varie, 18 febbraio 2004
CANALI
CANALI Guido Parma 24 ottobre 1934. Architetto • «Non è un architetto superstar. Eppure Guido Canali rappresenta un modello. Quello del progettista di due delle mostre- evento degli ultimi anni: Il Parmigianino e il manierismo europeo alla Galleria nazionale di Parma [...] e Duccio, alle origini della pittura senese nel Museo di Santa Maria della Scala di Siena [...] Uomo di grandi mostre, dunque. Ma non solo. Canali è anche il progettista ufficiale degli stabilimenti Prada e ha disegnato una lunga serie di insediamenti abitativi o industriali assai radicati nel ”suo” territorio, come l’Insula di Noceto (ispirata alla urbs romana) o come la sede del Consorzio del Parmigiano di Reggio Emilia. Attualmente il suo studio (trenta persone divise tra Parma, Siena e Monaco) è impegnato nella realizzazione della nuova Hypo Vereinsbank di Monaco e nel restauro delle Aranciaie del Giardino Ducale di Parma. E sempre a Canali si devono le residenze per duemila abitanti che saranno ospitate nell’area del Portello di Milano e il nuovo Collegio Carlo Alberto a Moncalieri. Oltre a uno dei più importanti lavori di recupero in corso nel nostro Paese, quello sull’Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena [...] Schivo e riservato (l’unica monografia esistente è quella pubblicata dalla rivista ”Abitare” nel dicembre 2003) e molto legato alla sua città, [...] Canali sembra l’opposto dell’architetto-divo ”tipo Philip Starck”. Incarnando, in un’epoca di ”grandi gesti”, l’ideale di ”un architetto-artigiano” contrassegnato dal rigore e dall’understatement. Rigore e understatement che si ritrovano nel suo studio: una sequenza di vecchi spazi, in un palazzo d’epoca senza stucchi né fregi, con le pareti coperte di modellini in legno, di disegni e di quelle riproduzioni d’opere d’arte (dalla Città ideale della Scuola di Piero della Francesca ai dipinti di Guido Carmignani alle statue di Jean Baptiste Boudard) che, secondo Canali, ”rappresentano le mie idee molto meglio di un mio disegno”. [...] Come si costruisce oggi una grande mostra? ”Innanzitutto con il rispetto, per le opere ma anche per il visitatore. Certo ci vuole la tecnica, ma per fare una bella mostra la tecnica non può bastare. C’è bisogno, appunto, di rispetto: è il rispetto che fa in modo che un architetto progetti un percorso espositivo che evita al visitatore di accalcarsi davanti a un quadro o a una statua e che non lo costringe a cambiarsi gli occhiali perché la didascalia è troppo piccola. Ed è sempre lo stesso rispetto che deve assicurare a una Madonna del Parmigianino o a una Maestà di Duccio, quello spazio vitale che li può valorizzare al meglio: oramai, lo stereotipo della quadreria ottocentesca, zeppa di capolavori affastellati, non ha più né senso né futuro”. In che modo si può tradurre il rispetto in un allestimento o in un museo? ”Mettendosi dalla parte del visitatore. Non è facile ma bisogna provarci, anche sbagliando. Per il Parmigianino, ad esempio, avevo pensato a didascalie messe a fianco delle opere ma poi ho visto che non era la soluzione migliore. E così, per Siena, sono nate didascalie a caratteri più grandi, collocate in alto”. Eppure può capitare ancora di trovarsi ingorgati nella sala di un museo... ”E’ colpa di quegli architetti che progettano solo per se stessi: i loro progetti sono veri e propri soliloqui, astrusi esercizi di stile per farsi notare. Io detesto questi ”grandi gesti’ perché dimenticano le esigenze di chi vive e utilizza gli spazi. L’architetto non si può mai permettere esuberanze: deve essere sempre rigoroso, di un rigore quasi etico. E se io posso apprezzare certi lavori di Gehry o di Nouvel, non ne condivido la poetica. Per me è molto meglio lavorare sul recupero di una periferia nel suo insieme, che realizzare un edificio bello e incredibile in un deserto urbano”. Piano dice che il futuro delle città è nel recupero delle aree degradate. ”Vero. Ma in Italia non è così facile realizzare questo recupero. Ci sono troppi ostacoli, a cominciare dai poteri che si sovrappongono o dalle difficoltà nel reperire finanziamenti. Ma, quando si vuole, si può trovare una via d’uscita. E’ successo a Siena, dove il comune ha emesso dei buoni per finanziare in modo autonomo il recupero di Santa Maria della Scala. O a Parma dove l’amministrazione ha creduto fin dall’inizio nel progetto per l’area del Parco Ducale ma anche nella realizzazione della nuova metropolitana”. [...] Quali sono stati i suoi maestri? ”Potrei dire Le Corbusier e Carlo Scarpa. Ma imparare non è così semplice perché gli insegnamenti sono utili solo quando vengono metabolizzati, quando diventano davvero ”patrimonio personale’ dell’architetto. Altrimenti rimangono pure e semplici astrazioni. Forse anche per colpa di queste astrazioni, la professione d’architetto si sta sempre più svilendo [...] C’è, innanzitutto, un problema di fondo: l’architettura si capisce tardi. Spesso ci si iscrive alla facoltà di architettura solo perché si ama il disegno oppure la pittura. E’ successo anche a me. La passione arriva dopo, quando si scopre quella dimensione artigianale che c’era già in Le Corbusier o in Borromini: grandi architetti ma anche grandi artigiani che avevano iniziato a lavorare a quindici anni. Per me, il cattivo architetto è quello che non è un artigiano [...] L’architetto-divo rappresenta la negazione stessa di quella dimensione artigianale e ludica della professione. Oggi, però, sono sempre meno gli architetti che lavorano divertendosi. Sempre più, invece, quelli che sono manager di se stessi, costantemente impegnati nell’autopromozione. E che conoscono assai poco la parola rigore”» (Stefano Bucci, ”Corriere della Sera” 17/2/2004).