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 2003  maggio 11 Domenica calendario

Guglielmo Giannini, commediografo e cineasta nato a Pozzuoli nel 1891, fondò nel 1944 il settimanale satirico ”Uomo Qualunque” e, visto il grande successo, diede vita all’Uq, il partito qualunquista

Guglielmo Giannini, commediografo e cineasta nato a Pozzuoli nel 1891, fondò nel 1944 il settimanale satirico ”Uomo Qualunque” e, visto il grande successo, diede vita all’Uq, il partito qualunquista. Alle elezioni della Costituente, nel 1946, l’Uq conquistò il 5,3 per cento dei voti e 30 seggi. Nelle successive elezioni amministrative ottenne un vero trionfo sottraendo voti alla Democrazia cristiana, accusata di essere troppo legata ai comunisti. De Gasperi estromise comuisti e socialisti dal Governo e l’Uq declinò. Alle elezioni del 1948 l’Uq e i liberali, uniti insieme, raccolsero soltanto il 3,8 per cento e 19 seggi. Giannini intendeva difendere la gente qualunque dalle sopraffazioni dei partiti e il termine ”qualunquisti” viene usato da allora per definire coloro i quali dimostrano un atteggiament di indifferenza o sfiducia nei confronti delle ideologie politiche. All’origine del qualunquismo si colloca un testo che Giannini pubblicò nel 1945 e che l’editore Rubbettino ripubblica oggi in versione parzialmente ridotta, con due introduzioni di Giovanni Orsina e Valerio Zanone, più una postfazione di Sandro Setta che, fin da 1975, dedicò un volume al fenomeno Uq. La Folla, questo il titolo del libro di Giannini, fu scritto sull’onda di un esasperato risentimento antimussoliniano e antipolitico, derivante dalla sofferenza provata da Giannini per aver perso in guerra in figlio Mario, non ancora ventiduenne. La causa della rovina italiana, a suo giudizio, era dipesa dal fatto che ai cattolici e ai socialisti, dopo le elezioni del 1921, era mancato il coraggio di formare insieme un governo. Si erano fatti travolgere dai pochi deputati di Mussolini, così che ”l’Italia pagò con ventidue anni di schiavitù, con la doppia invasione, con la quasi totale distruzione l’errore di quelle elezioni”. Secondo Giannini bisognava abolire gli ”upp” (uomini politici professionali) e dichiarare reato il professionismo politico. Per controllare gli amministratori degli Stati moderni gli sembrava sufficiente estrarre a sorte un migliaio di persone in seno ad alcune categorie di cittadini muniti di un titolo di studio, rinnovando le cariche frequentemente. Burocrati e magistrati dovevano essere esclusi dal sorteggio, altrimenti sarebbero diventati controllori di loro stessi. Il fondatore dell’Uq si richiamava a Solone che nella antica Atene aveva già escogitato l’estrazione a sorte di senatori e giudici. Ma probabilmente ignorava che perfino Lenin, in Stato e rivoluzione, aveva invocato ”la cessazione dello Stato politico” dato che nei tempi moderni – così Lenin diceva – le funzioni di governo si erano talmente semplificate da poter essere affidate a chiunque sapesse ”leggere, scrivere e fare le quattro operazioni”. Dunque anche a una cuoca che avesse frequentato la quinta elementare. Si trattava di idee un po’ semplicisiche ma in Giannini, a differenza che in Lenin,assumevano una connotazione individualistica e liberale. Come spiega Orsina nell’introduzione al libro, Giannini era risolutamente contrario ai progetti ”giacobini” dei partiti politici, volti ad ammaaestrare il popolo: il qualunquismo esprimeva invece ”la crisi di rigetto di una socità civile esposta a un eccesso di politica (...) e in questo senso era un fenomeno liberale”. Anche Zanone, benché più critico, finisce per ammettere che l’inclinazione anarcoide del leader qualunquista fu piuttosto vicina al liberalismo. Sarà bene precisare, a tale proposito, che Giannini, nel libro, spinse così avanti il suo anarchismo, da arrivare a contestare il ”mito” della patria, ”inventato daiCapi per costringere le Folle a batersi per essi”. I capi – scrisse Giannini – parlano di patria immortale: ”Non c’è niente di più falso e, se qualcosa è mortale sulla terra, l’idea della patria è la più mortale di tutte”.