Nicola Nosengo, Macchina del Tempo, gennaio-febbraio 2004 (n.1-2), 14 febbraio 2004
Mantelli che rendono invisibile chi li indossa, cani a tre teste, bacchette magiche e gelatine che possono assumere qualunque gusto: se siete lettori o spettatori appassionati della saga di Harry Potter, avete probabilmente riconosciuto l’armamentario del piccolo mago creato dalla penna di J
Mantelli che rendono invisibile chi li indossa, cani a tre teste, bacchette magiche e gelatine che possono assumere qualunque gusto: se siete lettori o spettatori appassionati della saga di Harry Potter, avete probabilmente riconosciuto l’armamentario del piccolo mago creato dalla penna di J.K. Rowling. Ma siamo poi così sicuri che le stesse cose, o almeno qualcosa di molto simile, non potrebbero trovarsi in qualche centro di ricerca o laboratorio scientifico? Partendo da questa domanda, Roger Highfield, redattore scientifico del quotidiano britannico ”Daily Telegraph”, ha scritto ”La scienza di Harry Potter. Come funziona veramente la magia”: un divertente libro che passa in rassegna prodigi, oggetti e strane creature descritte nei libri della Rowling chiedendosi di volta in volta se non possano avere un spiegazione scientifica anziché magica. «Volevo ribaltare il classico percorso della divulgazione scientifica», spiega lo stesso Highfield, «anziché cercare di rendere accessibili gli argomenti scientifici, sono partito da qualcosa che era già molto popolare e ho cercato di costruirci attorno la scienza, e dare un’idea di quali siano le attuali frontiere della ricerca». L’idea a quanto pare è piaciuta, e non solo ai lettori abituali di Harry Potter. Negli Stati Uniti c’è addirittura un docente universitario che ha inaugurato quest’anno un corso ispirato proprio al libro di Highfield. Il professor George Plitnik, docente di fisica al college di Frostburg, nel Maryland, tiene le sue lezioni vestito come Albus Silente, il preside di Hogwarts (la scuola di magia frequentata da Harry), con un lungo mantello e un cappello a punta tempestato di stelle. E usa ”La scienza di Harry Potter” come libro di testo. Highfield comincia il suo viaggio nella scienza di Harry Potter dal volo a cavallo della scopa, da sempre il mezzo di trasporto più utilizzato in tutti i racconti di maghi e streghe. Una scopa non ha le ali e non assomiglia a nessun mezzo di trasporto aereo attualmente in uso, quindi spiegare come possa volare non è facile. Una possibilità è un razzo, che però la renderebbe ingovernabile e poco sicura. Rimane allora il magnetismo. Come tutti sappiamo, se si avvicinano i poli nord di due magneti essi si respingono: e questa forza può essere usata per contrastare la gravità, come mostra efficacemente un giocattolo, chiamato Levitron, costituito da una parte superiore magnetica rotante che può sollevarsi fino a otto centimetri sopra una base con carica magnetica. Qualcuno, ci dice Highfield, ha già provato a usare un principio simile per fare levitare esseri viventi. Andrey Geim di Nimega, in Olanda, sarebbe infatti riuscito a sollevare una rana e mantenerla sospesa a mezz’aria con la forza del magnetismo. L’idea è che un campo magnetico d’intensità sufficiente può arrivare a deformare le orbite degli elettroni degli atomi che compongono il corpo della rana. Essi danno origine a una leggera corrente elettrica netta che, come un elettromagnete, genera un campo magnetico, in opposizione al primo. La rana quindi si solleva, e lo stesso, ipotizza Highfield, potrebbe capitare a qualcuno a cavallo di una scopa. E, a quanto riporta Highfield, le rane dopo l’esperienza di levitazione, hanno continuato a godere di ottima salute. Un altro mezzo di trasporto utilizzato nel mondo di Harry è ancora più efficiente: la Passaporta, un oggetto che consente di sparire da un luogo e ricomparire da un altro, una variante del teletrasporto, reso famoso dalla serie tv «Star Trek». Qui Highfield ha buon gioco nel proporre riferimenti scientifici, perché di teletrasporto si parla da qualche anno in diversi laboratori di fisica sperimentale: sebbene non di trasporto di materia, ma solo d’informazione. Il teletrasporto vero si basa sul fatto che due particelle che ”nascono” insieme continuano a ”sentirsi” fra loro, anche a distanza di tempo e dopo essersi separate: se viene modificata una proprietà di una particella, la stessa caratteristica cambia anche nell’altra. La forma classica dell’esperimento