Margherita Fronte, Macchina del Tempo, gennaio-febbraio 2004 (n.1-2), 14 febbraio 2004
Invisibili e silenziose, le radiazioni ci accompagnano in ogni istante della giornata. Arrivano dal Sole, dalle rocce e dallo spazio
Invisibili e silenziose, le radiazioni ci accompagnano in ogni istante della giornata. Arrivano dal Sole, dalle rocce e dallo spazio. Da quando poi l’uomo ha imparato a servirsene, alle fonti naturali si sono aggiunte quelle artificiali, come elettrodomestici, telefoni cellulari e antenne per le trasmissioni radiotelevisive. Sono radiazioni anche i raggi X, che permettono ai medici di guardare dentro il corpo umano, e la luce del laser, con cui gli oculisti curano i difetti della vista. Indispensabili alla nostra vita, le radiazioni sono però guardate con sospetto perché hanno una doppia faccia. Se usate nel modo giusto aiutano la medicina, creano nuove tecnologie e ci fanno venire la tintarella. Ma sono numerosi gli studi che le hanno collegate a malattie diverse, e in particolare ai tumori. Per vederci chiaro, occorre fare una prima distinzione. Le radiazioni, infatti, non sono tutte uguali. Gli scienziati le dividono in due grandi categorie: quelle ionizzanti e quelle non ionizzanti. Le prime, di cui fanno parte i raggi X e le radiazioni che si sprigionano da particolari tipi di rocce, hanno abbastanza energia per rompere i legami chimici che tengono assieme le molecole. Per questo, se colpiscono il Dna, possono danneggiarlo, provocare mutazioni e innescare processi tumorali. Le radiazioni non ionizzanti, come quelle emesse da elettrodotti e telefonini, hanno invece un’energia molto minore, che non basta a rompere i legami chimici, né a provocare mutazioni. Ma vediamole tutte in dettaglio e scopriamo come proteggerci. radiazioni ionizzanti una famiglia piuttosto numerosa. Ne fanno parte i raggi X e i raggi gamma, le particelle alfa e beta, e il composito esercito di onde e particelle che costituisce i raggi cosmici. Ciascuna di queste radiazioni ha proprietà sue peculiari, ma sono tutte accomunate dall’avere un’energia sufficiente a provocare mutazioni genetiche; il che fa sì che questa famiglia sia di gran lunga la più pericolosa e la più temuta. Le sorgenti di radiazioni ionizzanti sono varie: alcune naturali, altre invece frutto delle attività umane. 1) Il Radon «Se dovessi mettere in ordine d’importanza sanitaria i tipi di radioattività presenti nel nostro Paese, quella che si sprigiona dal radon sarebbe certamente la prima» esordisce Francesco Bochicchio, ricercatore del Reparto di radioattività nel Laboratorio di fisica dell’Istituto superiore di sanità. «Le maggiori dosi di radioattività per la popolazione italiana infatti derivano da qui». Il radon è un gas che si sprigiona dai minerali radioattivi presenti nella crosta terrestre e in alcuni materiali da costruzione come il tufo. La sua formazione avviene a partire da elementi più pesanti, come l’uranio, il torio e il radio. Infiltrandosi nelle case attraverso fessure e crepe, diventa particolarmente insidioso perché emette radiazioni sotto forma di particelle alfa. Così facendo, dà origine ad altri elementi, i cosiddetti «figli del radon», che sono a loro volta radioattivi (emettono particelle alfa e raggi gamma). Tutti questi elementi restano liberi nell’aria ed entrano nell’organismo attraverso la respirazione. Le ciglia e le mucose che normalmente proteggono il nostro apparato respiratorio non sono in grado di rimuoverli completamente, e le radiazioni danneggiano così i tessuti. «Si calcola che il radon sia responsabile di circa il 10 per cento di tutti i tumori del polmone» prosegue Bochicchio. Facendo i conti, in Italia si tratta di circa 3.000 casi all’anno. «Il rischio però è molto più alto fra i fumatori, perché l’azione del radon e quella del fumo agiscono in sinergia». Il primo consiglio è perciò smettere di fumare. Poiché il gas si accumula negli ambienti chiusi, altra buona norma, soprattutto nelle regioni più a rischio (Lazio e Lombardia in testa, dove si registrano 100-120 Bq/m3 , Campania e Friuli-Venezia Giulia con 80-100 Bq/m3) è aerare spesso le stanze. L’Italia ha predisposto un piano nazionale radon, che prevede, fra l’altro, interventi di misurazione e di bonifica per le situazioni a rischio. «Purtroppo però questo piano non è stato ancora attivato per mancanza di finanziamenti, nonostante i costi siano relativamente limitati (12 milioni di euro in 6 anni)» prosegue Bochicchio. In alcune Regioni è tuttavia possibile chiedere all’Agenzia per la protezione dell’ambiente di competenza di effettuare le misurazioni della concentrazione di radon nelle abitazioni. Le bonifiche vengono fatte anche da società private, ma sono piuttosto care: in Veneto, a seconda del tipo d’intervento, si