del tramonto. Pensare che negli anni ’50 la Schell era l’attrice (melo) drammatica più richiesta in Europa. Vinse, con due personaggi degni di pietas , una prestigiosa doppietta: la Palma a Cannes come l’eroica dottoressa che cura le ferite partigiane in L’ultimo ponte di Kautner, finendo sacrificata; e due anni dopo la Coppa Volpi a Venezia in Gervaise di Clément, nel ruolo della lavandaia zoppa e infelice, dal romanzo di Zola, fine ’800. Nel ’57 Luchino Visconti le offrì la gentil parte dostoevskjiana della sognatrice che ritrova alla fine il suo amore nelle Notti bianche, accanto a Mastroianni, bella coppia. Realismo, naturalismo, lirismo: l’attrice, brava fino al manierismo, pianse tutte le sue lacrime per la guerra, per mariti ubriaconi, per amori sfuggiti di mano. Sono i tre film chiave di una breve ma intensa carriera fatta di eroine umiliate e offese dalla vita. Unico miracolo nell’Albero degli impiccati di Delmer Daves, è la donna guarita dalla cecità, ma la carriera americana è veloce. Nei Fratelli Karamazov di Brooks è la bella e troppo amata Grushenka (parte offerta all’inizio alla Monroe), mentre si batte bene nello storico soap western di Mann Cimarron con Glenn Ford: le muore il marito anche stavolta ma almeno si trova il petrolio» (M. Po., ”Corriere della Sera” 28/4/2005).