Marina Cepeda Fuentes, Il Giornale, 22/08/1997, 22 agosto 1997
La passione di Leonardo da Vinci per la cucina gli fu inculcata dal patrigno, che faceva il pasticcere
La passione di Leonardo da Vinci per la cucina gli fu inculcata dal patrigno, che faceva il pasticcere. A dieci anni Leonardo sapeva già preparare ottimi dolci, tra cui la pasta di marzapane che in seguito avrebbe spesso utilizzato per fare modellini delle sue invenzioni. Quando il padre naturale, il notaio Piero da Vinci, decise di mandarlo alla bottega del Verrocchio perché imparasse a dipingere, era un ragazzetto talmente grasso da meritare il nomignolo di ”crapulando” (mangione) con cui lo chiamavano i compagni apprendisti, tra i quali Sandro Botticelli. Ventenne, per mantenersi nella costosa Firenze, si fece assumere come cameriere nella taverna ”Le tre lumache”, vicino Ponte Vecchio: dopo un anno fu nominato capocuoco, il che l’obbligò lasciare la bottega del Verrocchio. Si dedicò completamente alla cucina, inventando pietanze da servire in porzioni minuscole e disposte artisticamente. Le innovazioni, però risultarono poco gradite agli avventori, per lo più manovali, tagliapietre e fabbri dall’appetito robusto che un giorno entrarono addirittura nelle cucine con l’intenzione di picchiarlo. Al che Leonardo decise di tornarsene a bottega (in quel periodo dipinse il quadro del ”Battesimo di Cristo”). Non rinunciò però alla cucina, tanto che nell’estate del 1478, insieme all’amico Sandro Botticelli, aprì l’osteria ”All’insegna delle tre ranocchie di Sandro e Leonardo”. I menu, scritti da Leonardo nella sua grafia da destra a sinistra, erano incomprensibili. Per facilitare la scelta, Botticelli pensò di mettere accanto alle scritte i disegni delle pietanze, rendendo i menu una sorta di rebus. Alcuni piatti: cuori di carciofi con acciughe e capretto bollito, zampe di ranocchie fritte disposte a croce su due foglie di "unghie di strega", rognoni d’agnello tagliati a fette e messi su rondelle di cetrioli e carote a forma di ruota di carro. Per mancanza di clienti chiusero dopo pochi mesi: Botticelli tornò dal Verrocchio, Leonardo si diede a suonare il liuto e a disegnare marchingegni che avrebbero dovuto migliorare la funzionalità delle cucine di corte. Tuttavia, deluso dall’accoglienza fredda riservatagli dai fiorentini, cercò fortuna altrove e nel 1482 inviò a Milano, a Ludovico il Moro, una lettera di presentazione: "Mio signore, non ho pari nella fabbricazione di ponti, fortificazioni e macchine da guerra; i miei dipinti e sculture possono paragonarsi vantaggiosamente a quelli di altri grandi artisti. Sono maestro nel raccontare indovinelli e nel fare nodi marinai e sono ineguagliabile nel preparare dolci e piatti prelibati". Ludovico lo mandò a chiamare e lo nominò "consigliere di fortificazioni e maestro di cerimonie e banchetti" alla corte degli Sforza. A Milano Leonardo potè godere di libertà e fiducia, tanto che il Moro acconsentì di ritirarsi nel palazzo di Vigevano fintantoché quello si occupava di render moderne le cucine del castello sforzesco: un enorme alambicco in metallo per avere sempre acqua bollente; un marchingegno per pulire i pavimenti consistente in due buoi che trainavano una specie di grande spazzolone; un tritacarne in cui andava messo un vitello intero (per azionarlo occorrevano dieci uomini); un dispositivo di pioggia fresca artificiale per spegnere il fuoco in caso d’incendio. Il giorno dell’inaugurazione, però, nelle cucine fu solo caos: l’arnese per la pioggia lasciava uscire acqua senza sosta e finì per allagare la stanza, i buoi che trainavano lo spazzolone se ne andavano in giro lasciando ovunque escrementi, cosicché "l’ometto che prima puliva doveva correre continuamente dietro con una scopa e una pala". Lo Sforza per allontanare Leonardo dalle cucine, lo fece chiamare dal priore del convento Santa Maria delle Grazie, che lo voleva per affrescare una parete del refettorio. L’artista immaginò allora ”L’ultima cena”, ma anche in questo caso fu ossessionato dallo studio delle pietanze che avrebbero dovuto riempire i piatti del convito narrato dai Vangeli. Sul finire dell’opera, il priore scrisse esausto a Ludovico: "Sono passati oltre due anni da quando mi avete inviato il maestro Leonardo e in tutto questo tempo io e i miei frati abbiamo patito la fame perché siamo costretti a consumare le orrende cose che lui stesso cucina e che vorrebbe affrescare sulla tavola del Signore e dei suoi apostoli". Quando l’artista morì, a 67 anni nel 1519, lasciò metà del suo patrimonio alla cuoca Battista, mentre alcune sue invenzioni per la cucina sono ancora in uso (il cavatappi, l’affettatrice per le uova sode, il trita aglio che i cuochi chiamano ”il Leonardo”).