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 2004  febbraio 14 Sabato calendario

Egitto, Valle dei Re, sotto un sole accecante un uomo gigantesco è davanti a una porta sigillata da millenni

Egitto, Valle dei Re, sotto un sole accecante un uomo gigantesco è davanti a una porta sigillata da millenni. Si guarda attorno, vede in terra un tronco di palma, lo impugna a mo’ d’ariete e con un colpo prodigioso sfonda la porta. Si apre ai suoi occhi la tomba del faraone Sethi I, padre del grande Ramses. Non è una scena del quarto episodio di Indiana Jones, ma potrebbe esserlo. Il gigante semianalfabeta è un archeologo: si chiamava Giovanni Battista Belzoni. Nato a Padova nel 1778, Belzoni era alto due metri e dieci, capelli rossi, e sapeva a mala pena leggere e scrivere. A Padova faceva il barbiere nella bottega del padre. Della sua vita si sa pochissimo, forse entrò in seminario, forse nell’esercito prussiano; fece l’acrobata in un circo inglese, dove si esibì sulla pista portando fino a dodici persone sulle spalle. A trentanove anni arrivò in Egitto. Nel 1818 trovò l’ingresso segreto della piramide di Cheope, la seconda di Giza per grandezza. Nella Valle dei Re scoprì la tomba di Sethi sfondando l’entrata come abbiamo raccontato. Morì di dissenteria in Nigeria a quarantacinque anni mentre cercava la favoleggiata città di Timbuctu. Non c’è nulla di più lontano oggi dal mestiere dell’archeologo di Giovanni Belzoni, eppure l’archeologia, quando era materia per avventurieri, ebbe in gente come lui i propri padri fondatori. Padri un po’ rozzi, forse, e di cui oggi ci si vergogna un po’, ma furono loro, guidati da passione e ingordigia, a scoprire i primi segreti del passato. La loro fu un’epoca di pionieri, poi la loro funzione finì, per dare spazio alla scienza. Le loro storie, legate a quelle delle loro scoperte, aggiungono leggenda a leggenda. Alla metà dell’Ottocento, le notizie che arrivavano da luoghi esotici e lontani accesero la fantasia di studiosi e avventurieri del Vecchio mondo. Nasceva l’Archeologia, ovvero la scienza che andava alla ricerca dell’antico. Uomini straordinari, tra indicibili disagi e piccole bassezze stavano riportando alla luce luoghi che sembravano esistere solo nelle favole. Heinrich Schliemann era un uomo che credeva alle favole. E la sua vita fu una specie di favola. Nato povero, e cresciuto con il mito dei luoghi omerici, diventò miliardario grazie al commercio dell’indaco. A quarant’anni liquidò i suoi affari e partì per la Grecia. In sei settimane imparò il greco moderno, in quattro mesi quello antico. E si imbarcò su un vapore per la Turchia, alla ricerca della città di Troia. Molti risero di quel ricco eccentrico infatuato delle parole di Omero che, coperto di sudore, scavava ostinato con un manipolo di operai alla ricerca di tesori impossibili. Ma il riso lasciò spazio all’ammirazione quando, nel 1871, trovò per davvero le mura di Troia, in un luogo in cui quasi nessuno pensava potessero essere, la piana di Hissarlik, basandosi solo sulle parole di Omero. Fortuna? Genio? Ancora oggi il dibattito è aperto, ma Schliemann dimostrò che non c’è nulla che un uomo non possa fare usando l’immaginazione. Trent’anni prima, John Lloyd Stephens, un avvocato newyorkese appassionato di archeologia, si imbarcò con l’amico pittore Frederick Catherwood per l’America centrale. I due erano spinti da un gusto comune per l’avventura, e dal desiderio di riscoprire i resti della civiltà Maya, inghiottita dall’ingordigia dei Conquistadores spagnoli. La loro meta era la città perduta di Copán, che era stata un centro importante nella cultura Maya ai tempi di Colombo, prima di scomparire nel nulla. Dalle memorie di Stephens, che si leggono come un romanzo, scopriamo la