Nicola Nosengo, Macchina del Tempo, marzo 2004 (n.3), 7 febbraio 2004
Chi sa guardare può trovare negli occhi molte indicazioni non solo sullo stato emotivo, ma anche sulle condizioni di salute di una persona
Chi sa guardare può trovare negli occhi molte indicazioni non solo sullo stato emotivo, ma anche sulle condizioni di salute di una persona. Una visita oftalmologica approfondita non consente solo di individuare e correggere i difetti della vista, ma spesso permette anche di diagnosticare patologie più o meno gravi che hanno origine in altri organi. Non stiamo parlando, meglio precisarlo subito, di iridologia, una pratica di medicina alternativa ideata alla fine dell’Ottocento dall’omeopata ungherese Ignace Von Peczely, e che ha ancora molti sostenitori, ma poche basi scientifiche. Se questa teoria, la quale vorrebbe che in ogni iride esista una rappresentazione topografica delle varie parti del corpo, è sempre stata rifiutata dalla medicina scientifica, che la considera insostenibile dal punto di vista fisiologico, è però sicuramente vero che molte patologie hanno effetti rilevanti sulla struttura e sulla funzionalità dell’occhio; e che un oftalmologo può a volte vederne i segni prima degli altri specialisti. L’occhio è un organo dalla struttura molto complessa, strettamente legato al sistema nervoso, percorso da molti vasi sanguigni e regolato da un delicato equilibrio fisiologico. Quindi il suo stato di salute può mettere in evidenza malattie, anche originate in organi distanti, che alterano parametri fisiologici fondamentali. Ci sono per esempio alcuni tumori i cui primi sintomi possono localizzarsi proprio nell’occhio. Diverse forme di leucemia, un tumore che provoca una moltiplicazione irregolare e incontrollata delle cellule del sangue, possono causare piccole emorragie nella regione della retina, dove si trovano vasi sanguigni molto fragili e immediatamente visibili con un esame del fondo dell’occhio. «Quando un oftalmologo rileva questo tipo di problema, in assenza di altre spiegazioni possibili, ordina un esame per escludere o diagnosticare una leucemia in fase iniziale» spiega Umberto Merlin, libero docente di ottica fisiopatologica e presidente della Società oftalmologica italiana. Allo stesso modo, a un paziente che accusi forti e frequenti mal di testa viene spesso eseguito un esame del fondo dell’occhio, e in particolare del punto di entrata del nervo ottico, detto papilla ottica: se infatti questa appare dilatata, può essere il segno della presenza di un tumore al cervello che schiaccia il nervo ottico, o comunque che aumenta la pressione all’interno del cranio trasmettendola fino alla papilla ottica. Anche la sclerosi delle arterie, una delle più diffuse patologie tipiche dell’invecchiamento, può essere rilevata con relativa facilità durante una accurata visita oculistica. «La tecnica diagnostica consiste nel proiettare una luce sulle arterie che corrono sul fondo dell’occhio e analizzare la luce che viene riflessa» spiega ancora Merlin. «Infatti, a seconda del grado di indurimento, l’arteria riflette la luce in modo diverso». L’oftalmologo potrà quindi ordinare altri esami specifici, per stabilire l’entità del problema e intervenire prima che inizino a formarsi trombi (ovvero dei punti in cui l’arteria indurita schiaccia una vena, più morbida, impedendo così il normale riflusso del sangue). Ma la patologia con gli effetti più evidenti e caratteristici per l’oftalmologo è il diabete. Questa malattia del metabolismo è legata all’incapacità dell’organismo di utilizzare gli zuccheri in maniera corretta, e provoca alte concentrazioni di glucosio nel sangue. Il glucosio in eccesso danneggia i vasi sanguigni di tutto l’organismo, ma in particolare provoca occlusioni in quelli di diametro più piccolo, come appunto quelli della retina. La retinopatia diabetica si manifesta prima di tutto con un rigonfiamento della retina, e nei casi più gravi l’occhio tenta di compensare lo scarso afflusso di sangue creando nuovi vasi: è la retinopatia proliferante. Il problema è che questi nuovi vasi sono anomali: crescono in modo disordinato sulla superficie della retina, hanno una parete molto fragile e sanguinano facilmente, dando luogo a emorragie e portando alla formazione di tessuto cicatriziale, cioè di una cicatrice. Questa, contraendosi progressivamente, può provocare il distacco della retina. «In certi casi, se è troppo tardi per correggere con la dieta gli effetti del diabete, occorre procedere a una terapia chirurgica, utilizzando il laser per distruggere le aree dove i vasi sanguigni sono occlusi, o addirittura asportando l’intero corpo vitreo, la parte di occhio che si trova tra il cristallino e la retina» spiega Merlin. La lista delle malattie che si possono leggere negli occhi non finisce qui. «Diversi disturbi renali, che hanno come effetto l’ipertensione arteriosa, possono causare un problema della retina chiamato retinite ipertensiva» prosegue Merlin. Anche l’epatite provoca effetti molto riconoscibili sull’occhio, ovvero l’itterizia: a causa dell’accumulazione nel sangue di un pigmento, la bilirubina, la parte dell’occhio che normalmente appare bianca acquista un caratteristico colore giallo. C’è poi la sclerosi multipla, una gravissima malattia del sistema nervoso