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 2004  agosto 21 Sabato calendario


BOSCHINI Ettore

BOSCHINI Ettore. Belvedere di Roverbella (Mantova) 25 marzo 1928, Milano 19 agosto 2004. Frate • «Un’infinità di definizioni: il camilliano dei barboni, il prete degli ultimi, il frate della Stazione, la ”madre Teresa” di Milano... Per tutti comunque era fratel Ettore, fratel Ettore e basta. [...] Incontra i camilliani nel ’51, prende i voti due anni dopo, e l’indirizzo della sua vocazione si distingue sin dal principio: fino al ’75 si occupa dei malati dell’istituto San Camillo di Venezia. Ma è subito dopo, quando arriva a Milano, che intuisce il passo in più da compiere. [...] ”La mia è semplicemente una storia d’amore, un percorso scelto per me da Dio. Una mattina bussa da me un uomo, era malato, stanco, sporco. Chiedeva aiuto. Ho spogliato delicatamente il suo corpo coperto di piaghe, l’ho lavato e medicato. Quel giorno di tanti anni fa la mia scelta è diventata definitiva, non avrei aspettato che gli ultimi della terra arrivassero moribondi alla mia porta: sarei andato io a cercarli sui marciapiedi, nelle stazioni e nei sottoscala della città”. Detto fatto. La stazione Centrale diventa la sua meta di ogni sera, per distribuire cibo e tesserini per l’alloggio pubblico di viale Ortles a quelli che allora nessuno chiamava clochard ma, semplicemente, ”barbùn”. Nel Natale del ’77 si presenta loro con panettone, spumante, più un prete supplementare che dicesse una messa per tutti. Non ”invitava” a pregare, fratel Ettore. Lo ordinava: ”Pregate!”. In capo a qualche mese convince capostazione e ministero dei Trasporti ad affidargli i magazzini vuoti di via Sammartini: ci mette dentro centinaia di letti, una cucina, tavoli, docce, una lavatrice industriale, oltre naturalmente a un altare sullo sfondo. E quel posto, inaugurato il primo gennaio 1979, diventa la sua creatura-simbolo. Non era che la prima. Perché una tappa dopo l’altra, grazie ad una catena di solidarietà simile ai pani e pesci del miracolo, fratel Ettore non fa che moltiplicarsi. Una mattina arriva a Seveso col suo furgone, conficca una croce su un prato appena ”guarito” dalla diossina e dice ”qui costruirò Casa Betania per i poveri” [...] E poi arrivano i rifugi di Affori per le donne dell’Est, la casa di Novate per gli ex tossicomani, e poi altri istituti di accoglienza sempre più lontano, a Grottaferrata, a Chieti, nel 2000 uno a Bogotà. Da dove, due anni dopo, lancia un grido di solidarietà a Gino Strada che in quel periodo è in Afghanistan: ”Continua così, non mollare”. Finché diventa lui stesso, fratel Ettore, meta dei pellegrinaggi altrui, da Madre Teresa all’Abbé Pierre. Lui non si ferma, va in visita al Papa, torna in Stazione, poi corre fra i terremotati, e ritorna in Stazione. E la sua ”famiglia” cresce: le emergenze cambiano, dove prima bastava un pasto caldo adesso c’è da muoversi per trovare un permesso di soggiorno, scongiurare un’espulsione, cercare un lavoro... Molti di quelli che ricevono un aiuto, si fermano con lui: tra i suoi volontari di oggi non è difficile ritrovare tanti disperati di vent’anni fa. Non era uno che ”chiedeva”, fratel Ettore. Soldi meno che mai. La Provvidenza, come diceva lui, ci pensava da sola: si chiamasse Rotary o con qualunque altro nome. Le sue richieste avevano piuttosto un’altra forma. Come quando, qualche anno fa, fece irruzione ad un convegno sulla solidarietà milanese, pieno di nomi importanti, portandosi dietro un centinaio di ucraine: ”Se volete davvero far qualcosa di utile - gridò - ciascuno di voi ne assuma una come colf. Adesso!”» (Paolo Foschini, ”Corriere della Sera” 21/8/2004).