Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2005  aprile 28 Giovedì calendario


ROA BASTOS Augusto. Nato ad Iturbe (Paraguay) il 13 giugno 1917, morto ad Asunción (Paraguay) il 26 aprile 2005

ROA BASTOS Augusto. Nato ad Iturbe (Paraguay) il 13 giugno 1917, morto ad Asunción (Paraguay) il 26 aprile 2005. Scrittore. «Il massimo scrittore paraguayano[...] vinse nel 1989 il Premio Cervantes, il più importante premio letterario della lingua spagnola, per il suo libro più noto, Io, il Supremo, edito anche in Italia. Più volte candidato al Nobel, [...] autore di Figlio di uomo [...]» (’Il Messaggero” 27/4/2005). «[...] fa [...] parte del boom latinoamericano, ma anche di quella schiera, non esigua, di scrittori impegnati a denunciare le immani tragedie provocate in America Latina dai regimi dei caudillos. E, naturalmente, va anche considerato quale massimo rappresentante letterario del suo paese [...] una persona appartata, dolce, dignitosa, meritevole di essere ascoltata. [...] una vita molto agitata: aveva partecipato, diciassettenne, alla guerra del Chacoi tra Paraguay e Bolivia, nel 1947 aveva abbandonato il Paraguay, vivendo esule in molti paesi, ma soprattutto in Argentina, negli anni in cui questa repubblica era ancora un rifugio per esuli di molte nazioni. Era poi passato a insegnare in Francia e in Germania. A quanto risulta, era tornato in patria al momento della caduta del dittatore paraguayano Stroessner nel 1989 ed era stato insignito in questa occasione della Medaglia dell’Ordine Nazionale al Merito. Dunque, un percorso strettamente condizionato dall’esistenza dei regimi dittatoriali dell’America Latina. E il regime dittatoriale forma, appunto, il tema del suo capolavoro, Yo, el Supremo, Io, il Supremo nella traduzione italiana della Feltrinelli del 1974 a cui seguì, due anni dopo, Figlio di uomo, scritto però nel 1960. In realtà, i due romanzi hanno molto in comune, perché già nel primo si avvertiva l’insistenza sulla complessa vicenda sudamericana, dal secolo scorso fino al 1936, vista attraverso gli occhi di un militare ribelle che tornava al villaggio nativo. Tanti spezzoni di incredibile tristezza e impotenza: rivolte contadine, guerriglia, persecuzioni dei poveri, morti anonime, prevaricazioni delle compagnie petrolifere, il tutto dominato dall’immagine del Crocefisso scolpito da un lebbroso, che introduceva il tema dell’uomo inchiodato al suo destino, destino che sarà, però, forse, un giorno riscattato. Io, il Supremo s’impernia invece sulla figura di José Gaspar de Francia il cui regime, durato dal 1814 al 1840, costituì un momento unico nella storia nazionale e continentale. Definì, infatti, il Paraguay nella sua indipendenza ma anche nella sua emarginazione, nell’auto sufficienza segregata di un territorio che corrispondeva al mondo immaginario del Supremo, appassionato cultore degli ideali illuministici. Tema del romanzo è dunque il recupero delle culture condannate al momento della Conquista e in particolare la struttura della narrazione indigena e la tonalità del guaraní e, mettendo in evidenza la formazione antropologica di Roa Bastos, può essere letto come la revisione della storia del Paraguay e degli uomini che l’hanno formata, insomma, come dichiarazione di orgoglio per il persistere di un mondo ancora vivo seppure assoggettato. Ma può anche essere letto in altri modi: oscillazione tra lo spazio consacrato dalla volontà e la maledizione di un despota illuminato, tra il potere della scrittura e la sopravvivenza dell’oralità. Domina comunque, in questo affascinante romanzo, il bisogno di studiare e riscrivere la storia anche attraverso la narrativa. Per questo, Io, il Supremo ancora oggi costituisce il vero testamento di Roa Bastos che, definendosi allora ”compilatore” e non autore né scrittore, in realtà sottolineava un modo di conoscenza che, pur esaltando l’oralità, si affermava attraverso l’indiscutibile forza della parola scritta» (Angela Bianchini, ”La Stampa” 28/4/2005).