storia di un viaggio terribile. Al confine tra l’Honduras e il Guatemala furono presi prigionieri da una banda di guerriglieri ubriachi. Incerti tra la vita e la morte i due decisero di rischiare il tutto per tutto. Stephens si alzò in piedi dissimulando il terrore e minacciò a gran voce terribili ritorsioni. Il bluff riuscì, e i guerriglieri li lasciarono andare. Spauriti e febbricitanti per gli sciami di zanzare che popolavano il luogo, decisero comunque di proseguire il viaggio. Affrontarono serpenti velenosi, caldo torrido, clima malsano, avanzando per pochi metri al giorno nel fitto della jungla. Quando però stavano per disperare finalmente le fronde si aprirono su un muro. Era Copán, l’avevano trovata. Quella di Stephens e Catherwood, autore dei disegni che rivelarono la città al modo, fu una scoperta sensazionale. Ma Stephens dovette conquistarsela con le unghie, offrendosi addirittura di comprare quelle rovine al riottoso capo della comunità indigena. Dopo una trattativa drammatica ed esilarante, Stephens comprò Copán pagandola cinquanta dollari. E fu un ottimo affare. Sempre in America latina, ma nello Yucatan, nel 1904 Edward Thompson era arrivato a Chichén Itzá seguendo le parole di una cronaca di Diego de Landa, un vescovo che, nel 1566, aveva riportato il più grande mistero della città Maya: il Cenote, il pozzo sacro. Nel sacro Cenote di Chichén Itzá, si gettavano le vittime dei sacrifici umani, con ricchi doni, oro e gioielli. Il problema era: come frugare in quel pozzo? La decisione di Thompson fu una via di mezzo tra il coraggio e la follia: l’immersione! La mota era profonda 25 metri, per giorni Thompson tirò su solo fango, foglie e scheletri di animali. Finché un giorno trovò due zolle resinose. Le annusò e arrivò persino ad assaggiarle. Poi le avvicinò al fuoco e un dolce profumo si sparse tutto intorno: era l’incenso dei Maya, quello che bruciavano durante i sacrifici. Era la prova che Thompson cercava. Dal Cenote vennero fuori utensili, gioielli, coltelli di ossidiana e coppe di giada. E infine il primo scheletro di fanciulla. Cosa aveva da invidiare a Indiana Jones? Egitto, Valle dei Re, 1922, Edward Carter scoprì la tomba di Tutankhamon. Era la prima volta che la tomba di un faraone veniva trovata intatta. Fu una scoperta avvolta da un alone di leggenda. Lord Carnavon, il mecenate che finanziò gli scavi, ricordò d’aver visto le mani di Carter tremare mentre aprivano la porta della tomba sigillata. Dapprima non vide nulla. Spingendo avanti una candela, Carter introdusse la testa nell’apertura. Come da sotto un velo emersero oggetti favolosi: forzieri, vasi di alabastro, carri in sosta in attesa dei cavalli. L’impresa durò dieci anni, trascorsi raccogliendo, conservando e catalogando i reperti. Un decennio di duro lavoro, di caldo soffocante, di intensa fatica e di scoperte entusiasmanti. Nel 1932, dopo quarant’anni di attività in Egitto, Carter fece ritorno a Londra; il 2 marzo 1939 morì, lasciando dietro a sé le spoglie intatte del faraone diventato più famoso di tutti i tempi e un mistero che accese la fantasia degli uomini del suo tempo: quello della maledizione del faraone. Molti degli uomini che entrarono nella tomba reale, infatti, morirono nei mesi successivi. Le ragioni erano tutt’altro che misteriose, ma una maledizione vecchia di migliaia di anni faceva gola agli scrittori d’appendice. Fatto sta che, anche questo servì a calamitare l’interesse del mondo sull’Egitto e i suoi tesori. E la presunta maledizione si trasformò in una benedizione per gli egittologi di tutto il mondo. Alla luce di queste storie può stupire che la premiata ditta Lucas e Spielberg abbia scelto un archeologo d’inizio Novecento per creare un eroe di film d’avventura? Alessandro Casale