va dai 500 ai 2.600 euro. 2) I raggi X e la medicina La medicina utilizza diversi tipi di radiazioni, sia per la diagnostica, sia per la cura. Le terapie basate su radiazioni sono per lo più rivolte a distruggere tessuti tumorali attraverso fasci concentrati e molto energetici, che incidono con precisione nella zona su cui si vuole intervenire. Nella diagnosi, invece, si utilizzano soprattutto i raggi X, con cui si fanno le radiografie e la TAC. Poiché i raggi X sono radiazioni ionizzanti, ciascun esame aumenta le probabilità di contrarre malattie legate alle radiazioni ionizzanti. Prima di prescrivere una radiografia, «il medico deve quindi fare un bilancio fra i benefici che può dare dell’esame e l’aumento del rischio di sviluppare tumori e leucemie, determinato dalla radiazione» spiega Mauro Belli, dell’Istituto superiore di sanità. Vanno inoltre esplorate le possibili alternative. Infatti, anche se quello dei raggi X resta un esame molto potente, proprio per limitare l’esposizione a queste radiazioni la medicina ha sviluppato altre tecniche, come per esempio l’ecografia, che non espongono a rischi. 3) I rifiuti radioattivi In Italia, i rifiuti radioattivi sono prodotti dagli ospedali e dai laboratori, che li utilizzano per scopi medici e di ricerca, e in alcuni processi industriali (come nell’industria agroalimentare, che impiega le radiazioni ionizzanti per sterilizzare i cibi). Considerate le piccole quantità di rifiuti prodotte da queste attività, lo smaltimento è relativamente semplice. Di gran lunga più spinoso è invece il problema delle scorie che la nostra breve stagione nucleare ci ha lasciato in eredità. Si tratta di circa 80.000 metri cubi di rifiuti, per cui ancora si fatica a trovare una collocazione (si pensi alle polemiche scatenate di recente dall’ipotesi di costruire un sito unico per lo stoccaggio in Sardegna e poi in Puglia o Basilicata). Il 95% dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività umane ha una vita media dell’ordine di qualche decina di anni, ed è sufficiente metterli in sicurezza finché i livelli di radioattività siano tali da permettere lo smaltimento. Una piccola parte dei rifiuti però continua a emettere radiazioni per centinaia di anni, e in questi casi bisogna prevedere depositi a prova di fughe, terremoti e infiltrazioni, in grado di resistere per migliaia di anni. 4) I raggi cosmici All’inizio del secolo scorso, lo scienziato olandese Theodore Wulf inventò un rivelatore in grado di misurare il numero di particelle cariche che attraversano l’atmosfera. Portò il suo strumento in montagna, lo fece viaggiare su mongolfiere e lo installò persino in cima alla Torre Eiffel. Trovò così che ad altezze maggiori il numero di particelle cariche era superiore rispetto a quello che si registrava a Terra. Era la prima prova sperimentale dell’esistenza dei raggi cosmici. I raggi cosmici si sprigionano da fenomeni celesti che liberano grandi quantità di energia. Alcuni arrivano dal Sole; altri da stelle della Via Lattea; altri ancora da sorgenti più lontane. Sono composti da tipi diversi di particelle e radiazioni (principalmente protoni, neutroni, elettroni e raggi gamma) che formano un’invisibile «pioggia cosmica», alla quale siamo continuamente esposti. Così, anche se non ce ne accorgiamo, ciascuno di noi è investito da circa 4.000 particelle al minuto. E più si sale in altezza, più la pioggia si fa intensa. Nonostante il bombardamento continuo, «i raggi cosmici non costituiscono un problema in termini di salute pubblica» spiega Francesco Bochicchio. Tuttavia, negli anni passati, si è fatta l’ipotesi che chi viaggia molto in aereo (e in particolare il personale di bordo) possa subire danni per l’azione di queste radiazioni sul suo organismo. Gli scienziati si sono quindi messi al lavoro per verificarne la pericolosità. In Italia, se ne occupano i ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) di Torino, che proprio per misurare gli effetti sulla salute dei raggi cosmici hanno costruito Jimmy, un fantoccio di 50 chilogrammi, dalle sembianze vagamente umane. Al fianco di un ricercatore, Jimmy viaggia sui voli Alitalia, ed è già stato sperimentato su alcune rotte intercontinentali. Per misurare la quantità di radiazione assorbita dagli organi più sensibili (la tiroide, il midollo osseo e i polmoni) all’interno del pupazzo sono state ricavate alcune cavità, in cui sono stati alloggiati altrettanti dosimetri. I primi risultati indicano che «il personale viaggiante a bordo dei voli intercontinentali riceve, nell’arco di un anno, una dose di aggiuntiva pari a circa una volta e mezzo il fondo di radioattività naturale che ciascuno di noi assorbe a Terra nella vita di tutti i giorni» spiega Lorenzo Visca, il ricercatore che accompagna