Guido Romeo, Macchina del Tempo, gennaio-febbraio 2004 (n.1-2), 14 febbraio 2004
Ipregiudizi razziali si annidano nel nostro cervello anche se non lo sappiamo? Potrebbe darsi di sì, secondo uno studio apparso lo scorso novembre sulla rivista ”Nature Neuroscience”, condotto dalla psicologa Jennifer Richeson, del Dartmouth College, in Gran Bretagna
Ipregiudizi razziali si annidano nel nostro cervello anche se non lo sappiamo? Potrebbe darsi di sì, secondo uno studio apparso lo scorso novembre sulla rivista ”Nature Neuroscience”, condotto dalla psicologa Jennifer Richeson, del Dartmouth College, in Gran Bretagna. «Abbiamo cercato di capire se, tra individui bianchi, l’interazione con soggetti di una razza diversa induce un aumento o una riduzione di alcune risorse cognitive» scrivono gli autori della ricerca. La Richeson, impiegando tecniche di brain imaging (la risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha dimostrato che, di fronte a foto di persone afroamericane, in soggetti caucasici di pelle bianca si attiva la corteccia prefrontale dorsolaterale destra: una regione implicata nel controllo di pensieri e comportamenti. L’attività registrata è molto più alta quando ai partecipanti vengono mostrare foto di persone di colore, rispetto a fotografie di bianchi. come se, nel primo caso, gli esaminati dovessero fare uno sforzo in più per controllare i loro pensieri. Questo risultato non implica necessariamente un pregiudizio radicato, potrebbe solo rilevare il timore di essere scambiati per razzisti. Lo sforzo cerebrale potrebbe essere quindi incanalato a mettere in atto tutte le tecniche per non essere fraintesi da chi ci sta attorno. A ogni modo, la scoperta indica che mettere da parte pregiudizi razziali, per quanto non intenzionali, implica uno sforzo energetico dal punto di vista cognitivo. Anche se lo studio rivela una base neuronale dei pregiudizi razziali, non ci dice niente su come persone di razze diverse interagiscono tra di loro, e sull’origine di questi atteggiamenti. www.dartmouth.edu/~richeson/