causata dalla distruzione progressiva della guaina che isola le fibre nervose. In alcuni casi, quando è interessato il nervo ottico o le vie nervose che controllano i movimenti oculari, la fase iniziale della malattia è caratterizzata proprio da una brusca perdita della vista, associata a dolore localizzato nell’orbita. Infine, le malattie della tiroide: questa ghiandola, posta nella regione anteriore del collo e responsabile della produzione di ormoni fondamentali per il metabolismo, l’accrescimento del corpo e il sistema nervoso, può talvolta lavorare in eccesso (ipertiroidismo) o troppo poco (ipotiroidismo). In entrambi i casi, si può verificare un disturbo detto orbitopatia tiroidea, che colpisce tutti i tessuti dell’occhio: si va da anomalie molto lievi che possono essere rilevate solo mediante un attento esame clinico, fino a condizioni drammatiche, che impediscono i normali movimenti oculari e provocano gravi disturbi della funzione visiva. Tipico segno della malattia, in quasi tutti i pazienti, sono gli occhi sporgenti e le palpebre retratte. Naturalmente, un esame dell’occhio può rivelare anche diversi disturbi «autoctoni», che non sempre hanno come sintomo un immediato abbassamento della vista. Come spiega ancora Merlin, le patologie che colpiscono l’occhio sono legate soprattutto alle sue fasi di crescita, che determinano quindi alcuni momenti critici. Il primo è entro sei mesi dalla nascita, quando anche un neonato i cui occhi in apparenza funzionano perfettamente dovrebbe essere sottoposto a una visita: a volte i «begli occhi grandi» tanto ammirati dai genitori possono nascondere una eccessiva pressione interna dell’occhio, che fa ingrandire la cornea. Ma un esame è importante anche per individuare in tempo eventuali malattie ereditarie, e soprattutto il retinoblastoma: si tratta di un tumore, non sempre di natura ereditaria, che colpisce la retina e che si manifesta tipicamente con un riflesso biancastro sulla pupilla o, più raramente, con uno strabismo. «Poi si può stare tranquilli fino all’età dello sviluppo» dice Merlin. «A quel punto, tutte le parti del corpo si ingrandiscono, si allunga anche l’occhio e può comparire la miopia». Ma in questo caso i ragazzi se ne accorgono abbastanza facilmente, perché l’abbassamento della vista è molto sensibile. Altro momento critico è verso i 17/18 anni, quando può insorgere il cheratocono, una patologia, infrequente ma non rarissima, legata a una debolezza strutturale della cornea. Si manifesta tipicamente in un solo occhio e compare anche nell’altro dopo circa 2-5 anni. Per individuarlo si studia la superficie della cornea con un esame detto «topografia corneale»: lo strumento proietta una serie di anelli luminosi ed elabora l’immagine riflessa dalla cornea, creando una stampa in diversi colori per identificare le pendenze sulla sua superficie. Il cheratocono può portare gravi distorsioni visive, e nel 10-20 per cento dei casi richiede un trapianto di cornea. Al posto del trapianto, tra qualche anno potrebbero essere disponibili chip elettronici che aiutano l’occhio a raccogliere e interpretare gli stimoli luminosi, magari derivati dai prototipi in corso di sviluppo presso i laboratori americani della Nasa. Superata l’età dello sviluppo, un altro passaggio critico è intorno ai 40 anni, quando è bene iniziare a controllare la pressione dell’occhio perché possono insorgere glaucomi. Il glaucoma è un aumento della pressione interna all’occhio che danneggia il nervo ottico, e che può portare alla cecità. Ne esistono due forme: il glaucoma acuto ad angolo chiuso, in cui è la retina a ostacolare il deflusso dell’umore acqueo, e quello cronico ad angolo aperto, in cui diversi fattori fanno aumentare progressivamente la pressione all’interno dell’occhio. Mentre il glaucoma del primo tipo ha un decorso rapido e improvviso, quello ad angolo aperto, più frequente, non provoca disturbi visivi per molto tempo, e può essere individuato solo con un esame della pressione interna dell’occhio (che è definito tonometria) e della papilla ottica. Infine, tra i 55 e i 60 anni può comparire la degenerazione maculare senile, che colpisce la regione al centro della retina, detta appunto macula, che controlla la capacità di discriminazione fine: quella che permette di riconoscere gli oggetti e i colori, di leggere e di scrivere. I primi sintomi sulla visione sono la distorsione delle immagini, per cui gli oggetti appaiono deformati e rimpiccioliti, e, se viene interessata la parte centrale della macula (fovea), la comparsa di una macchia di «non visione» centrale. Ma per individuare la malattia, prima che danneggi la capacità visiva, gli oftalmologi usano la fluoroangiografia. In questo esame il medico inietta un colorante in una vena del braccio e poi esegue una serie di fotografie della retina e della macula; il colorante aiuta a evidenziare le anormalità dei vasi e quindi a programmare un eventuale trattamento, che può comprendere una dieta appositamente studiata, farmaci vasodilatatori o un intervento laser. Insomma, non sono solo i miopi e i presbiti ad avere bisogno dell’oculista. Anche per chi può vantare ”dieci decimi” di vista, vale davvero la pena di fare un esame approfondito ogni tanto: qualche volta, può addirittura salvare la vita. Nicola Nosengo