Jimmy nei suoi viaggi. Diversa è invece la questione per gli astronauti che possono trovarsi a compiere orbite di diversi giorni al di fuori dell’atmosfera terrestre o restarci per mesi come succedeva per gli abitanti della stazione spaziale russa Mir fino a qualche anno fa e oggi sulla Stazione spaziale internazionale. Grazie ai dosimetri che vengono imbarcati in ogni missione, oggi sappiamo che durante un giorno nello spazio un astronauta è esposto a circa 1.000 volte la radiazione che riceviamo sulla superficie della Terra. RADIAZIONI NON IONIZZANTI Emesse da tralicci, elettrodomestici, antenne e telefonini, le radiazioni non ionizzanti hanno una pessima fama. Sono state accusate di provocare le malattie più varie: dai tumori all’Alzheimer, dall’infertilità all’emicrania. Per riportare la questione nei binari corretti, i ricercatori invitano distinguere due categorie: quelle alle alte frequenze, emesse da telefonini, antenne e ripetitori, e quelle alle basse frequenze, emesse dai cavi che trasportano l’elettricità e dagli elettrodomestici. Tutte inducono correnti elettriche nei tessuti, ma gli effetti sono diversi e non hanno comunque un’energia sufficiente a provocare le mutazioni genetiche che stanno all’origine dei tumori. 1) Le basse frequenze Sono state le prime a finire sotto i riflettori, in seguito a uno studio, pubblicato nel 1979, che associò i campi elettromagnetici emessi da tralicci e cabine di trasformazione alla leucemia infantile. Lo studio, pubblicato sul-l’’American journal of epidemiology”, fu il primo di una lunghissima serie. Dopo più di vent’anni di ricerche gli esperti hanno escluso l’ipotesi di una relazione tra i campi elettromagnetici a bassa frequenza e malattie come l’Alzheimer o l’infertilità. L’unica associazione ancora in dubbio è quella con la leucemia infantile, ma la comunità scientifica concorda che se un effetto c’è, deve essere molto piccolo. L’Istituto superiore di sanità ha calcolato che in un anno l’esposizione ai campi elettromagnetici prodotti dai cavi dell’alta tensione provoca al massimo tre casi di leucemia infantile (contro i 3.000 casi di tumore al polmone che, come detto sopra, provoca il radon). E non tutti sono d’accordo. Un’indagine effettuata dall’epidemiologo britannico Richard Doll per conto del National Radiological Protection Board britannico, e pubblicata nel 2001, è stata netta: «Gli studi non hanno fornito prove adeguate a dimostrare che i campi elettromagnetici alle basse frequenze possano provocare il cancro, alle intensità presenti comunemente nelle abitazioni». Se gli effetti a lungo termine restano in dubbio, sono invece state accertate le conseguenze a breve dell’esposizione. A intensità superiori ai 100 microtesla, questi agenti possono provocare mal di testa, brividi e sensazioni di malessere generale. Va però detto che difficilmente nelle abitazioni i livelli del campo elettromagnetico superano gli 0,2 microtesla. 2) Le alte frequenze La questione delle antenne e dei telefoni cellulari è stata affrontata più tardi rispetto a quella degli elettrodotti. In questo caso, si è analizzata soprattutto la possibile associazione fra l’esposizione e i tumori del cervello, in particolare nella zona in cui si appoggia il telefonino. Due indagini pubblicate fra la fine del 2000 e l’inizio del 2001 escludono che l’esposizione prolungata alle radiazioni emesse dai telefoni cellulari provochi la malattia. «I nostri dati non avvalorano l’ipotesi secondo cui l’utilizzo dei telefoni cellulari provoca tumori al cervello» scrivono gli esperti del National cancer institute statunitense sul ”New england journal of medicine”. «I nostri dati suggeriscono che l’impiego dei telefonini non è associato al rischio di sviluppare il tumore del cervello» concludono sul ”Journal of the american medical association” i medici della Società medica statunitense. Anche se i risultati di altri gruppi sono analoghi, gli esperti sottolineano che il numero di ricerche condotte non è ancora sufficiente a dare una risposta definitiva. Per questo, applicando il principio di precauzione, l’Organizzazione mondiale (www.oms.int) della sanità ha dato alcuni consigli per diminuire l’esposizione, come per esempio quello di fare telefonate brevi e di usare l’auricolare. La stessa organizzazione invita invece a non drammatizzare la questione delle antenne. Infatti, poiché l’intensità della radiazione cala rapidamente allontanandosi dalla sorgente, di solito i livelli che si registrano nelle abitazioni sono piuttosto bassi. Eccezioni però ce ne sono, come ha dimostrato il caso di Radio Vaticana. Chi avesse qualche dubbio può rivolgersi all’Arpa della sua Regione e chiedere la misura dell’intensità della radiazione nella propria abitazione. Margherita Fronte