è questa: viene emessa una coppia di particelle, per esempio fotoni, di cui uno viene inviato al punto A e uno al punto B. Se nel punto A si effettua una misurazione sulla particella, per un principio della fisica (detto d’indeterminazione), le proprietà del fotone vengono modificate dall’atto stesso dell’osservazione: quindi, anche l’altro fotone, quello arrivato al punto B, che è ”in simbiosi” con il primo, subirà nel medesimo istante la stessa modificazione. Ma come si vede non c’è materia che scompare da un luogo e ricompare in un altro. A essere ”teletrasportata” è solo informazione sulla materia. Non a caso, gli scienziati sperano di usare il teletrasporto per costruire super-computer. Qualche chance in più, anche se lontana, potrebbe averla il Cappello Parlante, quello che a Hogwarts legge i pensieri degli allievi. Highfield cita il MEG, o magneto-encefalogramma, che, a differenza del più noto elettroencefalogramma, può localizzare da quale zona del cervello proviene l’attività elettrica. Se riuscissimo a definire un ”atlante” delle zone del cervello e delle loro funzioni, un cappello dotato di questo tipo di sensori potrebbe almeno capire l’argomento dei pensieri di chi lo indossa, ci dice Highfield. Come ogni mago degno di questo nome, Harry può rendersi invisibile agli altri, grazie al Mantello dell’Invisibilità. Se nessuno di noi dispone di un simile mantello, diverse specie animali ci vanno molto vicine. Veri maestri dell’invisibilità sono i cefalopodi, come i calamari, dotati di strati di cellule in grado di cambiare colore, riflettendo la luce. Highfield racconta di ricerche in corso all’Università di Bath per creare un materiale gelatinoso che riproduca il comportamento delle cellule dei cefalopodi: l’idea è di utilizzarle per creare teli per nascondere grandi veicoli militari. Un’altra possibilità è un pannello elettronico dotato, su entrambe le facce, di laser microscopici: quelli su un lato dello schermo analizzano la luce circostante, lo sfondo della scena, quelli sull’altro la riemettono. In questo modo lo schermo riproduce perfettamente lo sfondo su cui è posto, diventando praticamente invisibile (qualcosa di simile, nel 2003, lo ha proposto l’ingegnere giapponese Susumu Tachi). Nel libro di Highfield c’è spazio anche per le golose e insidiose Gelatine Tuttigusti +1, che nel mondo del maghetto possono assumere tutti i gusti, dai più prelibati ai più disgustosi. Negli ultimi anni i ricercatori hanno capito meglio come sia possibile smontare e rimontare i componenti dei sapori, anche per crearne di nuovi. E si è scoperto che sono cinque e non quattro come si pensava: oltre a salato, dolce, acido e amaro c’è l’umami, il sapore intenso del glutammato. Sulla lingua sono presenti i bottoni gustativi, recettori costituiti da circa un centinaio di cellule specializzate. Ogni sapore incontra un primo filtro costituito da ben 25 recettori specializzati nel sapore amaro, che è associato a quasi tutte le sostanze dannose per l’uomo. Poi, entrano in gioco i recettori per gli altri gusti e quelli dell’olfatto, posti nella cavità nasale. Sarà infine il cervello a ricomporre tutto nella sensazione di gusto. Tocca ora agli animali che popolano il mondo di Harry Potter. Ci sono tritoni a due code, enormi rospi viola, cani a tre teste con zanne gialle e così via. Creature impressionanti, ma non fantascientifiche: difficile trovarne qualcuna che l’ingegneria genetica non sarebbe in grado di riprodurre, anche se con esiti imprevedibili. Un discorso a parte meritano i gufi, che nelle vicende di Harry Potter hanno il ruolo di postini tra i giovani maghi. Visto che svolgono questo compito soprattutto di notte, la scelta del gufo ha buoni fondamenti scientifici: questi uccelli possiedono una straordinaria vista notturna (vedi box sopra). Insomma, parlare di una scienza di Harry Potter dopotutto può davvero non essere così blasfemo. Un’idea condivisa dagli stessi scienziati, dice Highfield: «Sono stato sorpreso di come molti scienziati abbiano accettato volentieri di aiutarmi con il libro». Di tutti, sono i centri di ricerca militari quelli che covano le ricerche più sorprendenti. «Lì s’investe molto denaro per fare cose che di solito sono richieste ai maghi, come scomparire alla vista o vedere di notte, e s’incontrano persone davvero singolari. Sono loro i veri maghi e alchimisti dei nostri tempi», conclude Highfield. Nicola Nosengo