(Giorgio Montefoschi, ཿCorriere della Sera 19/2/2004), 19 febbraio 2004
La poetessa russa Marina Cvetáeva, vita sottile, pelle olivastra, occhi verdi e capelli castani, attratta da piante selvatiche e alberi almeno quanto mal sopportava i fiori recisi
La poetessa russa Marina Cvetáeva, vita sottile, pelle olivastra, occhi verdi e capelli castani, attratta da piante selvatiche e alberi almeno quanto mal sopportava i fiori recisi. Oltre al marito Sergej Efrón, «straordinariamente bello e nobile», amò individui mai conosciuti personalmente, dei quali molti poeti. Mai vide il volto di Rilke, cui scriveva: «Reiner si fa sera, ti amo. Ulula un treno. I treni sono lupi, i lupi sono la Russia. Non un treno, la Russia intera sta ululando verso di te». Così a Steiger, giovane poeta morente: «Sappiate allora che la posta di ogni mio gioco sono sempre stata io stessa: fino all’immortalità della mia anima. E ho perso sempre io». A Pasternak spiegava: «Il rapporto che io preferisco è ultraterreno. Il sogno. Il secondo, la corrispondenza. Non amo gli incontri della vita: si sbatte la fronte. L’incontro dev’essere un arco: al di sopra».